Se gli Stati non interverranno subito, i costi complessivi ed i rischi connessi possono provocare una perdita minima del 5% del prodotto lordo globale annuo

Ci vogliamo rendere conto che le cause degli eventi estremi che stanno flagellando l’Italia sono derivate dall’effetto-serra, dal riscaldamento globale e dai conseguenti cambiamenti climatici?
Analisi rigorose e sistemiche, frutto di monitoraggi accurati, ci avvertono che ogni anno immettiamo in biosfera una quantità di CO2 doppia di quella che può essere sopportata. Gli ecosistemi non possono più autorigenerarsi, allora le domande sono:  la capacità di carico è stata già superata? il sistema del Pianeta Terra non regge? ci stiamo avvicinando al punto di non-ritorno? a quale velocità? Chi non vuole o non ha interesse di accorgersi di tutto ciò è il vero catastrofista? Quali sono i costi economici oltre a quelli sociali e sanitari?

Un rapporto in tal senso è stato commissionato dal governo britannico all’équipe di Sir Nicholas Stern. Nicholas Stern non è un ecologo, ma un economista che in passato ha ricoperto un ruolo importante nella Banca Mondiale; non è certo un attivista ambientale o un uomo dai facili allarmismi, eppure le conclusioni del suo rapporto sono piuttosto preoccupanti. L'evidenza scientifica è ora schiacciante: i cambiamenti del clima rappresentano una minaccia globale e richiedono una risposta globale e urgente.

Da tutti i punti di vista, le evidenze raccolte in questo Rapporto portano ad una semplice conclusione: i benefici di un'azione energica e immediata superano di gran lunga il costo economico del non agire. I cambiamenti del clima influenzeranno gli aspetti basilari della vita delle popolazioni in tutto il mondo: l’accesso all'acqua, la produzione di cibo, la salute e l'ambiente. Centinaia di milioni di persone potrebbero soffrire per la fame, la carenza d'acqua e gli allagamenti delle regioni costiere a mano a mano che il mondo si scalda. Ciò potrebbe provocare milioni di profughi in fuga dal deserto che avanza, dalle alluvioni di maggior portata e frequenza, dalle coste invase dalle acque dei mari e degli oceani, possono provocare instabilità e problemi sociali.

Utilizzando i risultati di modelli economici formali, il Rapporto stima che se non interveniamo, i costi complessivi ed i rischi connessi con i cambiamenti climatici equivarranno ad una perdita minima del 5%del prodotto lordo globale annuo, ora e per sempre. Il Rapporto Stern prevede un rischio di decrescita forzata che potrebbe arrivare fino al 20%; infatti, se si tiene in considerazione una più ampia classe di rischi e di impatti, il danno potrebbe, appunto, salire al 20% del prodotto lordo ed anche oltre. Al contrario, il costo di ridurre le emissioni di gas serra per evitare i peggiori impatti dei cambiamenti climatici potrebbe essere limitato a circa l’1% del prodotto lordo globale annuo. Continua il rapporto Stern: “Le nostre azioni attuali e nei prossimi decenni potrebbero creare rischi di disfacimento dell'attività sociale ed economica su una scala paragonabile a quella di due guerre mondiali o della depressione economica della prima metà del 20° secolo. Sarebbe inoltre difficile o impossibile invertire quei cambiamenti. Un'azione decisa e immediata è necessaria. I cambiamenti climatici sono un problema globale che ha bisogno di una risposta internazionale basata su una visione condivisa degli obiettivi a lungo termine”.

Queste parole sono come pietre. Quando gli economisti iniziano a fare i calcoli sui costi relativi a certi eventi, vuol dire che ormai questi sono alle porte. Nessuno avrebbe potuto prevedere negli anni venti la crisi del 1929; nessuno avrebbe potuto prevedere negli anni 30 che ci sarebbe stata una guerra mondiale e che sarebbe durata ben 6 anni con oltre 40 milioni di morti. Ora invece abbiamo modelli scientifici sofisticati che ci avvertono di questo rischio. Afferma ancora N. Stern: “Se Roosevelt e Churchill avessero avuto modelli scientifici con questo grado di accuratezza, avrebbero agito senza indugio”.

Le quote di sfruttamento proposte da Herman Daly tornano allora, d’attualità. “Fisicamente – scriveva l’economista ecologico già negli anni ’70 – è più facile determinare e controllare lo sfruttamento che non l’inquinamento. Per una seria azione per il clima occorrono dunque obiettivi ambiziosi che scaldino i cuori e le menti dei cittadini: le soluzioni al ribasso non emozionano e non servono al pianeta, forse solo alla politica per garantirsi un nuovo giro di giostra al prossimo passaggio dalle urne. Per alzare l’asticella (ri)lanciamo una nuova proposta che è al contempo una vecchia provocazione: introdurre dei limiti all’utilizzo delle risorse naturali, piuttosto che correre affannosamente dietro alle percentuali di gas climalteranti emessi in atmosfera. Concentrare l’attenzione sulla testa del processo economico (ovvero l’estrazione e l’utilizzo di risorse) piuttosto che sulla coda (provando a contenere le emissioni) porta con sé numerosi vantaggi. Quella delle quote di sfruttamento potrebbe rappresentare un’innovazione fondamentale nella tutela del pianeta e, dunque, anche delle nostre società. Decidere il livello cui fissare le quote, ossia l’ammontare massimo di risorse utilizzabili in un dato periodo (per convenzione, un anno), rappresenta una scelta squisitamente politica e dunque affrontabile in un contesto pari a quella di una Conferenza Onu”.

Rispetto a quarantaquattro anni fa, quando Herman Daly fece la sua proposta, oggi sono già presenti sulla scena meccanismi che potrebbero facilitare l’introduzione delle quote con il loro esempio. Uno dei più evidenti sono probabilmente quelli sul contenimento nell’utilizzo degli stock ittici (anch’essi una risorsa naturale, e delle più sovrasfruttate). Come oggi accade in questo campo, l’introduzione delle quote di sfruttamento sulle risorse potrebbe riguardare soltanto un numero circoscritto di paesi (a partire dai più sviluppati, gli Usa e le nazioni Ue): agli altri che non accettassero questa nuova forma di tutela ambientale potrebbero essere imposte forti limitazioni nell’import e soprattutto nell’export di prodotti, introducendo così un forte incentivo a rientrare nei dettami di un accordo sulle quote. L’introduzione di vincoli all’utilizzo di risorse è un percorso finora intentato, d'altronde, finora, i risultati nella lotta al cambiamento climatico sono stati troppo modesti per non tentare anche altre vie. Conclude H. Daly. “Senza avere alte ambizioni non riusciremo a salvare la nostra terra”.