L’ingegnere: “Le opere necessarie sono in gran parte esistenti, come pure la stazione di sollevamento per il collegamento con i serbatoi di Bufalaro. Da realizzare sarebbe il collegamento…”

 

La Civetta di Minerva, 25 maggio 2018

Dare alla città di Siracusa finalmente l'acqua potabile. Superare ogni criticità di una risorsa diritto di tutti nella teoria, lusso per pochi nei fatti: solo forse i residenti del quartiere di Belvedere fruiscono infatti di acqua bevibile. Su tutti gli altri cittadini grava l'avviso, obbligatorio, di limitarne l'uso se affetti da patologie che sarebbero aggravate dall'assunzione di acqua con eccessive concentrazioni di sali.

È uno dei punti qualificanti del programma del candidato sindaco avvocato Giovanni Randazzo: non una vacua promessa ma un obiettivo concreto affidato alla "sapienza" dell'ingegnere Nino Di Guardo, un'eccellenza nel settore. Abbiamo giocato di anticipo e, prima dell'incontro sull'argomento che sappiamo sarà organizzato dall'avvocato Randazzo, abbiamo voluto parlarne proprio con Di Guardo, presente nella lista Lealtà e Condivisione.

Ingegnere, ci descrive preliminarmente la situazione idrica del nostro territorio?

L’acquedotto della città di Siracusa, allo stato attuale, è alimentato per la maggior parte, corrispondente a circa 500 litri al secondo, da due campi pozzi denominati rispettivamente Dammusi e San Nicola, posti nella zona fociale del fiume Anapo, a pochi chilometri dal mare.

Nel 1996 è stato aperto e messo in funzione un altro campo pozzi, denominato Reimann, in un terreno di proprietà comunale in località Case Bianche, situato anch’esso nella zona bassa della valle dell’Anapo, pochi chilometri più a nord-ovest rispetto a Dammusi e San Nicola.

Altri pozzi d’importanza minore, sparsi per il territorio, contribuiscono all’alimentazione generale dell’acquedotto.

I due campi pozzi principali, che forniscono circa il 60% della prodotta acqua, escavati e utilizzati da almeno trenta anni, pescano in una falda profonda che mostra gravi e preoccupanti segni di sovra sfruttamento e di disequilibrio idrogeologico, resi evidenti da tenori di cloruro pari mediamente a oltre 600 ppm.

La falda profonda, in queste zone, dovrebbe essere protetta da infiltrazione di acque marine o salmastre, perché la natura aveva “predisposto”, per tentare di evitare l’inquinamento salino, al momento della deposizione degli strati geologici, l’interposizione di una barriera argillosa impermeabile, ostacolo teoricamente insormontabile da parte del mare.

La realizzazione in tempi recenti di numerosissimi pozzi, eseguiti e funzionanti in gran parte al di fuori del controllo degli Enti preposti, con finestrature in tutti i livelli utili, al di sopra e al di sotto lo strato argilloso, ha contribuito a mettere in contatto la falda superficiale, molto vulnerabile all’ingressione marina, con la falda profonda, apparentemente protetta da essa.

In questo modo, attraverso i fori dei pozzi, ma non soltanto attraverso di essi, l’acqua del mare ha potuto fare il suo ingresso nella falda profonda, e conseguentemente nei rubinetti dei cittadini di Siracusa.

Un dissesto ecologico che parte da lontano, giusto?

Già agli inizi degli anni ‘80, il fenomeno era chiaro in tutto il suo drammatico significato; nel corso degli ultimi trenta anni si è registrato il progressivo abbassamento dei livelli statici e dinamici di tutti i pozzi della zona, coincidente con i maggiori prelievi richiesti da usi idropotabili, agricoli e industriali.

In generale il tenore in cloruri cresce da ovest verso est: infatti, le acque provenienti dai bacini viciniori di monte, costituite prevalentemente da formazioni vulcaniche cretaciche o mioceniche di Monte Lauro, possiedono modestissimi tenori di cloruro, e ovviamente calcio, essendo i terreni vulcanici privi di questi due elementi e formati da minerali silicei poco solubili. Pertanto cloruri e durezza, i due parametri che con il sodio, associato al cloruro, affliggono le analisi delle acque di Siracusa tendono a raggiungere valori ottimali, paragonabili a quelli delle migliori acque minerali spostandosi da est verso ovest, lungo il corso del fiume Anapo.

E’ da notare come ancora oggi soltanto la zona strettamente fociale dell’Anapo, in corrispondenza dei campi pozzi San Nicola e Dammusi, sia drammaticamente inquinata da cloruri, mentre il campo pozzi Reimann, in località Case Bianche, pochi chilometri più a ovest, fornisce acqua con tenore in Cl non superiore a 100 ppm. In questi anni di funzionamento il campo pozzi Reimann è stato tenuto sotto costante osservazione e non sono stati notati indicative variazioni in alcuno dei parametri fisici, chimici o organolettici dei pozzi. Allo scopo di preservare la falda, qui il prelievo è limitato a circa 150 litri al secondo con solo tre pozzi utilizzati su cinque disponibili.

L’inquinamento da cloruri ha in realtà raggiunto anche siti relativamente lontani da Dammusi e San Nicola, e lo sfruttamento a uso industriale delle acque superficiali della fonte Ciane, per cui sono stati creati impianti, condotte, gallerie, etc., è cessato a causa dell’eccessivo richiamo di acque salmastre. In mancanza di adeguati sistemi di difesa della falda, di apertura di nuovi campi pozzi, e conseguente chiusura di Dammusi e San Nicola, e in generale di un razionale equilibrio nello sfruttamento idrico del sottobacino dell’Anapo e di corretto riutilizzo delle acque reflue, ora versate in mare per la stragrande maggioranza, la situazione è ancor di più destinata a evolvere in maniera negativa.

C’è anche da dire che l’abbassamento delle falde, in alcuni casi di circa 200 metri (aree a ovest della zona industriale di Priolo Gargallo Augusta), il deterioramento delle caratteristiche qualitative, l’insalinamento di un gran numero di pozzi a causa dell’eccessivo emungimento per usi industriali, ha portato alla riscoperta delle fonti superficiali, con immissione di massicci investimenti nel sistema acqua di Siracusa, primo fra tutti il Biviere di Lentini, costato circa mille miliardi delle vecchie lire.

Siamo in una situazione di non ritorno o è possibile intervenire?

È possibile! A condizione che possano essere riutilizzate le acque reflue del depuratore, evitando così di prelevare da falda circa dieci milioni di metri cubi annui, e che, in accordo con la legge Galli, sia rispettato il minimo vitale, non soltanto per le affluenze superficiali, ma anche per le falde profonde, con prelievi compatibili e armonizzati con le possibilità areali e idrauliche del bacino.

Il depuratore di Siracusa tratta dunque, allo stato attuale, circa dieci milioni di metri cubi annui di liquami ma il numero è destinato a crescere in tempi brevi con l’apertura della terza linea, oggi in fase avanzata di costruzione, ma le acque reflue sono accettate con grande difficoltà dal polo industriale e dall’agricoltura a causa dell’elevato tenore in cloruro; d’altra parte, questi enti usufruiscono di pozzi, alcuni escavati per profondità superiori a trecento metri, che forniscono acqua meno clorurata, sebbene anche queste fonti comincino a dare segni di affaticamento.

La raccolta attraverso il sistema fognario di acque con modesti contenuti in cloruro permetterebbe una più facile gestione dei reflui, con maggiori possibilità di accettazione da parte del polo chimico e dell’agricoltura, con il conseguente minor prelievo di risorse nobili dal territorio.

In definitiva, Siracusa è una città che non ha mai sofferto di mancanza di acqua, nemmeno nei periodi di maggiore siccità, ma il sistema scoordinato e scorretto di prelievi ha causato una situazione paradossale, per cui oggi nell’acquedotto cittadino circola acqua dichiarata non potabile, anche se il giudizio di non potabilità è relativo soltanto al tenore di sodio, in altre parole al sale.

Ed è proprio il gusto salino e terroso che rende l’acqua organoletticamente meno accettabile in una zona in cui, complessivamente, il bacino idrogeologico, se razionalmente sfruttato, può fornire le stesse quantità oggi prelevate, con elevati livelli organolettici e qualitativi.

Insomma, sembra di capire che gli effetti di una politica idraulica dissennata abbiano portato oggi alla necessità di una rivisitazione completa dell’assetto idraulico del bacino, dei prelievi e delle autorizzazioni.  Concretamente?

Appare ormai improcrastinabile, tra la riorganizzazione del sistema acquedottistico della città di Siracusa, realizzare quindi un nuovo campo pozzi e chiudere Dammusi e San Nicola. La zona individuata è quella di Carancino: il nuovo campo pozzi assicurerebbe una portata di 500 l/sec. tale da integrare le portate che verrebbero a mancare per la chiusura degli altri due, sebbene il nuovo campo pozzi insisterebbe sempre sullo stesso bacino e di conseguenza il richiamo dell’intrusione marina non sarebbe annullato: solo si sposterebbe più a monte, in un tempo più o meno lungo.

E dunque?

La vera soluzione è un intervento sul terminale dell’acquedotto Galermi (che ha una portata superiore ai 500 l/sec necessari) situato in Contrada Villa Monteforte. Da questo nodo partono tre derivazioni: una per la zona industriale, una per il Consorzio di Bonifica che si collega con l’acquedotto Ciane alla Galleria di valico e una consente l’immissione di emergenza nel vecchio canale Galermi.

Con un improponibile impiego di risorse?

No, non è così. Le opere necessarie sono in gran parte esistenti, come pure la stazione di sollevamento per il collegamento con i serbatoi di Bufalaro. Da realizzare sarebbe questo collegamento, un potabilizzatore per il controllo della qualità dell’acqua lungo il tracciato dell’acquedotto, un collegamento con i serbatoi Enel di Solarino per un'alimentazione integrativa di emergenza e, a monte del potabilizzatore, una vasca di accumulo di capacità adeguata per la modulazione del potabilizzatore.

La soluzione proposta, assolutamente perseguibile, presenta degli indubbi vantaggi sia sul piano economico sia sul piano qualitativo. I benefici ambientali attesi sono veramente notevoli.

Miscelando infatti le acque potabilizzate provenienti dalla vallata dell’Anapo con quelle dei pozzi rimasti in funzione, la qualità dell’acqua rispetterebbe i parametri previsti dalla legge.

Il miglioramento della qualità dell’acqua in ingresso alla città permetterebbe un conseguente invio del refluo alla zona industriale con l’utilizzo e/o l’invio allo scarico tramite la condotta sottomarina della IAS e, di conseguenza, migliorerebbe finalmente anche la situazione del porto di Siracusa.