Il problema è sempre lo stesso: liste d’attesa troppo lunghe. “Come avete ottenuto ricovero e intervento?”, “Mio figlio è compagno di scuola della figlia di un chirurgo”

 

La Civetta di Minerva, 2 marzo 2018

Facendo un rapido bilancio sugli ultimi quattro anni di storia della medicina siracusana, a fronte di periodici annunci di soluzione di nodi e vecchi problemi, e vedi l’assunzione recente di precari che sono già prossimi alla pensione, questa città ci preoccupa sempre di più. Si assiste a una frenetica attività di pubblicizzazione in tutti i modi di quelle migliorie fortemente volute da chi dirige la baracca, quasi che fornire veline a tutte le testate giornalistiche serva a nascondere quello che tutti i cittadini vedono.

La medicina di famiglia è quella che, insieme agli ammalati, riceve le ferite più profonde da un sistema che non funziona da troppo tempo. La prima quotidiana preoccupazione che affligge chi fa il mio lavoro è di accedere alla diagnostica, cioè ai mezzi per capire quello che si nasconde dietro ai sintomi degli ammalati. Ormai giovani e adolescenti, con i loro piccoli e non impellenti problemi, sono rarità nei nostri studi. La popolazione invecchia rapidamente e, spesso, dietro sintomi apparentemente banali, si nascondono malattie di ogni tipo e gravità.

Distinguendo fra le categorie di pazienti, abbiamo che chi sia esente per reddito e patologie croniche abbia la netta convenienza a utilizzare la sanità pubblica. Il problema sta nelle liste di attesa. Potremmo riassumere lo stato attuale delle cose affermando: ”Ti dò una sanità gratuita a patto che tu ti tenga le tue sofferenze per tutto il tempo richiesto dalle disfunzioni preordinate nell’erogazione dei servizi”. Una condizione tipica dei servizi ignobili che si forniscono dalle nostre parti. Con la perfidia che per gli amici degli amici qualche cosa ancora per qualcuno si riesce a fare!

Alcune attese sono così assurdamente lunghe da scoraggiare qualsiasi volontà di servirsene. Peraltro le malattie, spesso, non sono così pazienti da dare il tempo al medico e all’ammalato di aspettare. Se il malato ha un gruzzoletto per le emergenze, sa già che lo deve spendere per la salute. Se non l’ha, sono guai per tutti. Anche per il medico e spiego il perché. Quando aspetti mesi per vedere gli esiti degli accertamenti sanitari ti possono succedere almeno due cose: se la malattia che ne vien fuori è banale, al massimo il paziente avrà sofferto un po’ più a lungo senza rischio, se la malattia è seria o grave cominciano i guai. La prima accusa che piove sul medico di famiglia è che doveva capirlo prima, in quel caso i soldi per gli accertamenti in qualche modo (prestiti, l’ennesimo mutuo..), a posteriori, si afferma che si sarebbero trovati.

Le liste di attesa, quindi, richiedono l’esistenza di medici speciali. Non devono solo essere bravi, attenti, disponibili: occorre avere potenti capacità divinatorie!

La categoria più numerosa di pazienti è quella che paga gli sfacciati ticket sanitari siciliani, fra i più cari d’Italia. E’ una categoria variegata perché non omogenea. Vi è chi a mala pena chiude il mese, chi è costretto a far debiti, chi riesce ancora ad avere un tenore di vita accettabile.

I più esperti e intraprendenti sanno già che di fronte ad una malattia mediamente pericolosa devono andare a pagare quasi tutto. Il confronto fra tempi di attesa, pessima qualità dei servizi pubblici, scarsa attenzione per il malato, l’esborso di cifre non indifferenti e le braccia del privato in sanità, addestrato a captare ogni piccola risorsa, non regge: si spenderà di più ma si farà più in fretta.

Non entro nel merito della qualità delle prestazioni sia pubbliche che private. Spesso è lo stesso soggetto che eroga queste e quelle. Chi, potendolo, non fa nulla per risolvere il problema è responsabile e complice di quel che accade. Non mi riferisco solo ai vertici della sanità siracusana ma ai politici che si sono succeduti in questi decenni. Non si può dire che il problema sanità a Siracusa non sia vecchio, incancrenito e non abbia un impatto fatale sui cittadini.

IL PRONTO SOCCORSO, AHIMÈ! - Sia ben chiaro che non lavorerei neanche per il triplo dello stipendio presso questo presidio. Non ho le spalle così larghe da sopportare un carico di lavoro così grande e di mettere la mia faccia al posto di chi ha fatto in modo che l’ospedale sia stato scarnificato e che sia l’opposto di un luogo accogliente per chi soffre. Sia ancora più chiaro che non posso e non voglio dare giudizi sulla qualità delle prestazioni che lì sono erogate ai cittadini.

E’ necessario precisare che chi scrive è costretto a stare su una barricata opposta (il Territorio) per tutto il giorno e non gode della bilocazione. Premesso questo, riferisco quanto mi raccontano i miei pazienti che vi si recano. Attese mai inferiori alle quattro ore. Indisponibilità pressoché totale di posti letto, eroici tentativi di risolvere quadri importanti di malattie minacciose con miniricoveri in medicina d’urgenza in piena promiscuità. Dimissioni rapidissime, mettendo ammalati gravi nelle braccia di una sanità territoriale totalmente inadeguata ad accoglierli, costringendo i familiari a esborsi importanti per assicurare le cure a casa, servizi pubblici di assistenza domiciliare integrata (ADI) assolutamente fatti di compilazione infinita di moduli, lentissimi ad attivarsi e con chiusure arbitrarie del servizio stesso, senza l’assenso del curante.

Eppure, nonostante la gravità di quanto affermo, quello che mi brucia di più è l’enorme rischio che io corro insieme al paziente quando i sintomi e le mie sensazioni di probabile gravità non sono condivisi dai colleghi del pronto soccorso. Posso capire che il non avere fisicamente un letto libero in alcun reparto sia un fatto insuperabile, che nelle condizioni lavorative assurde in cui operano i medici del pronto soccorso non vi sia la serenità di valutare bene certe situazioni, che il cambio del turno in una bolgia di persone che richiedono il soccorso possa ingenerare equivoci sulla storia clinica di una persona che sta in barella da molte ore in attesa di una diagnosi, ma certi episodi si ripetono da troppo tempo e gridano vendetta.

Far tornare a casa dopo una terapia medica (?) per quattro volte in una settimana un perforato del colon, tranne poi operarlo di notte in urgenza, quasi rimproverandolo di non averlo fatto prima, è cosa che puzza troppo.

Rimandare a casa dopo qualche ora una signora che ha violenti dolori addominali e un grosso versamento peritoneale d’ignota origine mi sembra sia sullo stesso piano. Non so cosa accadrà ma la signora ha qualcosa di grave. Spero si arrivi in tempo ma, anche pagando, sul territorio una semplice TAC dell’addome richiede due settimane d’attesa. Ce la farà a sopravvivere fino a quando qualcuno si renderà conto che occorre un ricovero per fare la diagnosi? A cosa serve l’ospedale? Dopo diverse ore passate in osservazione, in attesa di un miglioramento temporaneo quanto illusorio, la signora viene rimandata a casa dopo poche ore. Eppure ha alle spalle due settimane di atroci dolori. Rimandata a chi? A un mago che di domenica con una sola mano sull’addome capirà cosa si nasconde dietro i preoccupanti sintomi peritoneali? A un mancato mago che non può ordinare un ricovero e neanche pagando diagnostica radiologica evoluta e specialisti vari riuscirà a far diagnosi raramente prima di un mese?

Se un ospedale per malati complessi e acuti nella maggior parte delle evenienze non ha possibilità di ricovero, va chiuso? Non era simpatica la vecchia tecnica del terrorismo sui malati acuti non dimettibili di proporre ai parenti di spostarli per mancanza di posti letto sugli ospedali della provincia. In questi casi i familiari e il malato stesso sono indotti a rinunciare al proprio diritto d’essere ricoverati e tornano malconci a casa dove le complicanze renderanno ancor più grave la situazione.

Insomma, non vedo una responsabilità di singoli perché di opere meritorie e professionalità elevate nel pronto soccorso e in ospedale ne vedo tantissime. Non saprei a questo punto con chi prendermela. Certo che per fare bene il mio lavoro ho bisogno di un ospedale che faccia il suo dovere. Non mi servono le lodi di chi ha fatto bene quasi tutto, meno che mai la brutta abitudine di dire che tutto va bene. Non è vero! Tutto va ancor peggio di prima!

P.S. - Avevo tanta preoccupazione per la signora respinta nonostante la violenza e la gravità del quadro clinico. Quando ho chiuso a tarda notte il mio terrorizzante lunedì di lavoro ho telefonato ai familiari per sapere come stesse l’ammalata. Era già sotto i ferri in urgenza. “L’hanno ricoverata finalmente al Pronto soccorso?”, ho chiesto. “No, ci siamo rimasti troppo male quando l’hanno rimandata a casa, non siamo più voluti andare”, ha risposto la figlia. “Come ha fatto allora a essere ricoverata e subito operata? “ho domandato”. Mi vergogno persino a dirlo; se mio figlio, preoccupato dalle condizioni della nonna che urlava dal dolore, non avesse chiesto a una compagna di scuola, figlia di un famoso chirurgo dell’Ospedale, di farla visitare al padre, noi avremmo perso mia madre!”

Il mio collega, bestemmiando, ha dovuto ricoverarla in urgenza, espletare gli accertamenti più impellenti, intervenire in laparoscopia per chiarire un quadro molto difficile da interpretare e… speriamo tutti di poter fare ancora qualcosa per salvarla, la situazione è ancora in evoluzione.

Ne deduco che, ancora una volta, più che scienza e coscienza a Siracusa poté la “conoscenza”!