Carcere di Augusta, il caso di D.M. e C.S. condannati per l’omicidio di un ispettore di polizia. I benefici dovrebbero essere affiancati da percorsi di riconciliazione coi familiari delle vittime

La Civetta di Minerva, 19 gennaio 2018

In programma per il nuovo anno tante iniziative: un incontro con studenti (da tempo questi incontri li facciamo dopo un giro in istituto, dentro una sezione, nel cuore del carcere, per far vedere la realtà della detenzione), un Aperi-Cella col club Kiwanis, la programmazione con l'amica Giusi Norcia di  rappresentazione teatrale in occasione della giornata mondiale del teatro, il 27 marzo, lo sviluppo del rapporto con Alessandro Cannavò, giornalista, figlio del mitico Candido direttore storico della Gazzetta dello Sport e presidente della Fondazione Cannavò, impegnata nel campo di devianza e disabilità, un servizio con l'amica giornalista  Katia Maugeri sul lavoro gratuito fatto dai detenuti per la collettività. Ma l'anno si era chiuso, per me, con una domanda: cosa rimane delle attività risocializzanti, si riesce a cambiare le persone, a migliorarle, ad evitare che peggiorino a causa dei guasti obiettivi che produce la detenzione e l'istituzione totale?

La domanda si ripropone ad inizio d'anno con una polemica innescata con la concessione della semilibertà a D. M. condannato per l'omicidio di un ispettore di polizia insieme a un altro ultras. Non riporto i nomi, ma sarà facile collegare. Il caso scoppia a causa del dolore e del risentimento dei familiari delle vittime e dell'ampia eco di stampa avuta alle dichiarazioni della vedova che, con gran dignità ma con schiettezza, esprime il suo disappunto.

D. M. ha avuto un percorso detentivo esemplare, aveva iniziato già da qualche anno a fruire di  permessi premio, ha svolto attività lavorativa retribuita all'interno dell'istituto e gratuita all'esterno. Ha dato sempre l'impressione di una persona mite, e io  mi sono sempre chiesto come e in che misura sia rimasto coinvolto in quel terribile crimine. Mi è sembrato, fra l’altro, molto diverso da C. S., altro condannato per l'omicidio, tracotante, rissoso, visibilmente incline alla violenza, che nel carcere di Augusta è stato poco, perché  dopo pochi  mesi venne allontanato a causa di svariati rapporti disciplinari e che, a quanto apprendo dalle cronache, anche nel carcere di Favignana dove era stato assegnato, ha violato le regole ed è incorso in altri rapporti essendo entrato in possesso illegalmente di un telefonino grazie al quale comunicava con persone fuori dal carcere.

Questa differenza già ci mette di fronte ad un primo importante elemento: a parità di sanzione ci sono persone che pagano dignitosamente ed altre per le quali verrebbe la voglia di gettare la chiave (e forse non sarebbe male, almeno per il periodo previsto, in modo che scontino integralmente, e  senza alcuno sconto, la condanna). Ma ci sono altri elementi di riflessione, legati al fatto che nel nostro ordinamento, complessivamente inteso, si sommano in casi come questo diversi benefici:  quello per la minore età, quello dello sconto di pena per buona condotta, quello dell'ammissione alla misura alternativa dopo aver scontato un quantum di pena. Il risultato finale è che dopo pochi anni la persona condannata per omicidio – sia pure preterintenzionale, cioè non volontario – riacquista, magari durante il giorno, la libertà.  

Può essere accettato facilmente questo dalle vittime ovvero dai familiari delle vittime? Penso allora  che i benefici dovrebbero essere affiancati da un contatto con le vittime, da un percorso di riconciliazione, magari accompagnato da una attività ripartiva. E ancora, ricordo di avere conosciuto all'esterno del carcere, in occasione di un evento organizzato in una parrocchia da un altro amico (Giuseppe Carrabino, componente della commissione storia patria di Augusta), a cui partecipò il detenuto grazie ad un permesso,  i familiari di D. M., gente semplice, mite, affranta, scavata dal dolore.

Ecco, mi chiedo, si potrebbe mettere insieme questi dolori, cercare di ricomporli,  cercando così di superare le resistenze, ed accompagnare il ritorno nella società? Tirerò  in causa a questo proposito un'altra amica, Maria Pia Giuffrida, già dirigente generale del Ministero della Giustizia, oggi impegnata nell'associazione Sponde' che opera nel campo della giustizia riparativa e della mediazione penale e  giro intanto  la domanda agli amici de La Civetta.

Art. 48.

Regime di semilibertà

Il regime di semilibertà consiste nella concessione al condannato e all'internato di trascorrere parte del giorno fuori dell'istituto per partecipare ad attività lavorative, istruttive o comunque utili al reinserimento sociale.

Art. 50.

(Ammissione alla semilibertà)

1. Possono essere espiate in regime di semilibertà la pena dell'arresto e la pena della reclusione non superiore a sei mesi, se il condannato non è affidato in prova al servizio sociale.

2. Fuori dei casi previsti dal comma 1, il condannato può essere ammesso al regime di semilibertà soltanto dopo l'espiazione di almeno metà della pena ovvero, se si tratta di condannato per taluno ((dei delitti indicati nei commi 1, 1-ter e 1quater)) dell'articolo 4- bis, di almeno due terzi di essa.

 

Art. 54.

(Liberazione anticipata).

1. Al condannato a pena detentiva che ha dato prova di partecipazione all'opera di rieducazione è concessa, quale riconoscimento di tale partecipazione, e ai fini del suo più efficace reinserimento nella società, una detrazione di quarantacinque giorni per ogni singolo semestre di pena scontata. A tal fine è valutato anche il periodo trascorso in stato di custodia cautelare o di detenzione domiciliare.

4. Agli effetti del computo della misura di pena che occorre avere espiato per essere ammessi ai benefici dei permessi premio, della semilibertà e della liberazione condizionale, la parte di pena detratta ai sensi del comma 1 si considera come scontata. La presente disposizione si applica anche ai condannati all'ergastolo.

P.S. – Ultim’ora, in questi giorni sta per essere concluso l'iter per l'approvazione dei decreti delegati di riforma dell'ordinamento penitenziario che prevedono misure di giustizia riparativa nel senso sopra auspicato. Ne parleremo più ampiamente  in prossime note.