Libro di Rosella Pastorino su Rosa Sauer, una delle dieci donne preposte a questo compito: l’alleanza, la solidarietà, le rivalità; ma anche l’amore…

 

La Civetta di Minerva, 16 marzo 2018

Il romanzo di Rosella Postorino “Le assaggiatrici” racconta la vita di una giovane donna, la protagonista, Rosa Sauer che diventa assaggiatrice di Hitler nell'ultimo periodo del Terzo Reich.

Il romanzo si ispira ad una storia vera che l'autrice ha scoperto casualmente e che ha trasformato in una storia che coinvolge totalmente il lettore. La protagonista non è una nazista né appartiene ad una famiglia nazista ma viene “scelta” dal sistema totalitario per diventarne parte in modo forzato.

Insieme ad altre nove donne, Rosa ogni giorno assaggerà i pasti destinati al Fuhrer e pur godendo della possibilità di mangiare cibi prelibati, rischia la morte.

Il cibo è quindi anche protagonista di questo romanzo, il cibo che nutre, che fa sopravvivere ma che da anche piacere, il cibo con cui si rischia di ingozzarsi, di stare male.

Insieme al cibo ci sono i luoghi, claustrofobici, la stanza chiusa in cui le assaggiatrici si ritrovano e in cui devono rimanere in osservazione anche dopo aver mangiato, attorniate dalle SS che non mostrano alcuna comprensione nei loro riguardi.

Ci sono poi i rapporti tra queste dieci donne, ognuna diversa, rapporti di alleanza, di solidarietà ma anche di rivalità.

C'è anche l'amore, che insieme al cibo, diventa l'unica possibilità per Rosa di sentirsi ancora “viva” dopo l'abbandono del marito. C'è la guerra, c'è la paura. Il lettore segue le vicende della Storia e dei personaggi, con le loro pulsioni e si interroga costantemente su quali alternative si potrebbero avere   per non sentirsi complici e colpevoli di fronte a ciò che sappiamo, essere il Male.

Tutto questo con una scrittura lineare, forte che contraddistingua Rosella Postorino e di cui aveva già dato prova in un suo precedente romanzo, “Il corpo docile” pubblicato con Einaudi, per cui è editor.

“A mensa aspettai che si sedessero le altre. La maggioranza tendeva ad occupare la sedia del giorno precedente; rimase libera quella di fronte a Leni, da allora fu mia. Dopo la colazione-latte e frutta- ci servirono il pranzo. Nel mio piatto, un pasticcio di asparagi. Col tempo avrei capito che somministrare combinazioni di cibo diverse a gruppi diversi era un'ulteriore procedura di controllo. Studiai la sala mensa - le finestre con le grate di ferro, l'uscita sul cortile costantemente piantonata da una guardia, le pareti senza quadri - come si studia un ambiente estraneo (…) Gli stivali delle SS dettavano il ritmo del pasto, scandivano il conto alla rovescia della nostra morte possibile. Che prelibatezza, questi asparagi, ma il veleno non è amaro? Ingoiavo, e mi si fermava il cuore”.