Intervista alla poetessa e scrittrice avolese Paola Liotta, docente: “Le parole aprono vie inesplorate, gettano ponti”

La Civetta di Minerva, 30 marzo 2018

Abbiamo incontrato per voi Paola Liotta, avolese, docente e scrittrice, organizzatrice culturale - insegna materie letterarie e latino nel Polo Liceale dell’Istituto Superiore Statale “E. Majorana”, scrive sia in versi che in prosa, cura nella sua città tè letterari, presenta libri ed eventi, cura il blog “Di scritture, di sogni e di chimere”.

L’occasione è l’uscita, per i tipi di Algra Editore, della raccolta poetica “La felicità è muta”, che verrà presentata nei locali della Biblioteca comunale “Giuseppe Bianca” di Avola l’11 aprile alle ore 18 – ancora una volta l’editore Alfio Grasso conferma la capacità di scouting dei talenti emergenti e l’accoglienza in “casa Algra” di penne già sperimentate (ricordiamo infatti i precedenti scritti della sensibile e raffinata autrice: “Del vento, e di dolci parole leggere”, del 2009; del 2011 è “Di Aretusa e altri versi”, menzione di merito al Premio Letterario Internazionale S. Quasimodo, e del 2013 è il suo primo romanzo “… ed era colma di felicità”; al Premio Pentèlite 2014 è giunto finalista il suo racconto “Miele, mandorle e cannella”; una sua raccolta di trenta “Madrigali e rime varie”  ha ricevuto una segnalazione di merito al Premio letterario Pietro Carrera, edizione del 2017, ed è  stata appena pubblicata con il titolo “La luce dell'inverno” dalla casa editrice “Il Convivio”).

Perché la felicità è muta?

Vorrei che lo scoprissero i lettori, leggendomi. Le liriche de “La felicità è muta” costituiscono un nuovo squarcio del mio percorso creativo dove, pur confermando la mia fiducia illimitata nel valore della parola, emerge una visione intimistica della Felicità, cioè legata al vissuto personale, seppure percepita quale tratto comune d’umanità, che agli altri ci riconduce. Felicità, parola abusata ai nostri giorni, che, però, qui incarna la scrittura stessa e le sue meravigliose energie.

Poesia è felicità o felicità è poesia?

Per me questi due termini si equivalgono e stanno alla Bellezza e al senso stesso del vivere. Ai miei versi corrisponde un amore per la vita che si traduce in testimonianza di gioia, oltre ogni fatica o difficoltà. Per dirla ungarettianamente “la poesia è Poesia quando porta in sé un segreto”, un segreto che sia intessuto di generosità e pura bellezza. Difficilmente il poeta pensa di essere tale, lo è nella misura in cui un’altra persona si riconoscerà nei suoi testi, cogliendone il dato universale.

Qual è il tuo rapporto con la scrittura?

Potrei condensarlo nella massima “Nulla dies sine linea”. È un rapporto vitale: ispirazione, passione, ricerca vi si intersecano e stimolano in reciprocità di intenti. Esso è vivo a partire dalla mia dimensione professionale, che si traduce nella prassi didattica, soprattutto sul versante laboratoriale e creativo. Versi e prosa rappresentano medaglie diverse di uno sguardo che ama spaziare dentro e fuori di sé, portando in superficie “il mondo l’umanità/ la propria vita/ fioriti dalla parola”.

Tè letterari, scuola, scrittura… come concili questi mondi?

Fanno parte di me e si alimentano a vicenda. La scrittura è davvero felicità se intesa come angolo privilegiato da cui meditare sul reale, a ritemprarsi da ogni discrasia, ma anche sfida vera e propria all’incomunicabilità e all’indifferenza, che sono grandi mali del nostro tempo. Le parole aprono vie inesplorate, gettano ponti verso l’altro, spalancano varchi nell’Infinito, ed io godo di precipitarmi in essi. Il mio amore profondo per i libri non può che riconoscersi ‘felice mente’ in tutto ciò.