C’è nei suoi scritti un’incessante transizione, un work in progress che potrebbero attribuire, al collaboratore di Fiume, della Merini, di Grimaldi, il ruolo di callido e candido esploratore delle frontiere tra i codici e i linguaggi, e tra il suo favoloso “mondo di ieri” e il nostro presente

 

La Civetta di Minerva, 17 novembre 2017

Un’autobiografia frammentaria e rapsodica, in forma di bozzetti, di fragili idilli, di teatrini della memoria animati in punta di matita.

Occorrerà chiedersi, a proposito di Caliri e di questa Voce del vento, ma anche di altre scritture conterranee e coeve, perché mai, fra le “cento Sicilie” prodighe di letteratura, l’entroterra siracusano si candidi all’evocazione affettuosa e nostalgici di scenari paesani e campagnoli, successivamente travolti dall’omologazione, in forme che restano sospese tra il mimo agreste e il mito contadino. E in quella sospensione si definiscono e s’acquietano, componendosi nell’esile ma affilato calco del frammento, del “capitolo”  memore della prosa d’arte.

E perciò penso, leggendo Caliri, alla nobile testimonianza e più alla sobria, incantata scrittura di un “vicino di casa” d’eccezione come Antonino Uccello, alla sua Janiattini e alle sue prose raffinate. E penso a un museo etnografico tutto di carta e di parole, a un deposito di reperti della memoria, a un “genere” talmente transindividuale da sconfinare nella tradizione orale e, per l’appunto, nel mito collettivo. Per praticarlo, occorrono sì studi e sperimentazioni, ma occorre soprattutto una virtù di cui s’è perso il senso, e di cui si parlava ancora negli anni Venti: il “candore”.

Di questo “candore” traboccano le prose di Caliri: un candore, s’intenda, da non confondere con ingenuità o naiveté, e che anzi si configura come un aspro e risentito pudore, come un grumo di memorie da preservare dal disincanto, come una lotta con l’Angelo che impegni tutta l’incontaminata purezza, e tutta la sgraziata energia, dell’adolescenza. Come le furibonde scazzottature dell’autobiografico protagonista; o come quella confusa ricerca d’amore che s’arena e si ritrae dinanzi alla reazione scomposta della cagnetta, o alla carità pelosa del parroco.

Ma c’è, infine, un’ultima ragione per raccomandare queste “candide” prose, ed è la loro vocazione, e anzi natura, “multimediale”: ovvero la provvisorietà con cui si dispongono sulla pagina e già rimandano ad altro, si sciolgono nel canto e nel disegno, trasmutano nell’impalpabile sostanza d’un chiaroscuro e nella frase suadente d’una melodia.

Un’incessante transizione, un work in progress che potrebbero attribuire, al Caliri collaboratore di Fiume, della Merini, di Grimaldi, il ruolo di callido e candido esploratore delle frontiere tra i codici e i linguaggi, e tra il suo favoloso “mondo di ieri” e il nostro presente oscuro e greve sì, ma ricco d’inedite sollecitazioni.

 

 

La casa dell’infanzia

La mia casa era abbastanza grande, considerato che allora la maggior parte della gente in paese abitava in una sola stanza, a volte insieme alle galline e a un asino.

C’era la camera da letto dei miei genitori che dava su un ampio balcone che affacciava sulla piazzetta della Matrice; la camera da pranzo, che prendeva luce da un cortile interno, “a terrazza”, dove affacciavano anche la camera da letto di noi ragazzi, denominata “a stanza”, e la cucina. C’erano, quindi, l’ufficio postale, illuminato da un grande balcone prospiciente anch’esso sulla piazzetta, e “a stanza scura”, dove non esisteva alcuna apertura esterna e che veniva usata come ripostiglio. Infine, sotto il balcone della camera da letto, c’era un bugigattolo dove tenevamo le galline (anche noi le avevamo) e dove io spesso andavo e aspettavo che qualche gallina facesse l’uovo per poterlo bere ancora caldo, senza che nessuna tuttavia si decidesse a farlo a causa della mia presenza. Questo lo capii dopo.

Era una casa malmessa. D’inverno capitava che piovesse a lungo e di notte ci svegliavamo perché ci pioveva addosso. Spostavamo allora il letto, intorpiditi dal sonno e infreddoliti, mettevamo una bacinella sotto “a stizzana” e correvamo quindi a infilarci sotto le coperte. Però certe volte le infiltrazioni d’acqua erano troppe e io mi andavo a rifugiare nella camera dei miei genitori. Una notte li trovai seduti al centro del letto che si riparavano con l’ombrello.

La cucina era una specie di antro semibuio. Aveva le pareti nere, ricoperte di fuliggine incrostata poiché il focolare e il forno erano sempre in funzione. Il fumo fuoriusciva attraverso le tegole del tetto sconnesso, ma lasciava sui muri una traccia indelebile. Il gabinetto era incuneato tra il forno e un grande armadio e vi si accedeva salendo due gradini, per cui mi faceva pensare a un trono dal quale si dominava tutto l’ambiente. Una tendina appesa a un fil di ferro, fissato tra il forno e l’armadio, faceva da sipario, ed era facoltativa per noi bambini, obbligatoria per gli adulti.

Non c’era acqua corrente e tenevamo la nostra riserva in un grande bidone di zinco, che mio padre aveva comprato durante la guerra, molto bello e sonoro come una campana se vi si batteva sopra con un oggetto metallico. Questo recipiente stava all’aperto, nella “terrazza”, perché raccogliesse anche l’acqua piovana, e certe mattine d’inverno particolarmente fredde dovevamo rompere lo strato di ghiaccio, che si era formato durante la notte, per poterci lavare.

L’acqua per cucinare e bere la prendevamo a turno, con le brocche, dalle varie fontane che si trovavano fuori paese ed era questo un compito molto gravoso.

La sera, se c’era cattivo tempo, soprattutto se c’era vento, andava via la corrente elettrica e stavamo delle ore raccolti in una stanza rischiarata appena da un lume a petrolio. Quando si riaccendevano le lampade, noi bambini gridavamo: “ A  luci, a luci!” e riprendevamo i giochi interrotti. 

L’unica fonte di calore in inverno era un grande braciere intorno a cui ci sedevamo tutti quanti al centro della stanza da pranzo, ma era insufficiente perché c’erano spifferi da tutte le parti, anche dal tetto, motivo per cui spesso ci ammalavamo. Io, tra l’altro, soffrivo di frequenti mal di testa, però soltanto in inverno quando stavo in casa, e anche questo l’ho capito dopo: era causato dal carbone che non era mai abbastanza acceso ed esalava gas velenosi. Gli spifferi in certo qual senso erano provvidenziali perché, se non ci fossero stati, saremmo potuti morire tutti intossicati. A pensarci, vivevamo allo stato brado, incoscienti e felici.

In estate andava meglio. Godevo a stare dentro, a curiosare, a stuzzicare mia madre. Talvolta, nei caldi pomeriggi, stavo sdraiato sul mio letto a guardare i giornaletti dell’ “Uomo mascherato” e a leggere le prime fiabe e i primi racconti. La porta che dava sulla “terrazza” stava spalancata e si udiva insistente un ronzio di mosconi che volavano anche dentro e mi disturbavano. Ma poi era così grande il piacere della lettura che non mi curavo di loro.

La mattina, quando ancora la “terrazza” era immersa nell’ombra, mi accostavo al bidone di zinco e sollevandomi con i gomiti mi specchiavo nell’acqua limpida dove vedevo riflesso anche  il cielo percorso a volte da nuvole. Provavo una sensazione strana e bellissima, era come se scoprissi veramente il cielo e il cielo entrasse dentro di me con tutto il suo colore  e il suo respiro. Certi giorni stavo al balcone e osservavo le colombe che tubavano sopra i cornicioni delle Matrice oppure scrutavo la campagna, al di là dei tetti, lontana, che per me rappresentava qualcosa di irraggiungibile e ancora sconosciuto.

​Ma non erano molti i momenti in cui mi potevo abbandonare alla lettura e alle fantasticherie. In genere a casa mia, per via di noi otto fratelli e degli amici che venivano a trovarci, per via della gente che doveva fare un’operazione all’ufficio postale e che a volte, per un motivo qualsiasi, entrava nella stanza da pranzo, si verificava un movimento indescrivibile. Di sera poi, prima di coricarci, c’era quasi sempre una battaglia furiosa a suon di cuscini che noi quattro fratelli ingaggiavamo con le nostre quattro sorelle. Al centro della “stanza” era installata una grande tenda militare, anch’essa appesa a un fil di ferro fissato al muro alle due estremità, che faceva da divisorio tra il reparto uomini e il reparto donne. I cuscini venivano lanciati con violenza al di sopra della tenda che dopo un po’ sistematicamente crollava e la lotta continuava allo scoperto tra risate e schiamazzi. Infine arrivava mia madre, disperata, che ci gridava di smetterla. Mio padre non interveniva mai, non ricordo che sia entrato una sola volta nella “stanza”, che era una sorta di porto franco dove, quando  era arrabbiato e minaccioso con noi, ci si poteva rifugiare con la certezza che non sarebbe venuto a mettere in atto le sue minacce.

Quando dopo tanti anni di assenza ritornai in paese, la mia casa, che era di proprietà del Comune, non esisteva più, era stata abbattuta perché in quello spazio dovevano costruire la caserma dei carabinieri. Poi il progetto fu bloccato in quanto avrebbe deturpato la Chiesa della Matrice, un monumento del ‘700, e al posto della costruzione era rimasto un vuoto incolmabile, come una ferita sempre aperta.

Dopo, di tanto in tanto, sono andato lì a curiosare per una specie di attrazione inconscia. Esisteva soltanto il muro in comune con la casa accanto, su cui c’erano ancora i segni della nostra antica presenza. Guardando intorno per terra, dove anche il pavimento era stato divelto e vi cresceva l’erba, pensavo: “Qui c’era la “stanza”, qui la cucina, qui la “terrazza”, qui stava il tavolo da pranzo ...”. Era come se volessi scoprire un mistero presente in quello spazio, il mistero della mia vita che soltanto lì avrei potuto svelare e il cui pensiero quasi mi sbigottiva e mi faceva mancare il respiro.

Ora dove sorgeva la mia casa hanno realizzato una piccolissima piazzetta lastricata di mattonelle moderne, recintata da un muro e un cancello da cui si accede. Mi pare che vi abbiano sovrapposto un grande cerotto freddo, estraneo, sotto cui so che esiste sempre la ferita che non si potrà più rimarginare. Né alleviare.

 

 

La sedia

 

Quando avevo poco più di quattro anni sognavo di possedere una sedia tutta mia, da sistemare nella “stanza” ai piedi del mio lettino e su cui riporre i miei vestiti e le mie cose.

Una sera, la vigilia di Natale, andai insieme alla mia famiglia ad assistere in chiesa alla funzione religiosa, che si concludeva a mezzanotte con la nascita del Bambino Gesù. Pagammo due lire ciascuno per avere una sedia e io, per tutto il tempo della messa, non pensai ad altro che alla sedia, che era mia, che l’avevo comprata con i miei soldi e che avrei potuto portarmela a  casa non appena si fosse conclusa la funzione. Finalmente, pensavo, ne possedevo una, quella su cui sedevo era proprio la “mia”, e quando capii che era l’ora di andare via, riuscii a fatica a sollevarla e mi avviai verso l’uscita.

Fui bloccato da sagrestano che bruscamente me la tolse dalle mani. Prima lo guardai sorpreso, poi reclamai piangendo la mia sedia perché – dicevo – l’avevo comprata coi miei soldi. Sopraggiunsero intanto i miei familiari i quali, ridendo, cercavano di farmi capire che l’avevamo presa a noleggio, che poi si doveva restituire.

Io continuavo a piangere, gridando che non era vero, che l’avevo comprata. Tutta la gente intorno rideva: fu una sera di Natale allietata da questa piccola nota comica. Per me invece fu triste e deludente.