Mi trovavo in via Fani due giorni dopo il rapimento. La promessa che feci a un uomo, che ora nel ricordo mi sembra ancora più grande

 

La Civetta di Minerva, 25 maggio 2018

Arrivai col buio in via Fani, invitato da un amico, due giorni dopo il rapimento di Aldo Moro. Con me, oltre a Cecilia, c’erano Pino, Maria e Roberto, amici di sempre. Enrico venne ad aprirci il cancelletto d’ingresso della sua abitazione che distava pochi metri dal luogo delle strage, dove una montagna di  mazzi di fiori, ghirlande, bigliettini che testimoniavano il dolore e lo sgomento di tanta gente, era accatastata  per terra e a ridosso del muro. Per quello che subito ci disse indicando quella pietosa e agghiacciante visione, capii quanto ancora fosse stravolto: ”Sono sceso in strada pochi minuti dopo aver udito le scariche dei mitra, prima ancora che arrivasse la polizia, e mi sono trovato davanti la scena orribile degli uomini della scorta massacrati, qualcuno agonizzante. Dinanzi a quell’orrore ho sentito fortissimo l’istinto che se mi fossero capitati di fronte gli assassini e avessi avuto tra le mani un’arma, avrei sparato contro di loro con la medesima ferocia”.

Entrammo in casa, mesti. Dopo cena il nipote di Enrico, Andrea, uno straordinario chitarrista, eseguì un concerto esclusivamente per noi. La vita continuava.

Nei giorni che seguirono, aspettavamo con apprensione le notizie; a lungo, per quasi due mesi, fino alla tragica conclusione. Poi il tempo, che scorre inarrestabile  e indifferente, assopì quell’ansietà, la seppellì.

Soltanto ora, dopo quarant’anni, leggendo per caso “L’affaire Moro” di Leonardo Sciascia, risale in superficie l’antico rammarico e mi sorprendo nel constatare quanto sia stato io superficiale a non approfondire un avvenimento così importante che investiva per la sua gravità e le sue implicazioni tutto un Paese. Penso: se allora avessi conosciuto  tutti i risvolti della tragedia, come li conosco ora, mi sarei posto con un atteggiamento diverso dinanzi alla realtà, certo molto critico e schifato nei confronti dei politici che si professavano amici di Moro e con cinismo poi lo abbandonarono al suo destino. Quegli stessi politici, che hanno operato e imperversato negli anni che seguirono come se tutto continuasse a essere nella normalità, io allora li avevo considerati immuni da una così grave macchia. Ora questa deficienza di giudizio mi pesa ed è come se tale constatazione mancata, in quel momento storico, abbia svuotato di valore la mia vita, addirittura l’abbia condizionata. Avrei potuto invece arricchirla grazie alla conoscenza della verità.

Ma c’è un altro fatto, legato a un mio incontro fortuito con Sciascia, che acuisce quella che sento ora come una frustrazione e che la rende addirittura inquietante.

Un pomeriggio d’estate, rientrando in macchina da Palermo, anziché imboccare l’autostrada per Catania, presi la strada interna per Agrigento nella speranza di incontrare Sciascia in una contrada di campagna vicino Racalmuto, dove sapevo che soggiornava nel periodo estivo. Credo che siano trascorsi da quel giorno circa trent’anni, se non di più. Avevo letto “Il giorno della civetta” e qualche altra sua pubblicazione e desideravo conoscerlo. L’unico modo per raggiungere il mio scopo mi sembrava andarlo a trovare a casa, senza indugi, poiché era impossibile chiedergli un appuntamento essendo sprovvisto egli di telefono. Allora ero fatto così e ora me ne meraviglio.

Fui fortunato perché, inoltrandomi a piedi, imboccai subito la trazzera giusta, in leggera salita, ed ecco, sulla sinistra, la sua villetta sobria, senza alcuna pretesa. Mi aprì la porta d’ingresso lui stesso e appena intuì il motivo della mia visita mi fece accomodare nel suo studio, gentilmente, con naturalezza, come se avesse atteso il mio arrivo. Gli dissi della mia attività di musicista e, dandogli  dei 33 giri, aggiunsi che mi avrebbe fatto piacere se avesse avuto il tempo di ascoltarli. Li guardò con curiosità e mi parve contento della mia avventura musicale insieme alla mia famiglia, tanto che mi fece diverse domande su come fosse iniziata e che progetti avessimo per il futuro. Capii che aveva visto qualche nostra esibizione in televisione. Dopo fui io a porgli delle domande, sui suoi libri, sul suo impegno politico, e attraverso le sue brevi risposte mi sembrò sfiduciato, deluso dalla piega che aveva preso la sua esistenza, sempre pressato da un groviglio di impegni, sollecitato continuamente a presiedere a convegni e presentazioni di pubblicazioni varie. Lui era uno scrittore e tutte queste incombenze lo distraevano e gli facevano perdere del tempo prezioso. Accennò anche  a “L’affaire Moro” che aveva finito di scrivere qualche anno prima.

Un paio di volte sua moglie, alta, austera, dall’espressione severa e intensa, fece capolino nella stanza.

Al momento di andare via, restammo intesi che gli avrei scritto e che egli, a sua volta, avrebbe espresso per lettera un giudizio sulle mie composizioni.

Al rientro a casa, pur avendo l’intenzione di comprare il suo libro su Moro e scrivergli, non feci nessuna delle due cose, preso dalla frenesia di quel periodo vorticoso. Fu un grave sbaglio e una spiacevole inadempienza nei suoi confronti, che ancora m’inquieta. Se mi fossi comportato come avrei dovuto, avrei preso già allora coscienza di tante cose e la mia vita forse avrebbe imboccato strade nuove, offerto possibilità nuove che mi avrebbero aiutato ad acquisire verità ancora non svelate. A pervenire a una maturità ancora acerba. Ma, soprattutto, non sarei venuto meno alla promessa fatta a un uomo, che ora, nel ricordo, mi sembra ancora più grande.