Le nostre proposte di modifica - specie per gli articoli 14, 17 e 23 - getterebbero le basi per un più corretto rapporto tra Stato e Regioni, eliminando cause varie di conflitti di competenze e la iattura della legislazione concorrente, sempre foriera di ulteriori frizioni

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La Civetta di Minerva, 17 novembre 2017

La questione dei rapporti fra Regioni e Stato centrale emergerà in tutta la sua complessità nei prossimi mesi, sull’onda dei recenti risultati referendari. La Sicilia, Regione a Statuto speciale sin da prima che venisse varata la Costituzione italiana, non potrà estraniarsi da questo dibattito. Perciò sarà opportuno arrivarci con qualche ideuzza in testa. Noi della Civetta ci permettiamo di suggerirne sin da ora qualcuna.

Sulla base dell’esperienza storica relativa ad una Autonomia non di rado ignorata dai nostri parlamentari regionali o calpestata dal governo centrale e in previsione di imminenti modifiche (ancora tutte da chiarire) dei rapporti tra Stato e Regioni, recentemente invocate, con quesiti referendari alquanto generici, da Lombardia e Veneto, ci permettiamo di suggerire un aggiornamento dello Statuto Siciliano e una successiva estensione di esso a tutte le altre Regioni.

La maniera migliore di offrire risposte sensate alle crescenti rivendicazioni di autonomia (o solo di trattenimento di una più cospicua fetta di gettito?) da parte dei territori non è certo quella di solleticare spinte separatiste, che non riteniamo di dover criminalizzare ma neanche di dover sostenere o attizzare. E neanche quella di appoggiare miserabili richieste di trattenere localmente quote più consistenti di gettito fiscale, come ci sembra vogliano fare soprattutto Zaia e, con toni più sfumati, Maroni. A nostro avviso, ogni Regione dovrebbe trattenere (o ricevere) quote di gettito proporzionali alla consistenza demografica e calcolabili in rapporto ai costi (normalizzati, medi, standard) dei servizi erogabili dalle Regioni stesse.  Questo criterio non avvantaggerebbe le regioni più ricche, come pretendono i governatori di Veneto e Lombardia. A parer nostro, nessuna Regione dovrebbe essere penalizzata né privilegiata.

Principio ispiratore di condivisibili modifiche (alcune delle quali di seguito ipotizzeremo) potrà essere la netta separazione di ruoli e di ambiti legislativi tra Stato e Regioni. Esattamente l’opposto della commistione contenuta nel pasticciaccio brutto della riforma costituzionale Boschi-Renzi, opportunamente bocciata dal responso referendario del 4 dicembre dello scorso anno. Per inciso ricordiamo che tale orrendo testo riservava al capo del governo la facoltà di intervenire a gamba tesa in tutte le questioni, anche se di competenza esclusiva regionale.

A noi invece sembra giusto ed opportuno riservare al Governo ed al Parlamento della Regione tutte e solo quelle competenze attinenti all’ambito territoriale, cioè all’uso del territorio e delle sue risorse, alla viabilità, alla approvazione di leggi urbanistiche, alla costruzione e manutenzione degli edifici pubblici, alla agricoltura, all’industria, alla pesca ed a tutti i servizi correlati all’economia regionale, con esclusione di quelli relativi alle funzioni dello Stato e ai settori riservati alla sua esclusiva competenza normativa ed amministrativa. Allo Stato centrale dovrebbero competere la Sanità, l’Istruzione, la Giustizia (revisione dei Codici e delle procedure, mantenimento della magistratura) e la sicurezza interna. Su tutto il territorio nazionale. Al Parlamento Europeo l’emanazione di norme fiscali comuni per tutti i paesi dell’Unione, la produzione di direttive generali sull’ecologia (a tutela dell’ambiente) e sull’economia, nonché l’emissione monetaria, mediante un proprio Istituto Centrale di Emissione, realmente pubblico e tecnicamente autonomo, investito della funzione di creare la moneta occorrente (in base a due finalità, appresso indicate) e di consegnarla agli Stati in proporzione alla loro consistenza demografica. Spetterebbe inoltre all’UE il compito della difesa militare di tutti gli Stati membri da minacce e da invasioni nonché il presidio delle frontiere esterne (con conseguente gestione comunitaria dell’immigrazione!) e il coordinamento delle indagini antiterrorismo di tutte le polizie statali e dei servizi segreti. Un compito normativo immane! Rispetto al quale la revisione dei rapporti tra Stato e Regioni potrebbe costituire solo una piccola tessera di un grande mosaico. Ma sarebbe importante avere un disegno generale da perseguire. Giusto per evitare incongruenze!   

In quest’ottica ci sembra opportuno che la Regione rinunci all’attuale legislazione esclusiva (art. 14, lettera r) in materia di istruzione elementare.  Bisogna per altro convenire che di fatto (anche se non di diritto) tale materia è già assorbita e regolata dalla legislazione statale. La modifica proposta dunque non fa altro che ratificare la situazione già vigente. Ci chiediamo semplicemente come mai nessun parlamentare regionale abbia posto la questione della compatibilità di recenti riforme della scuola con il nostro Statuto. Ma non è stata certo l’amnesia più grave. Detto questo, vediamo di sintetizzare nelle dimensioni di un articolo alcune modifiche che vorremmo suggerire.

All’art. 14 (lettera i) dello statuto dovrebbe essere aggiunta una precisazione (evidenziata sotto dal carattere grassetto), a scanso degli equivoci che hanno dato luogo a inopportune intrusioni del governo Renzi nelle statuizioni della legge regionale n. 19/2015 in materia di gestione delle risorse idriche.  Ricorderanno i nostri lettori che abbiamo criticato, sulle pagine di questa Civetta, le impugnative renziane. Le quali hanno snaturato la legge regionale a tal punto che essa solo nel primo articolo predica una linea di azione tendente alla ripubblicizzazione del servizio, mentre nei successivi articoli tale obiettivo risulta sacrificato agli interessi di consorterie che hanno trovato sostegno nella sciagurata intrusione ostativa renziana. Si ricorderà altresì che le impugnative di Renzi sono state subite, con incredibile ignavia, da Crocetta (che non si è opposto minimamente) e proditoriamente assecondate dall’ assessore (Vania Contrafatto). La quale ha dichiarato la sua disponibilità immediata a cambiare la legge, come se le modifiche richieste dal governo nazionale fossero nella disponibilità del governo regionale, mentre solo l’Assemblea Parlamentare Siciliana ha potere in tal senso.

La nuova formulazione da noi proposta per l’art. 14 sarebbe dunque la seguente: «L'Assemblea  […] ha competenza legislativa esclusiva sulle seguenti materie: […] i) acque pubbliche […] e  gestione del servizio idrico». 

Sottrarremmo invece alla Regione alcune competenze che, a nostro avviso, dovrebbero essere attribuite esclusivamente allo Stato. L’art. 17 dello Statuto predica che, […] «la Regione può emanare leggi, anche relative all’organizzazione dei servizi, sopra le seguenti materie: b) igiene e sanità pubblica; c) assistenza sanitaria; d) istruzione media e universitaria; f […]previdenza ed assistenza sociale».  Sarebbe, a nostro avviso, utile ed opportuno che tali materie (rientrando nelle sfere della sanità e dell’istruzione) facessero parte esclusivamente della competenza amministrativa e legislativa dello Stato. Ciò al fine di evitare sia complicazioni e sovrapposizioni di ruoli come anche disparità tra cittadini italiani nell’accesso ai servizi sanitari e scolastici.  Rimarrebbe compito della Regione la realizzazione, la proprietà e la cura degli immobili da mettere a disposizione per tutti i servizi sanitari e scolastici.  Gli organici, le assunzioni, il trattamento del personale e le norme di funzionamento dovrebbero invece rientrare  esclusivamente tra le competenze statali. 

L’art. 23 potrebbe essere così integrato, al fine di attribuire alla Regione la facoltà di emettere (mediante una sezione aggiuntiva della Corte dei Conti con funzione di Istituto di Emissione) una moneta complementare locale, non da addebitare ma da consegnare alla Regione stessa.

ARTICOLO 23 […] «3. I magistrati della Corte dei Conti sono nominati, di accordo, dai Governi dello Stato e della Regione». INTEGRAZIONE: «Una sezione aggiuntiva della Corte dei Conti ha la funzione di Istituto Regionale di Emissione (IRE) e stabilisce, in totale autonomia, quanta moneta complementare sia da immettere in circolazione al fine di: a) tendere a mantenere l’inflazione prossima e non superiore al 2%; b) contribuire a contenere il più possibile la disoccupazione».  L’integrazione da noi suggerita sarebbe foriera di effetti positivi anche sulla legislazione nazionale e comunitaria, ponendo in maniera quanto mai autorevole il problema di un arricchimento delle funzioni dell’attuale BCE ed evidenziando nel contempo l’improcrastinabile trasformazione della stessa BCE (oggi posseduta in quote da banche centrali, nazionali solo di nome ma possedute da banche private) in ICE o Istituto Centrale di Emissione che assumerebbe il compito di una nuova monetazione: non più a debito, ma da realizzare assegnando o consegnando il valore monetario prodotto direttamente agli Stati, in proporzione alla loro consistenza demografica.  La variazione dello Statuto sopra proposta varrebbe inoltre a suggerire l’inserimento di una finalità aggiuntiva (già in vigore per la FED) della produzione monetaria: contribuire all’obiettivo della massima occupazione e non solo a quello del mantenimento dell’ inflazione sotto la soglia del 2% (finalità umica attualmente stabilita per la BCE).

OBIETTIVI DELLE PROPOSTE - Le innovazioni ipotizzate, producibili gradualmente (a partire dalla riforma dello Statuto e dalla sua estensione ad altre Regioni), contribuirebbero a canalizzare verso soluzioni accettabili per tutti le tensioni territoriali che il leghismo padano sta cercando di riattizzare; getterebbero le basi per un più corretto rapporto tra Stato e Regioni (eliminando cause varie di conflitti di competenze e la iattura della legislazione concorrente, sempre foriera di ulteriori frizioni); offrirebbero un possibile modello generale dei rapporti fra competenze dell’Unione, degli Stati e delle Regioni d’Europa; proporrebbero all’attenzione di tutti alcune possibili soluzioni agli incredibili conflitti di competenze insiti nella profonda ambiguità di un sistema bancario controllato dalla BCE e dalle Banche Centrali (nazionali solo di nome), possedute, in quote, dai controllati; introdurrebbero un nuovo modello di monetazione che non avrebbe la macchia originale di quella attuale, che è concausa dell’ingente debito pubblico degli Stati.