Gabriel Zuchtriegel, direttore del Museo: “Influenze pitagoriche e orfiche”; Maria Emanuela Oddo (comitato scientifico): “Su di essa sono incisi testi dal valore magico che guidavano i defunti nell’Ade”

 

La Civetta di Minerva, 22 giugno 2018

Guardate questo dipinto. Più lo farete, più cresceranno le domande. Da cinquant’anni l’immagine del Tuffatore di Paestum suscita quesiti: è come un magnete che attira lo sguardo. Quel corpo maschile agile, nudo, librato in volo, quel capo sollevato, le braccia protese, il trampolino a blocchi squadrati, gli alberi, lo specchio d’acqua continuano a interrogare anche a 2.500 anni dalla loro realizzazione. Anche se, a pensarci bene, il mistero dello straordinario monumento, scoperto nel 1968 a due chilometri dalle mura di Paestum, si intreccia con una certezza, che gli archeologi non si stancano di sottolineare. La tomba non era fatta per essere vista. Non dai vivi, perlomeno.

Le cinque lastre dipinte intorno al 480 avanti Cristo con accuratezza e maestria erano destinate a vedere la luce solo il tempo necessario all’inumazione del defunto: poche ore, un paio di giorni forse al massimo. Poi furono chiuse e sigillate a protezione del cadavere. Nella tomba un corredo molto sobrio: una lekytos (vaso allungato) di produzione greca – attica per la precisione – con palmette sulla spalla; una lyra, fabbricata usando il guscio di una tartaruga, strumento musicale simile a quello tenuto nelle mani da alcuni dei personaggi raffigurati sulle pareti della tomba nelle scene di simposio. Un modo ulteriore per creare un rimando tra la vita reale del defunto e le immagini dipinte.

Unica testimonianza della pittura greca non vascolare a grandi dimensioni anteriore al IV secolo, la Tomba del Tuffatore rimanda alle nuove idee che in quel periodo si diffondevano nel mondo ellenico, basate sulla speranza di una forma di sopravvivenza nell’aldilà. “La sua eccezionalità consiste nel messaggio che trasmette attraverso il linguaggio visivo” spiega Gabriel Zuchtriegel, l’archeologo tedesco che dal 2015 dirige il parco e il museo archeologico di Paestum. “Il Sud Italia era la patria di filosofi come Pitagora e Parmenide, che esploravano questioni metafisiche come, appunto, la vita oltre la morte. Il pitagorismo si diffondeva accanto all’orfismo, ispirato al mito di Orfeo che torna dall’Ade, in entrambe le tradizioni pratiche e credenze erano condivise solo tra gli iniziati”.

Gli studi del 2016 sulle immagini della Tomba del Tuffatore hanno consentito di escludere la presenza di artigiani etruschi, e di inserire l’opera all’interno di una tradizione locale attestata anche nella Tomba delle Palmette (fine VI secolo avanti Cristo) che ha una cornice simile. Nella colonia greca era attiva una produzione locale, legata ai grandi cantieri per la costruzione dei templi, come quello di Atena realizzato nel 500 avanti Cristo. Per Zuchtriegel ci sono sufficienti motivi per ritenere che gli autori del dipinto del Tuffatore siano gli stessi che erano impegnati nel realizzare le decorazioni dei templi. I quali, al contrario di quanto siamo portati a immaginare, erano tutti dipinti: le colonne, le trabeazioni, i frontoni, le pareti, erano ricoperti da stucco bianco decorato con colori vivaci. Il defunto sepolto nella tomba potrebbe essere in qualche modo collegato alle maestranze impegnate nel completamento del tempio di Atena.

Fin dal suo ritrovamento, l’immagine del Tuffatore ha avuto un forte impatto sulla cultura contemporanea. Nella raccolta poetica Diario del 71 e del 72 Eugenio Montale scriveva: Il tuffatore preso au ralenti / disegna un arabesco ragniforme / e in quella cifra forse si identifica / la sua vita”, mentre per il regista e scrittore francese Claude Lanzmann “le divin plongeur” rappresentava al meglio “le cento vite che si dice siano state mie”. Anche Fellini, nel Satyricon, evocò le scene del banchetto di Paestum, mentre l’artista Carlo Alfano nel 1972 realizzò nel cortile del museo l’installazione Fontane, in dialogo con la tomba.

Ma cosa significa il Tuffatore? Come leggere l’immagine? “Più che fare finta di avere una risposta, abbiamo organizzato un’esposizione a 50 anni dalla scoperta per spiegare come nasce il dipinto” suggerisce Maria Emanuela Oddo, archeologa classica dell’Imt di Lucca. La studiosa fa parte della segreteria scientifica di L’immagine invisibile, “anti-mostra” inaugurata domenica 3 giugno al museo di Paestum, e che fino al 7 ottobre esporrà in dialogo tra loro 50 opere d’arte antica e moderna alla luce dei culti misterici: dall’anfora del Pittore di Priamo del 530-550 a.C. (tra le poche a raffigurare persone che si tuffano) al Bacco e Arianna di Guido Reni (1640), fino al Neofita di Corrado Cagli (1933) che echeggia riti iniziatici. Chiude il percorso Orfeo trovatore stanco, dipinto del 1970 di Giorgio De Chirico.

Un modo per mettere a confronto due scuole di pensiero: Mario Napoli, che per primo si occupò della scoperta nel 1968 quando guidava la Soprintendenza archeologica di Salerno, riteneva che la tomba trasmettesse un messaggio orfico-pitagorico. L’archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli, invece, avanzò dubbi su questa visione. Per lui nelle scene raffigurate sulle lastre tombali mancavano elementi che giustificassero una lettura “misterica” della sepoltura”; gli uomini dipinti partecipavano a un banchetto funebre e nulla più.

Per Zuchtriegel il defunto potrebbe essere un iniziato alle dottrine orfiche, forse un pitagorico: “Sappiamo che a Paestum c’erano i pitagorici: lo ricorda il filosofo Giamblico, che scrive tra III e IV secolo dopo Cristo. Nella sua Vita Pitagorica, che contiene un catalogo di 218 uomini e 17 donne, si ricordano a Poseidonia (l’antico nome della città, ndr) i nomi dei pitagorici Atamante, Simo, Prosseno, Cranao, Mie, Batilao e Fedone. Tra gli oggetti esposti figura anche una laminetta d’oro del 400 a.C., proveniente da Hipponion, in Calabria, l’attuale Vibo Valentia. Su di essa, spiega Maria Emanuela Oddo, sono incisi “testi dal valore magico, che guidavano il defunto nell’Ade”.

A pensarci bene, però, se davvero l’immagine del Tuffatore è legata a culti misterici e rituali di iniziazione, è naturale che il suo significato sia difficile da interpretare. In fondo di quelle liturgie abbiamo pochissime testimonianze: dovevano rimanere segrete. Così come invisibile doveva restare la Tomba del Tuffatore. Almeno fino a quell’estate cilentana di 50 anni fa.

*da Il Venerdì di Repubblica