Ciò che non ha funzionato è il sistema dei controlli che non ha impedito a imprenditori disonesti di lucrare

 

La Civetta di Minerva, 22 giugno 2018

Finite le elezioni (anche se ritengo che fra un anno ne avremo altre) qualche riflessione sicuramente va fatta sul PD, perché, comunque la si pensi, rappresenta una parte importante del paese e sarà sempre un riferimento per la politica progressista. La riflessione su come il Pd sia organizzato al suo interno e nelle città la lascio ai suoi dirigenti e ai suoi militanti, viceversa sulla sua politica e sulla sua azione nel governo è una riflessione che dovremmo fare tutti perché interessa l’intera comunità civile.

Dalla nascita del Partito Democratico (2007) una delle osservazioni più ricorrenti fatta dai nostalgici di una politica puramente ideologica è stata quella che esso era destinato alla sconfitta “perché non era abbastanza di sinistra” (andrebbe osservato che, allo stato, è la destra comunque etichettata che ha il consenso popolare e che quindi non è una sinistra, sinistra che è richiesta dall’elettorato – come dimostrato dai risultati di chi si ritiene in quest’area - bensì una politica efficace che ci faccia uscire dal cul de sac in cui la terribile crisi economica dell’ultimo decennio ci ha infilati)). Tesi che sento ripetere ancora oggi, anche da cari amici con cui ho percorso una parte della mia vita politica. Poi, a supporto di questa affermazione, quasi sempre, segue, quale esemplificazione del giudizio, l’indicazione di due provvedimenti considerati il male assoluto: il Job act e la Buona Scuola. Questo come se cinque anni di governo avessero partorito solo quelle norme e che istituire il primo fondo strutturale contro la povertà, alzare le pensioni più basse, abbassare le tasse ai ceti medio-bassi (operazione fatta con gli 80 euro), far ripartire gli investimenti pubblici, aumentare gli investimenti per la scuola e nell’edilizia scolastica, approvare la legge sulle unioni civili, sul biotestamento, sulla tortura, sulla cooperazione internazionale, sul caporalato fossero norme marginali in una società civile non qualificabili come una politica di sinistra.

Chi sostiene questa tesi non è, evidentemente, tanto interessato alle politiche concrete ma è più affezionato alle parole d’ordine tradizionali della storia della sinistra e più interessato a sostenere tesi di principio non più sostenibili, nella forma conosciuta, nella società odierna. Anche oggi dopo il risultato elettorale che ha sancito la vittoria delle mistificazioni e della politica a buon mercato, bisogna sopportare contumelie simili: il risultato di tutte queste chiacchiere è il patto o contratto che dir si voglia, quale piattaforma programmatica (sia pure astratta) della politica governativa.

Solo soffermandosi ai temi più vicini alle due tematiche oggetto delle critiche rileviamo come si sia caduti dalla presunta padella nella più consistente brace; infatti al punto 22 del patto l’insegnante ex precario stabilizzato dalla buona scuola, che ha votato 5S perché aveva avuto il posto di lavoro lontano da casa (cosa che per la maggior parte degli insegnanti nel passato è stato una costante visto che il posto di lavoro c’è dove c’è il lavoro), oggi si ritrova un governo che vuol limitare agli insegnanti la possibilità di poter chiedere trasferimenti, mentre al punto 14 i tanti iscritti alla CGIL, che hanno votato 5S perché volevano l'art.18 e l'abolizione del Jobs Act, oggi si ritrovano un governo che conferma tutto il Jobs Act, non parla di Art.18 e reintroduce i voucher contro cui la CGIL aveva pure proposto un referendum.

Bisogna confessare che a sinistra, a causa di una intransigente autoreferenzialità e a tante rigidità, a prescindere dal contesto economico in cui si ci trova, si producono disastri che riportano indietro, sistematicamente, l’orologio della storia. Non è estranea a questa tragedia neppure l’incapacità di gestire il dissenso all’interno dello stesso contenitore, dove le regole dovrebbero essere la garanzia di un confronto democratico. Pur non avendo una particolare simpatia per gli inglesi devo riconoscere che il partito laburista ha saputo generare un Blair e che, a seguito di una lotta interna che ne ha sancito la sconfitta, ha consentito la sostituzione con un leader diverso che rappresenta un diverso modo di leggere e di interpretare l’essere sinistra in quel paese, senza dividersi, senza frazionarsi in microcosmi successivi.

Il nostro genio italico, invece, ci porta alla parcellizzazione e, quindi, all’irrilevanza. Chi accusa sempre e costantemente di non essere sufficientemente di sinistra sono gli stessi che in questi 10 anni per ben tre volte hanno costruito un’opzione politica “alla sinistra del Pd” e che si è presentata alle elezioni politiche. Ha ottenuto risultati catastrofici: nel 2008 la Sinistra Arcobaleno riportò il 3%. Nel 2013 un’altra “vera sinistra” (Rivoluzione Civile) ottenne il 2,25%. E nel 2018 “Liberi e Uguali”, arricchita da una scissione della sinistra Pd, ha ottenuto ben il 3,39%. E ancora oggi questi imperterriti rivoluzionari continuano a sbeffeggiare il Pd (“che non vota più nessuno”), indicando come via d’uscita una grande alleanza alla sinistra del Pd”.

Ancora una volta non si vuole prendere atto che la società è cambiata, che sono cambiati i parametri di riferimento rispetto ai bisogni di vita, che la globalizzazione esiste e non fa sconti. Passate le elezioni e sterilizzata la sindrome della contestazione globale, sarebbe il caso di riflettere, a mente serena, su uno dei temi che, spesso senza consapevolezza (l’altro è la “Buona scuola”), è stato il male assoluto: il Job Act, perché il jobs act è una riforma da completare, non da cancellare.

Uno degli argomenti preferiti dai suoi detrattori è che il jobs act abbia precarizzato il lavoro e aumentato i licenziamenti; se non ci si affida a una visione ideologica aprioristica, si tiene conto che in questo decennio l’Europa e particolarmente l’Italia hanno subito una crisi spaventosa con la chiusura di tante fabbriche ed imprese di vario genere e, se si confrontano i dati, bisognerebbe riconoscere che dal momento dell’approvazione del jobs act (2014) sono stati prodotti più di un milione di posti di lavoro, esattamente 1.029.000, mentre il tasso di disoccupazione è passato dal 13% all’11% e la disoccupazione giovanile, che prima viaggiava al 43%, è scesa al 32,7% (dati Istat); non solo, i posti fissi sono stati più di quelli a termine; infatti di tutti i nuovi posti di lavoro, il 55% è stabile (circa 500mila posti fissi in più). Ma quello che non ci si aspetta è che il numero assoluto dei contratti a tempo indeterminato è salito rispetto al periodo precedente al jobs act. Il dato è oggettivo.

Infine, secondo l’INPS, tra gennaio e marzo 2018 il settore privato registra un saldo positivo di quasi 400.000 unità. Ciò significa che le assunzioni hanno superato le cessazioni dei rapporti di lavoro, confermando un trend positivo avviato grazie alle misure adottate dai governi PD. I dati oggettivi raccontano più di molte parole; poi si potrà obiettare che questo è accaduto grazie alla ripresa economica e che la ripresa non è dovuta al jobs act, il che è anche vero, ma il dato è questo.

Poi si è detto che il Jobs act ha ridotto gli ammortizzatori sociali, il che non è neppure vero poiché in Italia - caso unico tra i paesi capitalisti avanzati dove la protezione dei lavoratori avveniva solo in azienda (e per giunta non in tutte) - per chi perdeva il lavoro o non lo trovava non era previsto quasi niente. I sussidi di disoccupazione erano ridicoli ed escludevano gran parte dei lavoratori, soprattutto giovani, donne e i lavoratori atipici. La protezione era affidata solo alla cassa integrazione che poteva durare pressoché all'infinito (con deroghe e rinnovi), senza costi per le aziende e addirittura mettendo tutti i lavoratori a zero ore. Per non parlare della cassa per cessazione: un'azienda che non produceva più da anni (talora decenni) veniva tenuta in piedi anche se, intascati i soldi, i piani industriali non venivano rispettati.

L'uso smodato della cassa integrazione aveva impedito la creazione di sussidi di disoccupazione degni di questo nome e umiliato politiche attive del lavoro fossilizzando i lavoratori nel loro posto di lavoro.

Il Jobs act parte da una filosofia opposta: quella di un capitalismo ben funzionante perché il mercato è dinamico ma i lavoratori (e non le grandi imprese) hanno una rete di protezione. Questo modello è la base del patto sociale delle grandi socialdemocrazie europee. È il modello che ha consentito alla Svezia di essere una potenza industriale senza aiuti pubblici.

Il Jobs Act ha introdotto la Naspi (con 2,5 miliardi di euro aggiuntivi all'anno): un sussidio che copre il 97% dei lavoratori dipendenti se perdono il lavoro. Questa copertura se la sognano nella maggior parte dei paesi europei. Il sussidio arriva fino a 1.300 euro al mese e dura fino a due anni: un anno in più di prima e i giovani non sono più penalizzati rispetto agli anziani. C'è la Discoll per i collaboratori e i giovani ricercatori. Anche gli apprendisti possono ottenere la cassa integrazione. Un milione e mezzo di lavoratori delle piccole imprese, che prima ne erano esclusi, adesso possono ottenere integrazioni salariali con i fondi di solidarietà. Ed è stato introdotto il reddito di inclusione (Rei) per combattere la povertà. Platea e importi del Rei sono bassi e vanno aumentati. Ma c'è per la prima volta nella storia d'Italia.

E’ vero che è cambiata la composizione dei contratti, con un aumento di quelli part-time e una flessione di quelli a tempo pieno; e che da una parte aumentano le ore totali, dall’altra aumentano, e relativamente di più, gli occupati; tuttavia, se si va a vedere il breve termine, anche le ore lavorate medie sono in crescita. Più precisamente, dal terzo trimestre 2016 un lieve trend positivo, che è proseguito per tutto il 2017, ha fatto tornare le ore lavorate medie dell’ultimo trimestre 2017 ai livelli dell’ultimo trimestre 2013. Nonostante quindi il recupero degli occupati dal 2014, le ore lavorate medie erano leggermente diminuite tra il 2014 e il 2016, proprio a causa dell’aumento relativamente più netto del numero degli occupati.

Non siamo ancora ai numeri del 2008, ma da circa un anno le variazioni trimestrali ricominciano ad avere segno positivo. Questo trend è spiegabile proprio con il tredicesimo aumento trimestrale, secondo i dati Istat del dicembre 2017, dei contratti a tempo pieno, che hanno quindi sensibilmente accresciuto il livello medio di ore lavorate. Il totale delle ore lavorate in Italia è in lieve ma costante crescita dal luglio 2014.

Certo, le grandi imprese non possono più usare la cassa per scaricare i costi della loro incapacità manageriale (o delle loro scelte di rilocalizzazione) sulla collettività, perché non la possono usare per sempre, senza pagare un euro. Se la usano a lungo, la pagano di più. Le crisi aziendali irreversibili ora vengono accertate, ma in tutti gli altri casi la cassa resta, eccome! E dura fino a due anni come in Germania (addirittura tre con i contratti di solidarietà).

Detto questo, non c’è dubbio che servano interventi forti per rendere le politiche attive e della formazione una speranza concreta e non un tema da convegno. Una formazione vera che anticipi il cambiamento e aiuti i lavoratori a trovare lavoro nelle imprese più produttive. E che si debbano trovare ulteriori risorse per allargare gli ammortizzatori sociali. Ma proseguendo lungo le linee aperte dal Jobs act, non tornando indietro. Quello che non ha funzionato è il sistema dei controlli che non ha impedito ad imprenditori disonesti di lucrare sul job act mediante artificiose operazioni di trasformazione dei contratti di lavoro dei dipendenti e nell’ accaparramento degli incentivi sulle nuove assunzioni anche se non erano nel diritto di averli, anche grazie alla colpevole distrazione dei sindacati che avrebbero dovuto denunciare queste pratiche truffaldine invece di concentrarsi sulla contestazione ideologica della norma.

In parole povere gli uffici del lavoro e la guardia di finanza non sono stati in grado (o non sono stati messi in grado) di svolgere una azione sinergica di controllo, per scovare chi licenziava e riassumeva la stessa persona magari cambiando il nome della società in un gioco delle tre carte, che ha costituito la vera truffa ad una norma pensata per sostenere il lavoro ma che, in taluni casi, ha sostenuto i caporali del lavoro.

Questo il mio punto di vista che legittimamente può essere confutato a condizione che si riconosca che il mondo è cambiato, sono cambiate le dinamiche del lavoro e dell’economia e che le soluzioni, qualunque esse siano, si proiettino verso l’espansione economica e la massima occupazione senza assistenzialismi ne sostegno indiretto al lavoro nero, piaga purulenta della società ipocrita e ingiusta.