I ritratti del fotografo Carlo Di Silvestro nel “Vicolo Spirduta”, ragnatela di vichi e rue dai nomi poetici, evocativi: ronchi come anse di un fiume

La Civetta di Minerva, 17 novembre 2017

Il catalogo di una mostra del 1996, che mi catapulta una vita fa. Le fotografie di Carlo Di Silvestro (il padre, Pino, è raffinato e solitario scrittore e artista, capace di creare come per poliedrico genio giocattoli per i nipoti, incisioni tele e romanzi  - ricordiamo “La fuga, la sosta”, “L’ora delle vipere” e il gioiello dedicato ad August von Platen: se questa città fosse meno smemorata saprebbe di dovergli molto) sono frammenti di vita, giovanissima disperata vitale, diremmo pasolinianamente, che ci raccontano il “Vicolo Sperduta”, quella ragnatela di vichi e rue dai nomi poetici, evocativi: tra la Turba la Giudecca e la Graziella, via Alagona Dione Salomone Resalibera Esculapio, ronchi come anse di un fiume fatto di case balconi panni stesi ad asciugare e soprattutto bambini, ragazzini che giocano.

Qui non c’è l’Ortigia da cartolina, quella dei 2750 dalla fondazione, quella dei locali à la page, no: ci sono i muri scrostati, l’umido che trasuda dalle pareti, saracinesche, scritte, ringhiere arrugginite. Certo sono passati vent’anni e molto è stato fatto per rendere Siracusa più degna della sua storia e della sua importanza culturale, ma certo nei vicoli meno frequentati di Ortigia non è raro imbattersi in qualcuna delle scene fissate da Carlo Di Silvestro sulle sue foto che sanno insieme d’antico e contemporaneità.

Pietre, ferro, il mare che non c’è eppure lo si vede erodere le facciate e penetrare le ossa: nei volti, nei sorrisi, nei gesti, nelle smorfie sapientemente fissate dall’occhio del fotografo c’è la vita pulsante di questo lembo di terra abitato fin dalla preistoria, sedimento millenario di vite, come leggiamo nella splendida prefazione di un innamorato di Siracusa, il mai troppo ricordato Vincenzo Consolo (per anni presiedette la giuria del Premio Vittorini, ahimè naufragato alla sua diciottesima edizione: ne ricordo il garbo raro, la parola precisa, netta e gentile insieme):

“Il sito è sempre quello, un lembo di terra che il lavorio del mare separò dall’altra terra e rese isola di stupefazione e desiderio, porto d’ogni approdo, crogiolo d’ogni storia, cima di civiltà, fonte di poesia. Sempre quella è la luce, l’incandescenza di ogni alba, la scaglia abbacinante sopra il mare e la sontuosa porpora, la fiammata fenicia del tramonto. In Ortigia è il libro più denso e più profondo della nostra storia, la conchiglia d’ogni eco, la cetra su cui si modula ogni mito, ogni evento.

“Il tempo è un fanciullo che si diverte a giocare. Suo è il dominio”, scrisse qualcuno. E quel fanciullo eterno giocò in Ortigia il gioco più spensierato e più crudele, sforzò lo scrigno, disperse ogni memoria, ridusse in polvere ogni segno. Il tempo e la sua complice consapevole e beffarda, la storia, precipitata da “più superba altezza” alle piane desolate, ai dirupi, alle latomie più buie e più corrotte.

Rovinò la storia fino la più vicina Ortigia, quel teatro ulteriore di geometria domestica, paravento, quinta e fondale di conforto contro lo smarrimento d’un passato enorme, reticolo borghese e popolare, gioco di prominenze e rientranze, vele al vento d’un esplicito barocco, fantasiose fughe moderniste, incise nella tenera pietra color miele, incroci di rue d’affabilità, pause, piazze di scambi, di racconti.

In questo teatro decaduto, fra queste scene sfatte, tra erosioni e scrostature, lebbre di salsedine e fiori di salnitro, schermi di crolli e muri che accecano aulici portali, fra sconnessure e crepe, cespi di rovi e ortiche, in questo spazio d’oblio e offesa, dove l’eterna “luce d’orïental zaffiro” crudamente risalta ogni piaga, ogni sozzura, s’è mosso il giovane fotografo Carlo Di Silvestro. S’è mosso in questo “suo” teatro d’amore e di memoria per ritrarre una grazia, la Grazia che in quel marasma d’abbandono, in quello squarcio d’ogni tessuto di rispetto, prepotentemente rinasce e afferma il suo diritto d’esistenza, il suo potere contro ogni bruttura, ogni malizia, ogni consapevolezza.

I bambini d’Ortigia ritratti da Di Silvestro sono angeli d’un cielo privato di bellezza, sono, in quello iato, in quel vuoto allarmante, nelle loro corse, nei loro salti, nei loro giochi, nei loro sguardi, immagini di una gioia, di un’innocenza che nessuna distorta storia riesce a cancellare. Ma denunziano insieme, le immagini, la minaccia che incombe su quella grazia fragile, su quella luce breve, su quelle fuggevoli figure d’ineffabile bellezza (Milano, 14 maggio 1996).