“Rivisitazione? Non c’è alcun precedente nei Parchi siciliani già istituiti”. “La Regione vuole tenersi i soldi dello sbigliettamento a Siracusa e le imprese edili avversano il Piano"

 

La Civetta di Minerva, 3 novembre 2017

Intervista a Mariarita Sgarlata, professore associato di Archeologia Cristiana e Medievale e presidente del Consiglio del Corso di laurea in Beni Culturali dell’Università degli Studi di Catania

Professoressa Sgarlata, è stata una sorpresa per lei quest’ennesima fase di stallo nell’iter dell’istituzione del Parco Archeologico di Siracusa?

Ero certa che si sarebbe arrivati a un nulla di fatto prima della fine di questa legislatura, ormai alle ultime settimane. Solo qualche giorno fa ho sottolineato come la nuova composizione del Consiglio Regionale dei Beni Culturali lo renda un organo ormai più politico che tecnico, nonostante le premesse fossero diametralmente opposte. L’articolo 61 della Finanziaria del 15 maggio 2015, modellato sulla proposta presentata durante il mandato di assessore regionale, ha finalmente modificato la Legge Regionale 80/1977 in materia di composizione del Consiglio, proponendo una riduzione numerica da 53 a 15. Questo provvedimento aveva la finalità di rendere meno elefantiache e più scorrevoli le decisioni. Tornando  all’istituzione del Parco Archeologico di Siracusa, è evidente come il percorso delineato nei suoi interventi dal presidente della commissione bilancio dell’Ars, Vincenzo Vinciullo, che siede come componente del Consiglio grazie a una forzatura della legge, appaia falso e tortuoso: ha sostenuto per mesi che avrebbe istituito il Parco con un suo decreto, secondo una prassi inesistente, presentato con un emendamento che non è mai stato approvato. La legge 20/2000 (sistema dei parchi archeologici, scritta da Sergio Gelardi, dirigente generale BB.CC. Sicilia, che ha lavorato sul decreto di perimetrazione del Parco di Siracusa) prevede semplicemente che al decreto di perimetrazione già esistente, da me sottoscritto (D.A. n. 936, 3 aprile 2014; G.U.R.S., 2 maggio 2014), segua il decreto di istituzione con un regolamento del Parco (anch’esso già esistente), il parere positivo del Consiglio Regionale e un consiglio di amministrazione di 5 componenti che invece è, questo sì, ma solo questo, da nominare. Regolamento e consiglio di amministrazione saranno presentati nel decreto di istituzione del Parco, come prevede la legge e come risulta dai decreti dei parchi fin qui istituiti (da quello della Valle dei Templi ad Agrigento a quello di Selinunte e Cave di Cusa, che aveva acquisito il parere del Consiglio anni fa e che è stato così possibile istituire il 19 aprile 2013). 

A questo punto sarà il nuovo governo regionale a occuparsi della istituzione del Parco di Siracusa, e degli altri 8 già perimetrati, non prima di avere rinnovato la componente politica del Consiglio che decadrà domenica prossima. Attualmente si può senz’altro affermare che la fretta con cui si è provveduto a resuscitare, dopo 8 anni, il Consiglio si spiega solo guardando i nominati che riflettono le scelte della governance del patrimonio culturale siciliano espresse dal Nuovo Centro Destra.

Quali interessi paralizzano l’iter di decretazione? È possibile individuarli?

Istituire il Parco significa creare un ente indipendente, dotato di autonomia gestionale. Significa che tutti gli introiti dello sbigliettamento, pari all’incirca a 4 milioni di euro all’anno, non verrebbero incamerati a Palermo ma resterebbero a Siracusa e potrebbero essere utilizzati per i fini stabiliti dalla legge: tutela, manutenzione e valorizzazione del sito. E’ chiaro che l’accelerazione impressa nel 2013 al sistema regionale dei parchi archeologici perseguiva il fine di riproporre l’esempio felice dell’Ente Parco Autonomo di Agrigento, che in questi ultimi anni, gestendo direttamente i proventi dei biglietti venduti, ha rafforzato la promozione, i flussi turistici, assicurando un livello alto di manutenzione e finanziando eventi culturali nel sito. A proposito degli interessi, mi soffermerei su due in particolare: il primo è da individuare a Palermo e nel bilancio regionale che, in una Sicilia in costante debito d’ossigeno, conta molto sui proventi delle principali aree archeologiche (prima tra tutti proprio la nostra Neapolis) e non rinuncerà facilmente a quelle entrate sicure, che, secondo la legge, dovrebbero finire per il 70% nel calderone delle finanze regionali e per il 30% nelle casse dei Comuni di appartenenza delle aree stesse (L.R. 10, art.7, 27 aprile 1999).

A luglio del 2016 governo e maggioranza all’ARS hanno ridimensionato la quota del 30% che, a partire dalla metà del 2014, la ragioneria regionale non ha più restituito ai Comuni. Ci si è arrivati lentamente ma con determinazione, proponendo prima una quota ridotta (20 o 15%, a seconda del numero di abitanti dei Comuni) e successivamente si è deciso di azzerarla completamente con la scusa che i Comuni non usano la quota secondo le prescrizioni di legge (manutenzione e valorizzazione del sito), il che è spesso avvenuto anche a Siracusa, dove si sono spostate le somme per organizzare spettacoli nel centro storico.

Il secondo interesse, che affiora palesemente a ridosso di importanti decisioni, è rappresentato da alcune categorie che comprendono tra l’altro ingegneri e imprenditori edili. E’ lo stesso interesse che Luigi Bernabò Brea tentava di ostacolare, proponendo un unico parco archeologico (un “Central Park Aretuseo”) che collegasse il Parco della Neapolis (nato tra il 1952 e il 1955) a tutto il quartiere Acradina (area dei Cappuccini) con un trenino. Ecco, io sono profondamente convinta che quel locomotore avrebbe trainato lo sviluppo economico di Siracusa nella giusta direzione. E’ la stessa convinzione che guida le azioni verso il traguardo del Parco Archeologico di Siracusa, avversato da buona parte dell’imprenditoria siracusana che ha guardato sempre con preoccupazione a questo provvedimento che vanificava concessioni edilizie e ne precludeva di nuove.   

Si ventila l’ipotesi che questa nuova stasi possa portare anche a una rideterminazione dei confini del parco. È un’ipotesi possibile? L’ANCE è tornata a farsi sentire: c’è in previsione uno scontro tra interessi contrapposti?

Rispondere a questa domanda rappresenta l’occasione giusta per spiegare i confini del Parco nella perimetrazione decretata. Il Parco Archeologico di Siracusa, che riproduce il perimetro delle mura dionigiane, comprende l’area monumentale della Neapolis, contrade Tremilia e Fusco, Castello Eurialo per poi scendere verso Santa Panagia e Scala Greca, fino a toccare le Latomie dei Cappuccini. Il P.R.G. di Siracusa del 1956 (il piano Cabianca) risparmiava le contrade che si snodano attorno al Castello Eurialo sulla collina dell’Epipoli ma, come sappiamo, venne stravolto da varianti e stralci fino all’adozione nel 1970 del cosiddetto “Antipiano Cabianca”, quello che autorizzò il sacco urbanistico della collina di Epipoli. La perimetrazione del Parco di Siracusa limita fortemente le concessioni edilizie, generosamente distribuite negli anni passati, soprattutto sulla collina dell’Epipoli che, in spregio ai vincoli di inedificabilità assoluta, era stata assoggettata ad un piano di lottizzazione in un nuovo Piano Regolatore Generale della città approvato da un’amministrazione di centrodestra nel 2007. Tutte queste aree non ancora edificate rientrano ora nella fascia B dei 200 metri di rispetto del Parco di Siracusa e questo le rende inedificabili. Questo spiega la pressione dei vertici dell’ANCE per rivedere la perimetrazione del Parco ma molto meno la disponibilità di una Soprintendente ad accogliere queste richieste. Si sa, a Siracusa accade purtroppo spesso! Il decreto di perimetrazione serve per la tutela, che dovrebbe essere garantita dagli organi preposti, mentre quello di istituzione è finalizzato alla valorizzazione dei siti archeologici.     

Credo che sia difficile rideterminare i confini del Parco, una volta decretati e rimanendo rigorosamente nei confini della legge; non c’è comunque alcun precedente nei Parchi siciliani già istituiti, Agrigento, Naxos, Himera e Selinunte e Cave di Cusa. Non abbiamo la sfera di cristallo ma sicuramente sarà il prossimo governo regionale a manifestare un’attenzione verso lo straordinario paesaggio siciliano o, piuttosto, verso gli interessi di chi vuole devastare quello che resta da un eccessivo consumo del suolo e in assenza di qualunque giustificazione demografica. Un dato è certo: il ritardo dell’attuazione del sistema dei parchi archeologici in Sicilia la dice lunga sul clima che si respira nella cabina di regia palermitana e sullo stato confusionale del rapporto tra governo regionale e territori.

Un’ultima posizione smorza gli entusiasmi di chi crede nei parchi archeologici e paesaggistici come strumento di una nuova crescita economica a vantaggio non di singoli ma di un’intera comunità: si tratta di chi non comprende che un parco archeologico, che contiene un paesaggio unico, protetto sia dentro che fuori dai suoi confini, è un grande catalizzatore di fondi comunitari e può essere messo al centro di grandi progetti di valorizzazione della programmazione europea 2020. Chi pensa invece che il parco sia una risorsa deve sapere che, perché lo diventi, si dovrà aprire l’ultima porta, un forziere serrato di interessi condivisi, che richiederà vere mobilitazioni e un impegno straordinario nei territori. Qui è in gioco un cambiamento di mentalità che deve investire i governi regionali e renderli consapevoli del grande vantaggio che, nella lunga durata, potrebbero trarre da una scelta in controtendenza rispetto alle lobby della politica e dell’impresa.