Il Governo Gentiloni ha stanziato 600mila euro per trasferire ed esporre definitivamente all’Università statale meneghina il natante in cui affondarono settecento migranti. Lo sdegno dei cittadini di Augusta

La Civetta di Minerva, 19 gennaio 2018

Era stata un'impresa eroica quella che aveva portato al recupero del barcone della morte, e per eseguirla, la Marina Militare aveva affidato gli interventi alla società trentina Impresub Diving & Marine Contractor, nota azienda privata che offre servizi subacquei sin dal 1967: l'imbarcazione oggetto dell'operazione sottomarina si era inabissata a largo delle coste libiche a 370 metri di profondità il 18 aprile del 2015 e aveva trascinato con sé i corpi di settecento migranti causando il naufragio più rilevante degli ultimi settant'anni.

Il recupero - iniziato nel maggio del 2016, era stato deciso dall'ex premier Renzi, desideroso di riportare a galla i resti degli uomini, delle donne e dei bambini rimasti incastrati nella stiva del barcone - è da considerarsi senza precedenti nella storia di ripescaggi di relitti inabissati. E in effetti, il mare nostrum ne ha accolti gommoni, battelli, chiatte e zatteroni. Ma, soprattutto, catacomba per migranti, ciò che ha accolto e sepolto è un numero importante di persone: secondo l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, nel triennio 2014-2017, sono più di 15mila le persone che hanno perso la vita in mare.

E, alla luce dei dati appena citati, proprio un polverone di speculazione mediatica e politica si era alzato sull'ingente peso economico che l'operazione del recupero aveva avuto sulle casse della Presidenza del Consiglio: 9,5 milioni di euro in tre fasi differenti tra ispezione del relitto,  progettazione del recupero e mobilitazione dei mezzi. Una tensostruttura refrigerata, predisposta nel porto di Augusta, era stata la destinazione del natante, luogo deputato anche all'estrazione delle salme. A presenziare durante tutte le fasi menzionate, i vigili del fuoco, braccia e grande forza motrice di un'operazione decisa dal vertice del Governo ma attuata nelle sue fasi più concrete dagli stessi uomini che, una volta entrati nel cuore del relitto, avevano assistito ad uno spettacolo tetro e dai contorni non definibili, così come aveva affermato il rappresentante nazionale dell'Unione Sindacale dei Vigili del Fuoco, Libero Costantino Saporito: <<E' qualcosa che non si può descrivere: centinaia di corpi rimasti più di un anno sul fondo marino e chiusi in una stiva che poteva contenerne al massimo quaranta. Donne, bambini, neonati, anziani: tutti in un unico, impressionante groviglio>>.    

Ed è proprio nei pressi dell'hangar in cui giace l'oggetto dell'operazione milionaria che, giorno dopo giorno, sbarcano i migranti che attraversano il Canale di Sicilia. Augusta possiede il porto col maggior numero di approdi e, secondo il Ministero dell'Interno, solo nel primo semestre dello scorso anno, sono giunte 13.097 persone. Nel 2016, dallo scalo megarese sono partiti 219 soccorsi che hanno salvato 26mila migranti trasportati poi sulla banchina augustana.

E, sovente, spostati dai mezzi della Marina Militare e dalle ONG che pattugliano il Mediterraneo, giungono pure i non vivi: i corpi che non s'inabissano rimanendo in superficie vengono recuperati dalle mani degli operatori e destinati nei cimiteri dei migranti, talvolta senza nome.

Negli approdi di Augusta, Pozzallo, Catania, Lampedusa, Trapani e molte altre località marittime siciliane, hanno operato e operano ancora organizzazioni come Frontex ed Emergency. In queste aree i media provenienti da ogni dove hanno provato a narrare le storie di chi si salva. Sono state scattate foto che hanno fatto il giro del mondo tramite giornali di caratura internazionale. Si sono vissute storie straordinarie ed è stata raccontata costantemente e a 360 gradi la tragedia dell'immigrazione: in che modo, i naufraghi perdono la vita, e in che modo chi sta in balia delle onde tende disperatamente le braccia al soccorritore stremato.
E così come Augusta, gli altri paesi, città e luoghi citati, hanno rappresentato il perno e lo scenario in cui si è schiantata la totale assenza delle istituzioni impegnate altrove a chiudere, bloccare, verificare. A Lampedusa, Porta d'Europa, c'è anche il cimitero delle barche, ambiente inquietante e suggestivo a detta di molti, mai quanto il cimitero dei senza nome che ospita, per l'appunto, corpi non riconosciuti. Una targa, predisposta all'ingresso del camposanto dell'isola più estesa dell'arcipelago delle Pelagie, recita: <<In questo cimitero hanno trovato sepoltura un numero imprecisato di donne e uomini morti[...]. La quasi totalità delle tombe non ha un nome e le uniche notizie che è stato possibile recuperare delle storie di queste persone riguardano le circostanze della loro morte[...]. Ma tutti loro hanno gioito e sofferto, hanno sperato e lottato e qualcuno li ha attesi e pianti>>.

Di recente, in un ultimo colpo di coda, il Governo Gentiloni ha stanziato 600mila euro per trasferire ed esporre definitivamente il barcone della morte a Milano, all’Università statale. Una pesante contraddizione quella dello sperpero di denaro pubblico alla luce, soprattutto, della continua e persistente emergenza umanitaria che rende difficili l'accoglienza e la gestione dei salvataggi. Ma ancor più disarmante appare l'altra emergenza, quella etica, che ha fatto della morale il movente principale delle decisioni prese da un centro che non conosce la periferia: è lo scippo di un simbolo tutto meridionale da apporre nei luoghi dell'approdo a memoria futura e a disposizione di chi arriva, di chi parte e di chi resta, perché in Sicilia siamo tutti possibili migranti