Un accordo, senza i necessari pareri, con privati che hanno trasformato uno stabilimento balneare in locale notturno, con un canone risibile per l’amministrazione

 

La Civetta di Minerva, 2 febbraio 2018

La spiaggia di Cala Rossa, ultima trincea delle associazioni ambientaliste e di tanti cittadini, non necessariamente ortigiani, che domani mattina occuperanno simbolicamente, con ombrelloni e teli da mare, quel lembo di sabbia che da un paio d'anni è diventato uno dei luoghi più fotografati di Ortigia: scenario di giorni d'estate che a Siracusa quasi miracolosamente irrompono nei mesi invernali, esempio di come sia possibile condividere e amare un "bene comune", espressione di una fruizione democratica assolutamente libera e gratuita senza distinzione di appartenenza di classe.

Su Cala Rossa si potrebbe scrivere un saggio di antropologia del paesaggio per come è percepita da chi la frequenta.

Se la pubblica amministrazione, se il Comune fosse davvero espressione e portavoce della nostra comunità non ci sarebbe storia: la convenzione sottoscritta con il privato verrebbe strappata in mille pezzi. Ma non è così, e forse a Siracusa non è mai stato così.

Si è sempre riusciti in qualche modo a farsi, come dire, mettere con le spalle al muro, ad arrivare a quel punto di non ritorno che poi consente di dire parole come quelle del sindaco in merito a Cala Rossa: "Voglio chiarire che il bando è stato fatto nel 2015 e qualunque passo indietro da parte del Comune rappresenterebbe terreno fertile per un eventuale ricorso da parte dei privati, e l'ente in questo momento non può incorrere in ulteriori contenziosi".

Un drammatico déjà vu: il centro commerciale di Epipoli, l'edificazione della balza akradina, la Pillirina, il porto privato che incancrenisce, e via continuando.

Eppure, ogni volta ci sarebbe stata la strada giusta da percorrere: quella della legalità, quella degli strumenti urbanistici previsti dalla normativa che, chissà come mai, vengono sempre dimenticati, messi da parte.

In questo caso la chiave di volta sarebbe stato il Piano di Utilizzo delle Aree Demaniali Marittime, in assenza del quale è vietato il rilascio di qualsivoglia concessione a privati. Introdotto dalla legge regionale n.15 del 2005, ha sostituito di fatto i Piani spiaggia, ormai inadeguati ai nuovi più moderni criteri e principi urbanistici. Tutti i comuni costieri avrebbero dovuto dotarsene come strumento di gestione e pianificazione delle coste, redigendoli secondo le precise linee guida emanate nel maggio 2006. Undici anni fa. Non indulgiamo in tecnicismi ma per Siracusa sarebbe stata l'occasione per progettare e disciplinare in maniera definitiva, con la partecipazione attiva dei cittadini attraverso le associazioni e il consiglio comunale, tutta l'ampia costa che costituisce una delle sue più rinomate bellezze. Si pensi all'area del porto grande, colpevolmente lasciata al degrado, alle falesie del Plemmirio devastate da una cementificazione selvaggia, al litorale fino a Gallina o, in altra direzione, al tratto fino al confine con Priolo.

Progettare con coscienza nel rispetto in primis del bene comune e poi degli interessi dei singoli (e ce lo impone la Costituzione), stabilire regole, avere lungimiranza politico-amministrativa.

Parliamo di utopie eppure i dati oggettivi ci sono (le tante violazioni di legge indicate nella lettera legale inviata dallo studio Randazzo agli organi competenti), e vanno ora fatti rispettare con tutti gli strumenti possibili, con tutti quelli previsti dalla legge seguendo le procedure più determinate, anche le più dirompenti come, ad esempio, il ricorso alla giustizia penale se se ne vedesse lo spazio.

Ma insieme alla riflessione sul perché le amministrazioni di ieri e di oggi siano sempre riluttanti a dotarsi dei corretti strumenti di pianificazione del territorio (altro vulnus profondo fu il piano regolatore del porto mai redatto in via definitiva) o ad accettare quelli imposti da altri superiori organismi (inaccettabile l'opposizione del primo cittadino nei confronti del piano paesaggistico), occorre probabilmente chiedersi come sia possibile, e quali siano i reali motivi, di una pervicacia in alcune scelte che altera, devia, inquina iter procedurali altrimenti semplici.

Cala Rossa ne è l'emblema e val la pena di ripercorrere i diversi passaggi per comprendere bene quale sia la volontà che detta comportamenti tanto discutibili.

Una concessione, la n. 56, del 2001, ripresa nel 2005, la n. 23, che attribuiva al comune di Siracusa la gestione di quella parte infinitesimale di demanio marittimo; la trasformazione della stessa, in contrasto con l'articolo 45 bis del Codice della navigazione che consente solo l'affidamento di attività secondarie, in una sub concessione a un privato; la previsione di opere per uno stabilimento balneare diverse "per estensione, tipologia e funzione" rispetto a quelle presentate nel primo, e unico, bando di "interesse" a fornire i servizi (per altro assolutamente non richiesti dai cittadini) per la balneazione. Due i partecipanti, sebbene uno si ritiri per "aver dimenticato di produrre il documento più importante per partecipare alla gara" (Giovanni Randazzo).

Non un solo progetto di stabilimento balneare ma tre, uno diverso dall'altro, e quello attuale predisposto non dal privato bensì dallo stesso ufficio Ortigia: strutture lignee per oltre 450 mq e una variante "che attiene ad aree precedentemente non interessate prevedendo inoltre l'installazione ex novo di un chiosco bar" con annessi e connessi. Eppure, eppure il Comune non ritiene neanche che si debba almeno andare a un nuovo bando, né si dà per inteso che ormai, già al 31 dicembre 2015, sono scaduti i tempi della originaria concessione.

Assente la delibera del Consiglio Comunale, assente il parere della Soprintendenza del Mare la cui opportunità era stata segnalata dal Comandante della Capitaneria di Porto, "irrinunciabile anche in ragione dei vincoli paesaggistici gravanti sul centro storico di Siracusa rafforzati dalla recente approvazione del piano paesaggistico".

Infine, quasi ciliegina sulla torta, il cavallo di Troia dello stabilimento balneare che si trasforma in locale notturno, vera finalità perseguita per garantire all'imprenditore un ritorno economico, con, per giunta, a sfregio, la beffa del canone concessorio di circa 3.500 euro complessivi dal 2017 al 2020. A beneficiare di tutto questo la Kalliope srl.