Vive nel quartiere Santa Lucia il gruppo più numeroso di extracomunitari a Siracusa, c’è chi ha il negozio. Moltissimi i cingalesi. I figli studiano al Sacro Cuore o in via Isonzo: “Io parlo l’italiano meglio di papà”

La Civetta di Minerva, 17 novembre 2017

Si fa un gran parlare di quest’epoca storica che stiamo vivendo, come di un periodo nel quale si stanno perdendo le identità proprie del territorio, perché il fenomeno dell’immigrazione è quanto più fervido, tanto da ricreare nell’immaginario collettivo delle persone quei sentimenti di paura, di pregiudizio e di diffidenza verso chiunque sia diverso da noi. Diffidenza che spesso poi sfocia nell’intolleranza. Era ovviamente inevitabile prevedere che l’arrivo di un numero così consistente di stranieri, spesso difficilmente integrabili, in un lasso di tempo così breve, avrebbe definitivamente stravolto gli equilibri etnico sociali di questo paese e dei suoi abitanti, senza fra l’altro che venisse loro chiesto in anticipo alcun parere sul fenomeno dell’immigrazione. Ed era altrettanto inevitabile che un argomento simile equivalga, nella realtà quotidiana, ad una vena perennemente aperta, una vicenda su cui vale sempre la pena interrogarsi, perché è indicativa su come ci relazioniamo ai fenomeni sociali e alle persone. Non a caso la domanda “chi è lo straniero?” è una delle più affascinanti e ambigue su cui l’uomo si interroga da che ha la facoltà di interrogarsi.

Ma quanti sono gli stranieri che vivono nel nostro Paese? E nella fattispecie - visto che noi ci occupiamo prevalentemente dell’area locale - in quale quartiere del siracusano se ne rilevano in quantità maggiore?

I dati disponibili sugli stranieri in Italia sono parziali e frammentati. Vengono classificati come stranieri gli immigrati residenti, i rifugiati, i richiedenti asilo, gli appena sbarcati, i migranti irregolari. Sono, in tutto, circa 6 milioni. È un numero non preciso, perché è impossibile ottenere un numero preciso, ma è quello che ci indicano gli ultimi dati Istat, aggiornati al 1° gennaio 2017, dove si contano le persone registrate alle anagrafi comunali che hanno una cittadinanza diversa da quella italiana. Nel dato sono compresi tutti gli stranieri, incluse le persone provenienti da altri paesi dell’Unione Europea. Gli stranieri non comunitari, quelli che nell’immaginario collettivo sono percepiti come i “veri stranieri”, sono circa 3 milioni 500 mila. Un dato che comprende anche i rifugiati, che sono una componente stabile della presenza di stranieri in Italia.

Come abbiamo però accennato prima, noi in questa ricerca ci siamo occupati di andare a trovare e a sentire alcuni rappresentanti delle comunità di extracomunitari che risiedono nei quartieri siracusani. E quello che numericamente ne conta di più è senz’altro il vecchio quartiere popolare di Santa Lucia, o della borgata come comunemente lo si conosce.

E così, armati di bloc-notes e di fervida curiosità, siamo andati fra le vie del popoloso quartiere cercando di raccogliere quante più informazioni possibili circa il numero, le condizioni sociali o lavorative, le ambizioni o i progetti di alcuni esponenti della numerosa comunità di extracomunitari che risiede nel quartiere. Ci è balzato subito agli occhi, che la comunità più presente e più integrata coi locali, risulta essere quella dei cingalesi. Molti di loro, provenienti dallo Sri Lanka, hanno regolarmente aperto delle attività commerciali nel quartiere.

Entrando in una di queste, presente ed attiva nella centralissima via Piave, i proprietari ci accolgono con garbo e gentilezza e, seppure nell’orario lavorativo, sono disponibili a fare due chiacchiere. Il proprietario, che preferisce non darci le generalità, è un ragazzo sulla trentina, che col sorriso sulle labbra ci racconta di essere arrivato a Siracusa circa 19 anni fa, insieme a circa 150 connazionali. Ha da subito trovato lavoro dapprima come addetto alla pulizia dei condominii, ma presto, anche con l’aiuto della sua famiglia originaria, ha messo su quel minimarket di generi alimentari. Si è sposato, ha avuto due figli che frequentano regolarmente la scuola elementare del vicino Istituto Sacro Cuore e dice di riuscire pure a ritornare a casa almeno una volta l’anno.

Gli domandiamo quale religione osserva e lui ci dice di essere cattolico, e ci aggiorna sul dato che nel suo Paese il 70% è di religione buddista ed il restante 30% sono cattolici. Gli chiediamo se è a conoscenza di un luogo di culto per i suoi connazionali di fede buddista e ci svela che nella zona dei Pantanelli, nei pressi del Centro commerciale I Papiri, esiste un tempio adibito al loro culto. Alla nostra domanda se ha mai percepito degli atteggiamenti di razzismo o di prevenzione nei suoi riguardi, ci risponde che i rapporti coi locali sono comunque sempre stati cordiali, e che qui da noi se uno ha la volontà di lavorare, il lavoro lo trova. Solo con qualche cliente si è trovato nella spiacevole e palesata sensazione di sentirsi uno messo lì per servire senza fiatare la gente del luogo, senza avere neanche la possibilità di un contraddittorio. Ma l’ignoranza - si sa - non ha nazionalità.

Procedendo per alcuni metri, nella parallela via Isonzo, troviamo un altro negozio dello stesso genere di quello del ragazzo di cui sopra, e ci imbattiamo anche qui in un ragazzo giovane, sorridente e disponibile ad aprirsi con noi. Stavolta il proprietario ci dà pure le generalità senza alcun problema. Si tratta di Dilan Rangana, cingalese pure lui, di 39 anni. È in Italia da 12 anni, ha vissuto e lavorato a Catania per 10 anni, ed è da solamente due anni che si trova qui a Siracusa. Ha inizialmente lavorato come bracciante agricolo e, ci tiene a precisare, con un regolare contratto di lavoro. Adesso è proprietario di quel negozio di alimentari che gestisce insieme alla moglie, indiana pure lei, che gli ha dato due bambine di 6 e un anno, che frequentano le scuole nella stessa via Isonzo. Sono nate nello Sri Lanka ma avendo frequentato la scuola italiana, parlano l’italiano - parole sue - molto meglio di lui. Anche questo giovane ci racconta di essere cattolico, di non aver mai avuto grossi problemi coi locali, e traspare soprattutto quella serenità che forse solo le sue zone d’origine sanno dare.

Continuando nel nostro giro, entriamo nel bar Ja.Le.Gi, che fa angolo nella grande piazza  Santa Lucia, dove il proprietario Mauro Acri, ascoltando le nostre richieste, molto gentilmente ci chiama Adel Kefi, il suo pasticcere tunisino, 50 anni a gennaio. È anche lui di una gentilezza squisita, e anzi pare animato di una voglia grande di raccontarsi e raccontare. È arrivato a Palermo, regolarmente in aereo, nei primi anni ’80. Dice che allora i controlli erano più larghi, e che a suo dire non serviva neanche il visto. Dall’88 si è trasferito a Siracusa, iniziando a lavorare come inserviente nel bar Tunisi di Zitelli. Bazzicando il laboratorio di pasticceria, è riuscito a rubare il mestiere al pasticcere, e devo dire che lo ha rubato pure bene, visto il risultato che abbiamo potuto verificare personalmente, assaggiando i suoi dolci alla ricotta che nulla hanno da invidiare a quelli dei pasticceri locali.

Ci racconta di essersi sposato con una siracusana, di aver avuto una figlia e di essersi successivamente separato nel 2004. Profferendogli la domanda di rito su atteggiamenti di discriminazione o razzismo da lui eventualmente subiti, ci precisa che non solo non ne ha subito, ma è diventato così amico di tutti che ha persino difficoltà a frequentare i bar o i ristoranti perché i proprietari insistono nel non farlo pagare, mettendolo così a disagio. Solo quando prendiamo l’argomento religione si scalda un po’. «Ma davvero credete che questa sia una guerra di religioneSi appresta a chiederci. «Come voi avete il problema della mafia, continua, noi abbiamo il problema dell’Isis. Che altro non è che un’associazione criminale che fa leva sull’ignoranza del popolo e paga i suoi soldati per spargere terrore nel mondo. Compreso nelle nostre terre» ci dice. È molto sensibile al problema religioso, perché è consapevole che gli eventi attuali di cronaca mettono in cattiva luce tutti i musulmani agli occhi del mondo.

Precisa che l’Islam coll’Isis non ha nulla a che fare e ritiene che Abramo, Gesù e Maometto avevano un solo pensiero, comune tra loro, e di conseguenza - a suo dire - gli unici religiosi che contano sono gli ebraici, gli ortodossi e i musulmani. Conclude dicendo che secondo lui il problema più grosso della sua religione è che loro non hanno una guida forte come potrebbe essere il Papa per i cristiani o il Dalai Lama per i buddisti del Tibet. È irrefrenabile su quest’argomento, e quasi  dobbiamo stoppare il suo fervore. Chiediamo anche a lui se c’è in zona un luogo per professare il suo culto, e ci mette al corrente di una moschea esistente pochi isolati da lì, ma che lui evita di frequentare perché anche lì vi si troverebbero tanti ignoranti ed esaltati dalla moda del momento.

Ci saluta con una gentilezza che - spiace dirlo - cozza coll’atteggiamento che invece abbiamo trovato nella persona del vice parroco della parrocchia di Santa Lucia, dove ci siamo recati per ultimo, che invece ci confessa che lui si guarda bene, nelle sue omelìe, di invogliare i residenti locali ad aprirsi verso gli stranieri, soprattutto i musulmani, e ci fa notare che giusto quel giorno (il 13 novembre), ricorreva l’anniversario della strage avvenuta presso il teatro Bataclan di  Parigi due anni prima, e che quindi essi rappresentano delle persone pericolose per noi cattolici. Non gli va giù che non si battezzano, che si avvicinano in chiesa solo per usufruire degli aiuti forniti loro dalla Caritas, e che insomma un conto sono appunto i cattolici dello Sri Lanka o delle Filippine, ben accetti, che frequentano con una certa regolarità la sua chiesa, e un altro conto i nord africani. Insomma, a dirla tutta, il sacerdote riesce alla fine a farci tornare coi piedi per terra, sperperando quella magia e quell’armonia che le persone incontrate prima ci avevano donato.

Forse avrà ragione lui a metterci in guardia, dato che spesso avrà ascoltato delle testimonianze di persone che magari hanno avuto delle cattive esperienze cogli stranieri, ma personalmente ci piace evidenziare il fatto che ormai, su quella splendida ed immensa piazza che domina l’antico quartiere di Santa Lucia, gli unici bambini che si vedono giocare tranquillamente fuori, sono i figli degli stranieri. Fenomeno che fino a 35/40 anni fa era comune ai nostri bambini italiani, ma che è oramai un ricordo lontano, sprofondato tristemente nella palude delle nostre paure. E dobbiamo dire che, siano due porte di calcio, che tanto piace a noi, o una mazza di cricket, sport più popolare nello Sri Lanka, sbirciare quell’energia e ascoltare quell’allegro vociare, ci riporta a quella serenità e a quel benessere primordiale, oramai purtroppo perduto.