Larga disamina di Tati Sgarlata, Lo Giudice (PD), Patti (Verdi), gli on. Zappulla (MdP). Zito (M5S) e Gentile (SI). Il prof. Tonino Perna (univ. Messina): “All’euro si potrebbero affiancare monete complementari”

 

La Civetta di Minerva, 2 febbraio 2018

Su iniziativa di Siracusa Resiliente si è svolto, venerdì 26 gennaio nel salone di Via Arsenale, gentilmente messo a disposizione dalla Cisl, un interessante Convegno su Banche, Economia e Finanze nel terzo millennio. Ha introdotto i lavori e svolto la funzione di moderatore Tati Sgarlata, coordinatore del gruppo. Hanno partecipato alcuni politici del territorio, che in precedenza avevano avuto incontri bilaterali con esponenti di SRRS e discusso con loro un documento contenente Otto Proposte per la riduzione del debito, per la riforma del sistema bancario e per un rilancio dell’economia: (in ordine alfabetico) Raffaele Gentile, Alessio Lo Giudice, Giuseppe Patti, Stefano Zito, Pippo Zappulla; era assente per sopraggiunti impegni Sofia Amoddio. Ha svolto una breve presentazione dei principali temi contenuti nel documento Concetto Rossitto. Per la conoscenza degli altri e per ottenere l’intero documento i partecipanti al Convegno sono stati invitati a lasciare i loro indirizzi e-mail. Subito dopo ha svolto una interessantissima relazione il Prof. Tonino Perna, economista e docente universitario, che, dopo il successivo dibattito, ha risposto agli interventi dei convenuti presenti in sala.

Gli interventi dei politici - Tutti i politici sopra citati, dopo aver partecipato agli incontri bilaterali, avevano compilato un questionario, rivelando di condividere la stragrande maggioranza dei temi e delle azioni ipotizzate per sollecitare un dibattito finalizzato alla ricerca di soluzioni della difficile problematica. E sono stati espressamente invitati a confermare coram populo, in sede di Convegno, la loro posizione di assenso rispetto alle proposte e ad esprimere un impegno in merito al tentativo di inserirle nel dibattito programmaticoo delle loro formazioni politiche.

Molti di loro, pur mostrando apprezzamento per il merito e il metodo del Convegno, hanno preferito limitarsi ad esprimere alcune considerazioni (interessanti!) su aspetti particolari della crisi in atto. Taluni hanno invocato un cambiamento di prospettive della politica e del ruolo dell’Unione. Probabilmente non credono troppo nella possibilità loro personale e di gruppi di cittadini di sollecitare le forze politiche ad un dibattito su temi specifici e su ipotesi e proposte particolari.

Solo da Stefano Zito si sono avute rassicurazioni (e fornitura di prova scritta: estratto del programma pentastellato) circa la presenza della separazione delle banche tra gli obiettivi del M5S. Non solo: egli ha anche comunicato che il Movimento ha tra i suoi obiettivi programmatici nazionali l’istituzione di una banca pubblica per finanziare investimenti. Ha aggiunto che il M5S si sta battendo, a Palermo, per ottenere un audit sul debito (per verificare la genesi e la possibilità di riduzione del debito regionale).

Raffaele Gentile sostiene che sarebbe impossibile o folle tentare di entrare nel merito di tante proposte attinenti a un tema enorme. Si limita pertanto a proporre alcune riflessioni: la globalizzazione è stata una grandissima idea ma, mentre doveva servire a creare più eguaglianza nel mondo, ha invece propiziato arricchimenti smodati e diseguaglianze crescenti. E la socialdemocrazia o la sinistra in genere (cioè la parte politica che ha come propria ragione d’essere la realizzazione del welfare diffuso) è in crisi un po’ dappertutto. Le risorse non sono più orientate al welfare ma fluiscono in profitti. Il mantenimento del livello di vita raggiunto dai paesi in cui lo sviluppo procedeva di pari passo con il benessere oggi è a rischio: oggi si sviluppano di più i paesi in cui c’è meno cura del welfare. Il protezionismo di Trump è una risposta sbagliata a un problema vero. Il nodo della questione va individuato nel meccanismo della finanziarizzazione estrema dell’economia. 

Pippo Zappulla, col dichiarato intento di essere sintetico, individua tre criticità nella situazione attuale: mancanza di una politica europea in tema di sicurezza sociale; analoga mancanza di una politica europea su sviluppo e tutele del lavoro; assenza di una seria politica finanziaria. Quella che c’è è lacunosa e, per certi aspetti, “creativa”. Egli esprime preoccupazioni per la tenuta del sistema. Manca una valida politica del credito. Ci siamo trovati nella peggiore recessione del dopoguerra, con una produzione diminuita e una disoccupazione raddoppiata. E ciò rischia di mettere in crisi la fiducia e la legittimazione dell’Unione. La finanziarizzazione dell’economia comporta poco PIL e poco lavoro. La competizione ci sta portando a competere giocando al ribasso. Bisogna ribaltare questo orientamento e porre la finanza al servizio dell’economia reale e della società.

Giuseppe Patti prende le mosse dalla disuguaglianza crescente nel mondo e cita i dati Oxfam. Sostiene che occorre una resilienza sociale per contrastare i processi economici in atto di concentrazione della ricchezza e di aumento della disuguaglianza. Cita l’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco e il pensiero di Alexander Langer. Conclude con un piccolo esempio di resilienza nonché di ripensamento dell’economia locale, praticata dal basso: l’esperienza del mercato del venerdì e degli orti sociali. 

Alessio Lo Giudice apprezza l’iniziativa nel metodo e nel merito. E individua complessivamente nelle proposte di SRRS un denominatore comune: il desiderio che la finanza sia riportata al servizio dell’economia e che i processi decisionali tornino ad essere orientati dalla politica. La necessità di far fronte ai vari aspetti della complessa crisi, le varie ipotesi di interventi “tecnici”, l’esigenza di riarmonizzare i livelli retributivi, l’auspicabile introduzione di una tassazione delle transazioni finanziarie, ecc. si tengono insieme solo se si riesce a ripristinare la capacità della politica di orientare e pilotare i processi. Ciò è possibile se si interviene a livello europeo per un recupero delle funzioni che devono essere svolte dalla politica e non imposte ad essa dal mercato o dall’attuale assetto economico. Ad esempio, un sistema di solidarietà dovrebbe essere realizzato a dimensione europea. Sarebbe auspicabile dare all’Unione una competenza sulle politiche sociali, per evitare di sentirsi dire da un professore come Prodi che la tal cosa non si può fare perché il bilancio o le politiche economiche dell’Unione sono di ostacolo. Occorre cambiare le funzioni di questa Europa. 

Nella sua relazione (sulla quale si potrà tornare a scrivere in dettaglio in altro numero della Civetta) il prof. Tonino Perna ha più volte espresso apprezzamento per la serietà degli argomenti e delle proposte di Siracusa Resiliente, ne ha illustrato la logica, ne ha spiegato la piena aderenza alla drammatica situazione attuale.

Puntuali e illuminanti le sue risposte agli interventi del pubblico presente in sala. A qualcuno, che ha ingenuamente riproposto l’uscita dall’euro, ha fatto presente le conseguenze anche negative che tale esodo comporterebbe. Ha proposto invece una soluzione interessante: alla moneta unica potrebbero essere affiancate monete complementari di uso territoriale, già realizzabili a quadro normativo invariato e già realizzate in alcune regioni. In Sardegna, ad esempio, esiste il sardex. Il prof. Perna è stato l’artefice di una moneta complementare per il Parco della Calabria. La doppia circolazione  consentirebbe di accrescere risorse monetarie per le economie locali, sopperendo alle inefficienze del Q.E. che ha alimentato soprattutto la disponibilità di moneta dirottata verso il sovramondo della finanza speculativa.

Quanto alle difficoltà derivanti, per la moneta unica, dal fatto di essere utilizzata da Stati caratterizzati da asimmetrie, il relatore ha precisato che è ingiustificabile ogni posizione dogmatica: anche gli USA sono Stati diversi e con asimmetrie e tuttavia questo non impedisce loro di tenersi il dollaro.

Le asimmetrie e gli scompensi nell’import-export non devono motivare tentazioni di exit ma ispirare interventi politici di correzione dell’esistente. Il compito della politica è risolvere i problemi, non spaccare e distruggere. Soprattutto dopo l’esperienza della brexit, gli altri stati europei si guarderanno bene dal ripercorrere quella strada, ma cercheranno altre soluzioni (necessarie) all’interno dell’Unione.

 

 

Le 8 proposte di Siracusa Resiliente su cui si è svolto il confronto

La Civetta di Minerva, 2 febbraio 2018

La seconda proposta è realizzabile dallo Stato italiano a normativa vigente: si tratterebbe di emettere un certo quantitativo di BOT di scopo per reperire risorse finalizzate alle politiche occupazionali. Tutte le altre spese sarebbero da programmare nel rispetto della norma del 3% (per altro arbitraria e buffa nella sua genesi ma assurdamente elevata a dogma). Al di fuori di tale limite si potrebbero programmare, ai sensi dell’art. 3 comma 3 del trattato di stabilità, spese per «circostanze eccezionali»  non computabili come grandezza incidente sul deficit ammissibile (3% del PIL).

La rilevanza delle questioni proposte da SRRS è notevole: la crisi attuale è nata nelle banche (mutui sub-prime), si è estesa, ha assunto aspetti sociali drammatici e non può ancora dirsi risolta. In particolare non è stato ancora assunto un provvedimento indispensabile per sterilizzare la principale causa.

Il primo suggerimento (segnalato da tanti e condiviso da SRRS) consiste nel ripristino della netta distinzione di ruoli tra banche di affari/investimenti e banche di credito/risparmio, che fu introdotta nel 1933 (dopo la crisi del ’29) e irresponsabilmente cancellata nel clima di euforia neoliberista dell’ultimo ventennio del secolo scorso. SRRS propone all’attenzione delle forze politiche la necessità di dibattere tale tema e di valutare una opportuna o necessaria riedizione della legge (Glass Steagall Act) che introdusse la separazione in questione.

Analizzata la genesi del debito e il suo abnorme sviluppo nell’ultimo venticinquennio, pur in presenza di un costante avanzo primario, SRRS ha individuato nel montare degli interessi la ragione principale di causa della crescita dell’indebitamento. Ed ha correlato tale dinamica alla irrazionale procedura di creazione monetaria, affidata a un sistema bancario uno e trino, sostanzialmente privato, anche se le banche nazionali (solo di nome, ma possedute dalle sottostanti banche che dovrebbero efficacemente controllare) operano sotto la copertura del diritto pubblico. È paradossale la situazione di conflitto di interessi che è insita nel pernicioso rapporto tra le banche di un sistema piramidale a tre livelli:  le principali banche del livello più basso possiedono, in quote diverse, le banche centrali nazionali (dalle quali dovrebbero essere controllate) e queste ultime, a loro volta, possiedono le varie quote della BCE (anch’essa di proprietà privata), al vertice del sistema che essa dovrebbe controllare. L’istituto bancario controllore è posseduto dalle banche controllate!  Basterebbe nazionalizzare le varie banche centrali (oggi nazionali solo di nome), per rendere istituzione pubblica a tutti gli effetti la BCE da esse posseduta. In tal modo si porrebbero le necessarie premesse per controlli più efficaci, avulsi dagli attuali conflitti d’interesse.  Da questa necessaria precisazione scaturiscono i successivi suggerimenti.

Terzo suggerimento: modifiche normative della UE e dello Statuto della BCE e del SEBC. Basterebbe ritoccare il trattato istitutivo dell’Unione ed il regolamento della BCE e del SEBC per modificare la procedura di emissione monetaria, che potrebbe essere realizzata secondo tre modalità innovative ipotizzate nel documento. La modifica massima prevede il trasferimento diretto (per semplice consegna) della moneta creata agli Stati (in rapporto alla loro consistenza demografica); la riforma più blanda contempla la possibilità di un semplice prestito diretto (a tasso di sconto, oggi pari a zero) sia alle banche che agli Stati. Questi ultimi oggi sono penalizzati dal disposto dell’art. 123 del Trattato UE, in base al quale la BCE non può concedere moneta in prestito direttamente agli Stati membri, a tasso minimo o addirittura a zero interessi. E infatti essa può solo acquisire BOT sul mercato secondario, come sta avvenendo con il QE di Draghi. Questa riforma blanda consentirebbe agli Stati di avere con la BCE un rapporto piuttosto simile a quello esistente tra bankitalia e Tesoro prima del famoso divorzio del 1981, che espose il nostro Stato all’alea degli interessi di mercato, provocando indirettamente una insostenibile esplosione di interessi. 

Il quarto suggerimento (collegato al precedente) consiste nel recupero della sovranità monetaria da parte degli Stati dell’eurozona. Che non vuol dire affatto lasciare l’euro. Basterebbe eliminare il paradosso dei paradossi. La moneta attuale (priva di base aurea) ha valore solo ope legis: è la legge degli Stati che conferisce valore alle banconote create dalla BCE. Perché mai gli Stati devono continuare a prendere in prestito (ad interessi di mercato e non a tasso minimo o a tasso zero) quella moneta che acquista valore grazie alla legge degli stessi Stati? Una volta nazionalizzate le Banche Centrali Nazionali e, conseguentemente, resa di proprietà pubblica la BCE, sarebbe facile rivederne il regolamento e imporle di consegnare la moneta prodotta ai singoli Stati della UE, in proporzione alla loro consistenza demografia. Si eviterebbe così, per il futuro, uno dei fattori strutturali dell’indebitamento. Né vale obiettare che in tal modo gli Stati imporrebbero una produzione eccessiva di moneta, determinando inflazione. L’autonomia decisionale dei vertici della BCE (decisori tecnici su questo argomento) è già abbastanza garantita. E nulla vieterebbe di rafforzare ulteriormente tale autonomia sul quantum di moneta da emettere. Ma la loro missione non sarebbe più quella di curare gli interessi di un sistema bancario privato bensì quella di aver cura del bene comune, senza contribuire a indebitare gli Stati per dettarne poi le politiche economiche tenendoli al guinzaglio del debito, usato come arma di ricatto.

Il quinto suggerimento di SRRS avrebbe invece effetti sul debito pregresso e porterebbe alla cancellazione (indolore) di una parte di esso: quella definibile “debito-indebito”.  È indiscutibile che gli Stati debbano restituire ai risparmiatori privati il valore dei loro BOT e CCT coi relativi interessi. Ma essi potrebbero imporre alle banche di “restituire” alla BCE (in tutto o in parte) il valore della moneta presa in prestito sino ad oggi, semplicemente consegnando ad essa tutti i BOT e i CCT da esse detenuti. Si stima che ammontino ad un terzo o alla metà del debito pubblico. Ovviamente le banche otterrebbero come contropartita la restituzione di un pari importo dei titoli del debito (fittizio) contratto nei confronti della BCE per la moneta presa in prestito nel corso del tempo. In tal modo le banche non si priverebbero della loro liquidità, bensì di titoli del debito pubblico che permettono ad esse di lucrare, parassitariamente, un differenziale di interessi tra quanto dovuto oggi alla BCE per la moneta presa in prestito (zero) e gli interessi di mercato pagati dagli Stati per i BOT detenuti dalle banche.  Poiché la moneta creata è allocata (convenzionalmente!) fra i debiti della BCE, una semplice elisione di importi uguali e contrari ridurrebbe in misura consistente il debito pubblico degli Stati. I quali non sarebbero più costretti a dissanguarsi (come prevede il fiscal compact) per ridurre il loro debito in vent’anni con salassi annuali insopportabili. Per l’Italia la rata annuale di tale restituzione prevista dal fiscal compact è di circa 50 MLD l’anno (per vent’anni). Esborso che si aggiunge a quello pagato annualmente per gli interessi sul debito. Quanto è più razionale l’ipotesi suggerita da SRRS?

Sin qui la presentazione di Concetto Rossitto, contenuta nei tempi stabiliti. Le altre proposte leggibili nel documento riguardano:

6) L’eliminazione della dark money.  Attualmente le banche creano moneta virtuale tutte le volte che concedono un prestito sotto forma di disponibilità accreditata su un conto corrente. Su quella massa monetaria, che non esiste realmente e che le banche creano dal nulla (limitandosi a far fronte alla circolazione di essa, da un conto all’altro, attraverso compensazioni all’interno del sistema bancario, tecnicamente definite clearing), esse lucrano interessi reali consistenti senza nulla sborsare agli Stati. Sarebbe possibile costringere le banche a versare agli Stati un interesse minimo su tale moneta virtuale o contabile e, nel contempo, controllarne anche la quantità (per motivi prudenziali). Una creazione illimitata di tale moneta virtuale droga il finanzcapitalismo.

7) Una riduzione ed armonizzazione dei livelli retributivi.  Da realizzare inizialmente nel pubblico e, successivamente, da implementare nel privato con una serie di norme di indirizzo. Tra i dettagli interessanti anche il suggerimento di retribuire gli operatori della finanza creativa (ideatori e confezionatori di derivati, cdo o collateralized debt obligation e sim.) con un trattamento costituito soprattutto da quegli stessi titoli e prodotti esoterici da essi creati; tale quota di stipendio differito dovrebbe essere trattenuta in depositi vincolati per vari anni; ciò renderebbe o dovrebbe rendere più accorti e prudenti i creativi che in passato hanno operato e continuano ancor oggi ad operare con eccessiva disinvoltura o con criminale indifferenza rispetto ai danni che producono o alle bombe ad orologeria che disseminano nel sistema economico-finanziario.

L’ottava proposta riguarda la famosa TTF (tassa sulle transazioni finanziarie) o Tobin tax, sostenuta con varianti dal prof Tobin (suo ideatore) nonché da associazioni varie, tra cui ATTAC, e dalla campagna “zerozerocinque” (di cui è coordinatore il prof. Becchetti) e caldeggiata inutilmente anche dal Parlamento Europeo.  Si tratterebbe di ridurre le tasse attuali (a partire da quelle sul lavoro) compensando il mancato gettito attraverso una tassazione delle transazioni finanziarie, al fine di scoraggiare quelle meramente speculative (ad alta frequenza). Ciò sortirebbe anche l’effetto di far rifluire risorse verso gli investimenti nell’economia reale, produttrice non solo di profitti ma anche di opportunità di lavoro.