Un testo importante nella filologia nostrana (e non solo), con una capillare nomenclatura. “E’ un atto di cultura riscoprire il nostro antico linguaggio”

 

La Civetta di Minerva, 15 dicembre 2017

Frequentando assiduamente quel "Cenacolo" di arte e cultura che era l'Associazione "Teatro di Sicilia" in un antico dammùso di via Gargallo 61 a Siracusa, nel 1975 (a cento anni esatti dalla pubblicazione del "Nuovo Vocabolario Siciliano-Italiano e Italiano-Siciliano" di Sebastiano Macaluso Storaci), il poeta e ricercatore Turi Rovella propose di introdurre nella saggistica dell'Associazione un suo studio intitolato "Come parlavano i Siracusani cent'anni fa".

La presentazione avvenne in una serata speciale, affollata di spettatori attenti e incuriositi, e suscitò plauso ed elogi all'indirizzo dell'Autore.

Nel 1998 l'editore Morrone pubblicò su"I Siracusani" l'opera, arricchita dal "Saggio di Nomenclatura Siciliana" di Macaluso Storaci definito "il primo libro per le Scuole elementari della provincia di Siracusa" (1872): secondo l'Autore "fra tutte le province siciliane la nostra è quella che tien la palma in fatto di istruzione".

Nella presentazione del libro Rovella chiosa: "Oggi riscoprire il linguaggio dei nostri Antichi è sempre un atto di cultura, perché, nel marasma generale che regna, riappropriarci di quello che fu spirito e verbum siracusani ci aiuta a capire e capirci, ci riconduce alle fonti del nostro esistere, intendiamo meglio l'attuale, figlio del passato che torna, presenza affettuosa e indirizzo certo del domani".

Anche l'incipit del libro è perentorio: l'avvento napoleonico fece decadere le "lingue nazionali" di allora, la siciliana e la veneziana, dando spazio al trionfo del bembismo che consacrò il dialetto fiorentino come lingua ufficiale dei letterati.

"Il siracusano Mario Arezzo nel 1543 aveva sostenuto con le Osservanti il primato della lingua siciliana, “ma le sue proposte filologiche risultarono errate” annota Rovella. Da qui al bilinguismo il passo è breve: siciliano quotidiano e italiano istituzionale.

Rovella si addentra in notazioni storiche, con un testo che rimane importante nella filologia nostrana e non soltanto, e con una capillare nomenclatura: da abbutàri a zivìttula, da accrianzàtu a surfalòru, da bàgghiu a binidìchi a posavacìli a spiritera, ai cento proverbi tra i più coloriti e ricchi di saggezza popolana.

La Siracusa di cent'anni fa rivive nelle foto della preziosa collezione Bianca e nella serietà di pose statiche da cui traspare l'anima di gente adusa alla quotidianeità della fatica.

Un libro che fa luce sulla Storia dell'umanità e delle tradizioni di chi ci ha preceduto, su quelle figure che emergono dalla penombra che il divenire va facendo sempre più fitta. Un libro per non dimenticare.

Haju  statu a banca e haju ‘ncuntratu ‘u

Raziunali scafaratu; ‘u nutaru nun c’era.

‘A polisa ‘i lueri èni nậ scaffa.

‘U santu patri ni scanzi!

À silvia c’era ‘nasignura ccâ rizzola.

‘Nomu ccôradingottu e cappeddu

A tùmminu.

‘I carusi jocanu ô giuvaleri.

‘U pusteri scrivi i nummiri.

‘I fimmini scinnunu â cunzeria.

‘U vulantieri ha fattu sicilia.

Così dovevano esprimersi i Siracusani di cent'anni fa. Quando dico Siracusani, intendo le popolazioni dei comuni compresi nel vasto territorio aretuseo dell'epoca.

Tuttavia, le frasi riportate si devono riferire, in massima, alla parlata di Siracusa, e se, come dice Hugo, la parola è un essere vivente, creatrice del senso che vuole, allora essa è il pensare, il vedere, il sentire dei nostri antenati che ritornano con il loro linguaggio, non spettri vani ma presenze affettuose per chi crede ancora che non c'è futuro senza passato.

 

dammùso di via Gargallo 61 a Siracusa, nel 1975 (a cento anni esatti dalla pubblicazione del "Nuovo Vocabolario Siciliano-Italiano e Italiano-Siciliano" di Sebastiano Macaluso Storaci), il poeta e ricercatore Turi Rovella propose di introdurre nella saggistica dell'Associazione un suo studio intitolato "Come parlavano i Siracusani cent'anni fa".