Circa trecento operatori (polizia penitenziaria, educatori, psicologi, psichiatri, volontari) imparano a saper cogliere i segnali premonitori e predisporre gli interventi

 

La Civetta di Minerva, 1 dicembre 2017

Sono partiti mercoledì scorso e sono  proseguiti  in questa settimana presso il carcere di Augusta i corsi interprofessionali sulla prevenzione del suicidio. I corsi sono tenuti dal Dipartimento salute mentale di Augusta e Lentini, in collaborazione con l'équipe pedagogica e la direzione del carcere, e sono rivolti a personale di polizia penitenziaria, educatori, psicologi e volontari. Quest'ultima presenza è indicativa dell'enorme contributo che il volontariato, fortemente presente presso la casa di reclusione dà nel sostegno ai detenuti. L'opera del DSM è inserita nell'ambito del transito all’ASP della gestione del servizio sanitario, prima curato con proprio personale dall'amministrazione penitenziaria e passato al servizio sanitario nazionale in Sicilia, ultima fra le regioni, nel 2015.

Sulla gestione generale devo sospendere il giudizio, come in  ogni transizione vanno rinnovati prassi, organigrammi, discipline di dettaglio, va creata una cultura del servizio. Più in là vedremo, siamo in mezzo al guado, e tuttavia il servizio di salute mentale rappresenta in questo passaggio un punto di forza e ciò ha consentito di programmare l'avvio di una formazione che coinvolgerà circa trecento operatori della casa di reclusione.

La persona detenuta rappresenta una categoria ad alto rischio per due fattori: il primo perché negli istituti di pena si concentrano gruppi vulnerabili che sono tradizionalmente, in base alla letteratura sull'argomento, considerati più a rischio: giovani maschi o anziani, persone con disturbi mentali, persone socialmente isolate, con problemi di abuso di sostanze, che hanno commesso reati ad alto indice di violenza, persone che hanno già tentato il suicidio. D'altra parte, come si dice, il carcere e' il luogo dove la società manda i suoi problemi irrisolti. Su tutte queste situazioni agisce l'impatto con il carcere e gli eventi successivi: la difficile gestione delle relazioni con familiari e conviventi, gli eventi quali separazioni, lutti, malattie; la notizia di un atto giuridico inaspettato come un nuovo titolo di reato, o un’altra condanna; rigetto di una istanza di scarcerazione o di permesso premio; inattività.

E' evidente da ciò l'importanza della preparazione del personale, che presenta a sua volta una specifica esposizione e si determinano due poli opposti del problema: la necessità di osservare in continuazione per cogliere i possibili segnali premonitori del suicidio, e la  tendenza, in contesti caratterizzati da una continua emergenza, a creare un vero e proprio isolamento emotivo, chiamato interessamento distaccato. Secondo studi sulla materia si può così determinare una tendenza alla sottovalutazione del rischio, dovuta alla tendenza dell'operatore a proteggersi dalla opprimente sensazione di emergenza continua e dalla sensazione di impotenza dovuta alla inadeguatezza dei mezzi a disposizione rispetto alla enormità del dolore presente.

Come fare ad affrontare questa inerzia e vigilare continuamente per cogliere i segnali? E siamo solo alla prima fase, perché poi occorre passare alla predisposizione degli interventi. Quali segnali cogliere, come scambiare informazioni, come intervenire, sono i temi oggetto della due giorni di formazione che ogni gruppo di operatori avrà a disposizione. Sarà, come ho avuto modo di dire a conclusione del primo gruppo, anche, soprattutto, uno scambio fra chi detiene un sapere specialistico, psicologi e psichiatri, e chi si trova in posizione privilegiata per cogliere i segni, ha una esperienza specifica, ha elaborato nella vita professionale degli strumenti di aiuto. E, quindi, gli educatori, la cui attività principale è l'ascolto, i volontari con i quali, non rappresentando l'istituzione, nei cui confronti spesso c'e' da parte dei detenuti un atteggiamento di diffidenza strumentale, spesso chi vive la detenzione si esprime più liberamente.

E la polizia penitenziaria, il front line che vive 24 ore su 24 l'ambiente detentivo. In proposito,  mi è capitato. nel corso degli incontri mensili dell'equipe interdisciplinare, di ascoltare gli interventi di quelli che considero veri e propri maestri, capaci di cogliere le più piccole sfumature nel quotidiano e di dire la parola giusta. Un po' dote di natura, un po' mestiere acquisito nel corso dei pomeriggi, le sere,  le notti, quando dentro il carcere scende il silenzio e le persone rimangono sole e si mettono a nudo.

Per concludere questo brevissimo accenno a un tema sterminato, aggiungo che secondo l'OMS (organizzazione mondiale della sanità) il rischio suicidario è un rischio ambientale. Anche per questo lavoriamo da tempo nel carcere di Augusta per creare un ambiente meno grigio possibile, un luogo frequentato, dove la presenza di persone esterne, studenti, volontari, scrittori, attori, sia non occasionale, ma sia la normalità. E il regime di apertura con la possibilità di muoversi all'interno delle sezioni, che contribuisce a creare socializzazione e che, così ci dice l'esperienza di questi anni (sempre parziale, sempre da verificare, perché il rischio è sempre in agguato), ha contribuito ad un crollo verticale degli eventi critici quali autolesionismo e tentativi di suicidio. E ancora, la figura del care givers, detenuti che aiutano e si prendono cura di quelli che vivono un particolare disagio. Sono stati organizzati in proposito dei corsi, previsti anche questi nell’ambito del protocollo di impresa con la ASP. Obiettivo: aiutare chi vive a disagio e stimolare la solidarietà in cui presta assistenza. 

C’è tanto da fare. Tantissimo.