Solo per salvare il seggio e l’establishment. Se non fosse drammatica, la situazione potrebbe apparire divertente. Come una commedia degli equivoci

 

La Civetta di Minerva, 19 gennaio 2018

Emma Bonino, da sempre coraggiosa e radicale innovatrice, corre in soccorso dell’establishment politico. Per “salvarlo” dai radicali innovatori di oggi, militanti soprattutto nel movimento pentastellato. Ma poiché non potrebbe raccogliere le firme necessarie per presentare una sua nuova formazione, viene a sua volta soccorsa (lei, radicale e laica) dal cattolico Bruno Tabacci. Come? La Bonino sostenitrice del divorzio, dell’aborto, delle unioni gay, dell’adozione del figlio del partner (o stepchild adoption), accetta di aggrapparsi all’ancora di salvezza che le viene offerta da un suo eterno oppositore? Sicuramente avrà un buon motivo per operare in tal modo: lo farà, sua sponte, per “salvare” l’Europa dal pericolo pentastellato? O forse sarà stata precettata a ridiscendere nell’agone politico per questo nobilissimo fine. Ma perché non ha accettato di correre assieme al socialista Nencini (anche lui alleato del PD), ideologicamente a lei molto più affine di quanto non possa mai risultare il cattolico Tabacci? Mistero! Eppure Nencini ha dichiarato che, sino a due giorni prima che si aggrappasse al salvagente offertole da Tabacci, la Bonino aveva “per l’ennesima volta” rifiutato l’invito a costruire coi socialisti un percorso comune. Nella stessa alleanza, eterogenea, col PD. Chi ci capisce è bravo.

Che la Bonino stia subendo qualche pressione irresistibile? Da parte di chi? Non sembra una persona manovrabile ed ha sempre rivelato di avere una personalità spiccata e un caratterino pepato. Dunque il mistero resta incomprensibile. Quanto al suo obiettivo politico esplicito (Più Europa), vorremmo che ci spiegasse dettagliatamente cosa intenda: una Europa imperfetta come questa Unione ma ancora più condizionante e/o più asfissiante? Vogliamo sperare di no. E rimaniamo in attesa di sentire dettagliatamente dalla E2 (Emma Europea) quale nuova e rivoluzionaria idea di Europa intenda prospettare. Da sinceri europeisti, gliene saremmo grati. Non ci soddisfa solo lo slogan “Più Europa”; né ci accontentiamo di generiche sortite su imprecisate riforme dei trattati. Ci dica come dovrebbe essere riformata questa deludente Unione; quali ruoli debbano essere riservati ad un governo centrale (diverso dalla attuale Commissione); su quali distinte materie debbano legiferare il Parlamento Europeo e i Parlamenti nazionali; come debbano essere riformati la BCE e l’attuale sistema di monetazione. Altrimenti… la invitiamo a godersi in privato la meritata pensione. 

Propugnatore di Più Europa è anche Benedetto Della Vedova, strenuo sostenitore ad oltranza della direttiva Bolkestein, che riguarda servizi e concessioni e che egli vorrebbe vedere applicata da subito (anzi: da ieri). Pare che egli abbia digerito molto male la manovrina notturna che ha inserito nell’ultima legge di bilancio una  norma "salva ambulanti" che ritarda l’ attuazione della direttiva a lui tanto cara. Infatti non ha mancato di denunciare la responsabilità dell’alleato PD, di cui non condivide il programma: «La responsabilità dell'ennesima proroga è del Pd ma la legge elettorale non prevede un programma comune, solo apparentamenti nei collegi». Dunque Della Vedova rivela che la sua alleanza col PD è solo una finzione. Un apparentamento tattico ed opportunistico. Mentre sussistono divergenze strategiche e programmatiche. Allegria!

Nella stessa armata guidata da Renzi militano i verdi di Angelo Bonelli. I quali gradiscono Renzi meno del fumo negli occhi o di uno spray urticante in faccia: sono contrari al TAP (il gasdotto trans-adriatico fortemente voluto da Renzi); sono stati buggerati da Renzi in occasione del referendum sulle trivellazioni; hanno contestato il renzianissimo decreto Sblocca-Italia, considerandolo un regalo ai petrolieri e al partito delle trivelle. Ma niente paura: non c’è alcun tradimento in atto. Parola di Bonelli: "Io mi alleo, ma con un mio programma e con una mia lista per fare le politiche verdi, non quelle del Pd". Più chiaro di così? Non c’è alcuna vera alleanza. Non c’è alcun programma comune. Solo apparentamenti tecnici ed effimeri, che dureranno lo spazio di una campagna elettorale. O di una guerra lampo di tutti contro tutti, combattuta con tanti armistizi nei collegi (e in alcune regioni) e mirante ad un solo obiettivo comune: la disperata ricerca del seggio perduto con lo scioglimento delle Camere. 

Non hanno nessunissima intenzione di governare insieme in caso di vittoria elettorale; ma solo di continuare a tessere e disfare intese effimere su singoli provvedimenti e a proseguire la prassi della transumanza da un gruppo politico all’altro. Senza pudore e senza remore. E senza vincolo di mandato: senza alcun patto cogli elettori che li costringa a mantenersi fedeli ad un programma. Fanno a gara per ascendere all’Olimpo degli eletti solo per continuare a recitare a soggetto e senza copione alcuno l’eterna commedia di una politica senza costrutto e senza programmi condivisi. Carpe diem… etiamque privilegia. 

Le cose non vanno affatto meglio sull’altro versante; quello del centro-destra.

La quadrupede alleanza è solo una finzione destinata a durare il tempo della campagna elettorale. O destinata a collassare ancor prima del 4 marzo. Salvini rivendica per sé la guida e il ruolo di capo del governo in caso di vittoria. Ma Berlusconi (nonostante sia escluso dai pubblici uffici, nonostante non possa votare né essere votato, nonostante non possa neanche svolgere il ruolo di tutore nei confronti di un minore o di un anziano incapace di intendere e di volere…) continua ad esercitare una invadenza inammissibile, condizionando la politica italiana, tessendo alleanze e rivendicando per sé il ruolo di presidente del consiglio in caso di vittoria (e di improbabile sentenza favorevole da Strasburgo). Già prima dell’incontro faccia a faccia cogli alleati/rivali ha divulgato il simbolo della sua formazione con la scritta “Berlusconi Presidente”. Se qualcuno gli contesterà quella scritta, potrà sempre affermare che essa si riferisca al fratello Paolo o alla figlia Marina, che hanno lo stesso suo cognome. Non fa mistero delle sue mire e intanto in segreto briga per contrastare quelle di ciascun rivale, effettivo o soltanto potenziale. La dichiarazione di Maroni (di non volersi ricandidare alla presidenza della Lombardia) ha spiazzato Salvini. Il quale sospetta un possibile accordo segreto tra l’ex cavaliere (privato persino del suo titolo) e il presidente uscente della Regione Lombardia.

Salvini mette in guardia Maroni: se rinuncia alla presidenza della Regione non potrà aspirare ad altri incarichi politici. Ma il divieto vale zero e rivela solo la stizza impotente nei confronti del sornione commilitone leghista. Un’altra spina nel fianco di Salvini è quel suo ex compagno di Carroccio ed ex sindaco di Verona: Flavio Tosi. Se Berlusconi farà spazio a Tosi e sosterrà le mire di Maroni, Salvini si vedrà portar via il terreno di sotto ai piedi. E la quadrupede alleanza di destra esploderà. Nulla di irreparabile: il cavallerizzo non avrebbe alcuna remora (di fronte alla necessità  di  assicurare una qualsiasi governabilità formale ed una sostanziale tutela dei suoi interessi) a stipulare un nuovo patto del Nazareno e a varare un governo di larghe intese o di larghe complicità. Con ciò che resterà del PD renziano. E con greggi transumanti. E con tanti saluti a Salvini e forse anche ad altri pseudo-alleati.

Sic stantibus rebus, appare chiaro che le alleanze sono soltanto un espediente per superare agevolmente la soglia del 3%, ovvero per aggirare lo sbarramento che impedirebbe ai gruppuscoli satellitari la possibilità di entrare o rientrare in Parlamento. In altri termini, non di alleanze si tratta ma di semplici accozzaglie opportunistiche e contingenti.

Lo ha esplicitamente ammesso il governatore della Puglia Emiliano con la rude franchezza che lo contraddistingue. L’importante per i signori della casta (sempre più impresentabile) è tornare ad occupare un seggio qualsiasi: poi continueranno a scambiarsi le posizioni, perpetuando la prassi della  transumanza, ormai consolidata. Le scelte politiche saranno, come in passato, frutto di mercanteggiamenti riservati con le lobby e oggetto di  mediazione palese tra i gruppi parlamentari: variabili come gli addensamenti di nuvole o le perturbazioni atmosferiche.       

Tutto questo avvantaggia e rende ogni giorno più credibile il movimento anticasta: quello  pentastellato. Al quale i partiti si affannano ad opporsi, tacciandolo di populismo. Accusa in parte vera, ma inconsistente. E addirittura ridicola, se proveniente da esponenti del vannamarchismo renzusconiano.

I partiti farebbero meglio a prospettare programmi concreti e coraggiosamente innovativi, invece di opporsi a chi vuole radicali e necessari cambiamenti. E, se lo facessero, forse scoprirebbero che sarebbe meglio confrontarsi e tentare di collaborare con quel movimento invece di affannarsi a cercare di ostracizzarlo. O di esorcizzarlo, come se fosse incarnazione del maligno. Emiliano lo ha capito e ha avuto il coraggio di ammetterlo pubblicamente. Sulla 7, nel corso del programma Omnibus, giovedì 11 gennaio, ha dichiarato che, a suo avviso, l’esito più probabile sarà un governo di larghe intese, mentre egli preferirebbe una alleanza tra sinistra (anche del PD) e movimento pentastellato; alleanza che però gli appare sempre meno realizzabile. Però mai dire mai.

Se l’esito delle elezioni vedrà al primo posto per consensi il M5S e, dalla parte opposta, la quadrupede coalizione di centrodestra complessivamente più votata, a chi conferirà l’incarico Mattarella? Per prassi costituzionale dovrebbe consentire a Di Maio di svolgere almeno un mandato esplorativo. Nel corso del quale (come potrebbe emergere già dai contatti preliminari del Presidente con le delegazioni delle forze politiche) sarebbe possibile, forse ed auspicabilmente, dar vita ad un programma concordato tra M5S e LeU. Riusciranno queste due forze politiche a mettere insieme una maggioranza, sia pur risicata? Se sì, ci sarà da scommettere che la pattuglia parlamentare di LeU si arricchirà di transfughi che lasceranno il PD per accorrere in soccorso del vincitore. Prospettiva certamente poco apprezzabile, ma pur sempre preferibile ad uno stallo o ad uno scenario di larghe intese.

Un esito come quello ipotizzato non spiacerebbe a Bersani, ma una recente dichiarazione di Grasso sembrerebbe chiudere la porta in faccia al M5S. A nostro avviso, rinunciare ad una possibile intesa programmatica LeU-M5S sarebbe un errore: significherebbe vanificare ogni possibilità di consistente cambiamento della situazione esistente e rafforzare la sfiducia dei cittadini nella capacità di redenzione di questo sistema democratico, già così malridotto. Il M5S sta offrendo una via di espressione democratica al dissenso e alla sfiducia crescenti. Isolarlo come fosse un lazzaretto di appestati sarebbe un errore madornale. Gran parte dell’elettorato della sinistra più desiderosa di cambiamenti è già in quel movimento: non sarà combattendo contro di esso che la sinistra riguadagnerà quell’elettorato. Lo perderebbe per sempre. E sprecherebbe una occasione per avviare una nuova politica di risanamento e di innovazione profonda della società.

Le sirene dell’establishment vogliono indurre la sinistra a coalizzarsi contro il movimento pentastellato; le ragioni della politica e le motivazioni più profonde di giustizia sociale dovrebbero spingerla a stipulare un programma di governo con esso. La posta in gioco è altissima. Buona meditazione, amici della sinistra vera ed amici pentastellati. Noi riteniamo che i punti veramente irrinunciabili dei vostri rispettivi programmi non si escludano.