Intervista allo scrittore: “Dedicato a coloro che continuano a conservare l’inestimabile essenza di eterna bellezza”, “E’ la metafora della vita di ognuno di noi”

La Civetta di Minerva, 13 aprile 2018

Domenica 15 aprile alle 18, presso il Centro Pio La Torre di Piazza Santa Lucia a Siracusa, si terrà una presentazione letteraria che vede protagonista una delle penne de “La Civetta di Minerva”, ovvero Duccio Di Stefano: il redattore, che spesso e volentieri affronta tematiche sociali e con passione relaziona di sport, stavolta si offrirà al pubblico in veste di autore. Ha scritto infatti, per i tipi di Carthago edizioni, un romanzo intitolato “L’angelo di pietra”. I relatori saranno Corrado Morale – imprenditore e scrittore, autore della prefazione –, il nostro Franco Oddo, direttore del quindicinale “La Civetta di Minerva”, Marco Agostini e Stefania Intelisano, docenti rispettivamente di Italiano e Latino presso il Liceo Scientifico “Luigi Einaudi” e di Inglese presso l’Istituto tecnico commerciale per geometri “Salvatore Quasimodo”; sarà presente anche Giuseppe Pennisi per conto della casa editrice.

Non potevamo non rivolgere qualche domanda a Duccio Di Stefano, riservandoci di incontrare i nostri lettori alla presentazione.

Cosa rappresenta l’angelo di pietra? Un simbolo, una metafora...?

Sì, l’Angelo di pietra è un po’ la metafora della vita dei due ragazzi protagonisti della storia, ma è soprattutto la metafora della vita di ognuno di noi. Mi rendo conto che ormai è diventato banale rappresentare la vita come un viaggio, ma l’Angelo di pietra è proprio questo: il viaggio interiore che ognuno di noi dovrà comunque prima o poi fare, non potrà esimersi in eterno. Dovrà un giorno mettersi al cospetto del proprio Angelo, che ci presenterà il conto. Quante volte nella vita ci si è domandato quale fosse l’essenza della stessa, quale sia il bene più grande a cui aspiriamo, se quell’amore che viviamo è il nostro amore, quello da difendere e inseguire nella speranza che duri per sempre, o è l’ennesima illusione... Ecco, questo romanzo rappresenta forse lo specchio dove giocoforza dobbiamo prima o poi affacciarci tutti.

In quale genere collocheresti il tuo libro? Oppure lo vedi un testo trasversale?

Diciamo che questo romanzo non rientra esattamente in un genere specifico. Perché sostanzialmente è un inno all’amore, una lirica. E quindi dovrebbe essere catalogato nel genere sentimentale, ma è anche un percorso introspettivo che dipinge e rivela tutti i numerosi risvolti e le diverse sfumature psicologiche dei protagonisti, e allora potrebbe allo stesso modo essere catalogato fra i saggi. Nel frattempo però la storia spesso si lascia trasportare lascivamente anche nel vortice dell’incontro fisico, carnale, dei protagonisti, e allora qualcuno lo potrebbe definire persino erotico. Ma la conclusione presenta pure un misterioso intreccio tra il fato e la realtà vissuta, e quindi in questo caso sarebbe da mettere tra i fantasy. Quindi, no. Preferisco risponderti che questo libro, questa opera, non va collocato in nessun genere predefinito, ma è dedicato a chi, a dispetto degli ostacoli che la vita giornalmente ci propone, continua a conservare ed a preservare la sua inestimabile essenza di terrena bellezza. A chi parte perché decide di restare. A chi, semplicemente, non smette mai di esserci.

Quali sono stati i tuoi riferimenti letterari nello scriverlo? A chi ti ispiri?

Io ho sempre amato e mi sono ispirato agli scrittori innamorati e legati visceralmente alla loro identità territoriale. E quindi è facile risponderti citandoti Pirandello, il padre della drammaturgia e del racconto teatrale. Le sue “corruzioni dialettali”, come amava definirle lui, hanno fatto scuola per tutti gli scrittori di matrice mediterranea o latina in generale. Come appunto Camilleri, che mi rapisce per la descrizione e la narrazione dei luoghi, quasi ti facesse una foto e te la mettesse davanti agli occhi. Una foto che fatica a discostarsi dalle sue radici, che poi sono anche le nostre. Ma non posso non citarti anche autori stranieri, ma che comunque rientrano nella stessa tipologia di “scrittori carnali”, come Manuel Vásquez Montalbán, che mi è sempre piaciuto per la sua abilità narrativa nel descrivere le commedie umane e per come rende comprensibili le molteplici sfumature della personalità umana. E per finire non posso non citarti il Maestro Pablo Neruda: nelle sue poesie ci troviamo la vita di ognuno di noi. Non si può e non si deve rimanervi indifferenti.

Cos’è per te la scrittura? 

Probabilmente a questa domanda ti ho già risposto prima. E cioè che per me scrivere è viaggiare. È fare i conti con la nostra coscienza, è rapportarsi col nostro vissuto, relazionarsi coi nostri obiettivi. È specchiarsi nei nostri sogni. Per me scrivere è sempre stato come dipingere e cercare di raccontare la bellezza della vita, studiando le diverse sfumature dell’umano volere. La mia penna è come un pennello per i pittori o uno scalpello per gli scultori. Una magia, una magia che mi permette di esplorare e di esplorarmi, senza necessariamente andare dallo psicanalista. È soprattutto un modo gentile per esternare quanto di bello, o di artistico può esserci in me. Affinché tutta la poesia che si ha dentro possa essere letta, raccolta, conservata, riletta e fatta propria.