Paolo Borrometi tra i ragazzi del Corbino racconta la mafia. Fa nomi e cognomi il coraggioso giornalista, costretto a vivere sotto scorta per le minacce di morte

La Civetta di Minerva, 25 maggio 2018

Incontrare Paolo Borrometi, invitato al liceo O.M. Corbino di Siracusa e dal dirigente Lilli Fronte, è stata per i giovani presenti una grande occasione. Un ragazzo, un professionista, un giornalista impegnato che rifiuta la parola eroe e preferisce quella più semplice di giornalista col compito di raccontare sempre la verità.

Per far comprendere le sue scelte Borrometi racconta ai giovani il suo incontro con la storia: bambino di pochi anni nel 1992, ricorda, assieme a un’intera generazione il colore rosso dell’asfalto, le prime immagini di quel 23 maggio quando, cercando di farsi spazio tra i grandi, cercava di vedere e capire cosa fosse accaduto. La morte di un magistrato e un attentato spaventoso per incutere paura. Poi l’incontro tra i banchi di scuola con la storia di Giovanni Spampinato, cronista brillante e scrupoloso, corrispondente da Ragusa del quotidiano l’Ora di Palermo, che aveva svolto inchieste a Ragusa, Siracusa e Catania sulle sospette attività di neofascisti locali. E poi, dinanzi alle ipocrite affermazioni che la mafia non esiste, Borrometi inizia invece ad interessarsi della sua Scicli, allargando il raggio verso le province ricche di Siracusa e Ragusa. Province con la più alta percentuale di sportelli bancari in Italia: uno ogni 2.043 persone. 

La prima inchiesta giornalistica è sul comune di Scicli dove gli attacchini obbligavano i candidati, in maniera bipartisan, a dare loro i manifesti e a pagare un euro per ognuno. Quegli stessi attacchini divennero responsabili della nettezza urbana di Scicli; poi l’inchiesta si allarga all’agroalimentare. Racconta delle prime minacce: la macchina rigata col punteruolo e con la scritta di stare attento, le prime telefonate minacciose e l’aggressione fisica che gli procurò una spalla frantumata in tre parti, e la presa di consapevolezza che era arrivato a un bivio: cedere o continuare a svolgere il proprio dovere. “Ho capito in quel momento che se avessi smesso non solo avrei perso io e vinto loro ma avremmo perso tutti”.

Dopo il tentativo di dar fuoco alla sua casa è finito sotto scorta e si è dovuto allontanare dalla sua terra, dalla sua Isola, dai suoi affetti ma ha sempre continuato a scrivere. Racconta del giornale cartaceo per il quale scriveva ed il suo addio alla testata quando il direttore disse che la mafia a Ragusa non c’era e l’idea del giornale line, La Spia, che se per i mafiosi ha un significato negativo, diviene per Borrometi una provocazione, un elemento di forza.

Paolo Borrometi racconta i fatti con una semplicità sorprendente e colpisce al cuore i giovani per il tono sempre colloquiale, la battuta pronta, la capacità di spiegare il vero ruolo del giornalista: si può scegliere da che parte stare attraverso la conoscenza alla quale si arriva con lo studio e l’informazione. Ricorda Borrometi che anche per lui iniziò la campagna diffamatoria dopo l’agguato perché le organizzazioni mafiose hanno sempre cercato di delegittimare l’impegno banalizzando i fatti. Proprio come accadde a Falcone che, scampato all’attentato dell’Addaura, fu costretto a dire in un’intervista in televisione, con un’amarezza enorme, che questa è una terra nella quale per essere creduti bisogna morire.  Borrometi critica le fiction scellerate: ma qual è l’onore ed il rispetto di chi uccide donne e bambini? Basta pensare a Giuseppe Di Matteo, rapito all’uscita del maneggio da due falsi poliziotti, tenuto 200 giorni in prigionia e sciolto nell’acido. Fa nomi e cognomi Borrometi: dal capo boss siracusano che fa uccidere un collaboratore di giustizia e che chiede che la madre di quest’ultimo sia sfregiata con l’acido, all’opera straordinaria delle forze dell’ordine che hanno come unico obiettivo tutelare la vita dei cittadini; dalle attività imprenditoriali date a fuoco al racket delle carni di questa città.

Non dimentica la macchina incendiata al primo cittadino e dà una sferzata ai consiglieri comunali di Siracusa che per la responsabilità pubblica nell’esercizio delle loro funzioni non si possono permettere di sponsorizzare un mafioso o delinquente; ricorda l’impegno di giornalisti siracusani per scoperchiare il sistema e le mancate denunce in questa città nonostante il preoccupante fenomeno del racket; invita ad attenzionare le liste elettorali siracusane all’interno delle quali vi sono personaggi discutibili e pericolosi che rischiano di rappresentarci.

Paolo Borrometi spinge i giovani a riflettere: come può il singolo cittadino, un giovane, opporsi alla mafia? Applicando un consumo critico e non acquistando negli esercizi commerciali dei mafiosi; non accettando il voto clientelare; cambiando i nostri atteggiamenti quotidiani e lo scarso rispetto per le regole; imparando a rispettare i beni comuni; tornando ad indignarsi; avendo sempre la coscienza pulita tipica di chi compie correttamente il proprio dovere. Un po’ come rispose Giovanni Falcone ai giovani di una scuola durante un incontro: pagare il biglietto dell’autobus perché con piccoli gesti quotidiani si combattono l’illegalità e la mafia.

I giovani chiedono, vogliono sapere, capire come vive Borrometi oggi: “Vivo lo stravolgimento della quotidianità: non posso più andare a mare, a un concerto, a un cinema: è una vita difficile. Vivere sotto scorta vuol dire sacrificare parte della libertà fisica ma aver tutelato la libertà di parola e di pensiero. E di fare il proprio dovere. Scrivo nomi e cognomi perché dobbiamo sapere chi sono quando li incrociamo per strada e scegliere se abbassare la testa o tenerla alta e far capire che non siamo tutti uguali. E rifarei tutto perché il mio dovere è fare il giornalista”. Domande continue pongono i giovani alle quali Borrometi non si sottrae: dal rapporto tra mafia e uso di droghe leggere alla quale risponde che parte degli introiti vanno ai clan che ci comprano le armi con le quali uccidono, e li reinvestono in attività commerciali che fanno concorrenza sleale agli onesti; ai colletti bianchi, spesso professionisti che si fanno strumento delle mafie i cui guadagni fanno la stessa puzza di quelli dati ai mafiosi. Concede foto e risponde a tutti.

Poi via con la scorta verso un’altra scuola dove lo attendono altri giovani che rifletteranno sul ruolo del giornalista oggi e su ciò che vuol dire onestà intellettuale. E noi della Civetta su questo tema la sappiamo lunga…

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