“Il rigore della disciplina lascia a tutti un segno indelebile e in alcuni casi delle ferite psicologiche così gravi dalle quali non sempre si esce indenni e talvolta si resta irrimediabilmente vittime”

La Civetta di Minerva, 3 novembre 2017

Sul disagio carcerario, il magistrato Vittorio Fontana ha dichiarato: “A norma della Costituzione le carceri dovrebbero chiamarsi ma soprattutto essere Istituto di Educazione Civile. Magistrato, Presidente di Giustizia e Pace, Centro Italiano di Studi Giuridici e Sociali, con sede al Getsemani in Piedimonte Etneo, il dott. Vittorio Fontana ha analizzato il tema incentrato sul disagio carcerario.

Quale correlazione sussiste tra il disagio sociale e il disagio carcerario?:

“Le problematiche che riguardano la vita carceraria non possono certo essere ignorate dal grande pubblico per la semplice ragione che l’istituzione carceraria come la vita carceraria non sono avulse dal contesto dei problemi sociali, anche se spesso trascurate.E’ dal disagio sociale che nasce il più grave disagio di chi ha la sventura di varcare le soglie del carcere.

I disagi che questo gli procurerà si compendiano nella privazione di tutte le libertà (di movimento, di vita familiare e sociale, di commercio e d’impresa in genere, come dell’esplicazione di qualsivoglia e libera attività o professione, non certo però, della libertà di pensiero o di fede, inviolabile e insopprimibile per ogni uomo) e indurranno – si spera – il detenuto a una profonda riflessione e trasformazione della sua forma mentis.”

Nel corso del convegno, Viaggio intorno al disagio: dalla società al carcere, tenutosi nell’aula magna del Palazzo Impellizzeri, lei ha anche discusso sulla socialità umana

“Reputo importante sottolineare che la Socialità umana è una delle peculiari caratteristiche della nostra specie. L’uomo, dice già Aristotele, è animale sociale. Ed è tanto profonda questa socialità, che si traduce in un intreccio continuo di dare e di ricevere nella famiglia e nell’intera società. Questa trama di relazioni è così fitta che, come osserva Luigi Sturzo, nostro grande conterraneo, sociologo e fondatore della cosiddetta Sociologia Storicista, «all’uomo, nella sua esperienza quotidiana, è persino vietato di pensare senza rapportarsi ai suoi simili». Il rapporto con il nostro simile – poiché non tutti gli uomini sono buoni – non sempre è amichevole. Tante volte è conflittuale. Per invidia, per es., o per volontà di supremazia o altro ancora, per cui, non rare volte, si tocca con mano la verità del terrificante detto di Hobbes, «homo homini lupus». Fortunatamente, non è sempre così, se è vero – come io credo – quel che dice Dante nel De Monarchia: «la natura superiore ha reso gli uomini inclini all’amore, alla verità onde i posteri possano servirsi del frutto delle loro fatiche come essi stessi hanno tratto vantaggio delle fatiche degli antichi.»

Quando il nostro rapporto con gli altri non è corretto, la società stessa interviene con la dura voce del diritto e nei casi più gravi commina il carcere. Anche il carcere a vita. L’uomo, ridotto in catene, deve sottostare a rigide norme di comportamento che gli impongono tempi e modi di vita in ogni ora del giorno e della notte. L’uso della “costrizione” è giustificato dalla necessità di ridurre il ribelle alla ragione, avendo egli agito con arbitrio, calpestando l’altrui libertà.”

In carcere, definito non luogo dallo storico Padre Piersandro Vanzan S.J., si muore. Egualmente diffusi risultano gli atti di autolesionismo e di tentato suicidio.

“Il disagio carcerario non è da tutti subito alla stessa maniera. Possiamo pensare che il colpevole di qualche misfatto possa anche accoglierlo come espiazione delle sue colpe e sopportarlo con rassegnazione. Ma il rigore della disciplina carceraria lascia a tutti un segno indelebile e in alcuni casi delle ferite psicologiche così gravi dalle quali, non sempre, si esce indenni e talvolta si resta irrimediabilmente vittime. Sono tantissimi i reclusi che accusano delle turbe psichiche più o meno gravi, mentre si registrano annualmente, in mezzo alla popolazione carceraria, che per il sovraffollamento ha raggiunto anche fino a 56 mila e più presenze (come a dire, un terzo circa della normale capacità recettiva delle strutture carcerarie), una media di 46 casi di suicidio. E’ una vera enormità per chi ritiene che la vita umana non ha prezzo anche per colui che si sia macchiato di una colpa riprovevole. Ma soprattutto, il fenomeno denota il fallimento del progetto rieducativo che sta alla base dell’Istituzione Carceraria.

Il suicidio in carcere è stato da molti decenni studiato a fondo sia dal punto di vista medico che da quello sociologico. Esso rappresenta l’acme del disagio carcerario. Eppure i nostri Padri Costituenti, già nel 1948, statuirono che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.”

Come fatto patologico, il suicidio ha delle cause sociali che vanno rimosse?

“Non v’è dubbio che come sono sociali le cause della devianza (dalle regole) – ciò che noi chiamiamo illecito, ciò che mena l’uomo al fatto/reato – si possono considerare come “sociali” anche le cause che spingono l’uomo alla disistima di sé, alla depressione estrema e quindi, al suicidio. In realtà, la vita carceraria, che dovrebbe condurre l’uomo alla normalità, spesso lo spinge a una situazione opposta (direi, quasi innaturale perché capace, piuttosto che alleviare le frustrazioni, le fobie, le false rappresentazioni, gl’inganni che portano alla devianza che è il reato) al risultato di acuire le stesse cose spesso in maniera abnorme e grave.”

Quanto alla recidiva?

“Si è parlato spesso e non a torto, considerato il numero dei detenuti recidivi che entrano continuamente in carcere, incalliti nel delitto, come le carceri spesso, anziché luogo di redenzione, siano delle vere e proprie “università del crimine”. Ciò è dovuto al fatto che l’istituzione carceraria non sempre corrisponde alle finalità per le quali esiste, rivelandosi incapace di assolvere i compiti rieducativi costituzionalmente sanciti. Tutto ciò dà l’idea che la comunità carceraria, formata da individui che fuori dal carcere e prima di entrarvi si dimostrarono asociali – non v’è atto più asociale del reato – mentre da un lato favorisce il fenomeno della recidiva(creandosi al suo interno forti legami fra i condannati e rafforzandosi in essi, usciti dal carcere, la volontà di delinquere), la stessa comunità emargina e per così dire, traumatizza i soggetti più deboli  (verosimilmente i più giovani e i delinquenti primari o occasionali), creando in questi ultimi gravi problemi psicologici che possono sfociare in forme, più o meno acute, di depressione.”

Può il lavoro restituire i reclusi alla società civile come buoni cittadini?

“La macchina carceraria – in mano allo Stato – non può mai raggiungere senza il lavoro i buoni obiettivi per cui essa stessa esiste. Il lavoro è consigliato dalle più moderne Scuole Mediche Psichiatriche per combattere la depressione (ergoterapia). Il lavoro storna la mente dall’eccessiva tristezza che porta a gesti inconsulti fino al suicidio, incanalandola verso scopi costruttivi. Il lavoro è gratificante e se remunerato – com’è giusto che sia – può offrire al detenuto la possibilità di sostenere le famiglie rimaste prive, come capita spesso, d’ogni reddito e sospinte, per la sopravvivenza, a farsi mantenere  dalla malavita. Il lavoro ha una funzione altamente educativa perché impone al condannato una condotta corretta, una nuova abitudine di vita che fu dismessa, fuori dal carcere e prima di entrarvi, commettendo degl’illeciti penali, a danno degli onesti cittadini e della società nel suo complesso.”

In conclusione?

“Troppo poco – quasi nulla – rispetto all’imponenza del problema, ha finora fatto lo Stato in direzione della trasformazione dei luoghi di pena in luoghi di lavoro. Posso anche dire che giustamente, a causa della recidiva, la società si duole del fatto che i reclusi, spesso con fedine penali lunghe varie pagine, vanno, escono e ritornano in carcere come se andassero a villeggiare a spese della collettività, con pericolo per la sicurezza e l’ordinata convivenza civile. La cittadinanza vuole non solo pene certe nella durata, ma pene soprattutto “efficaci”, cioè capaci di trasformare un delinquente in un onesto lavoratore, abituandolo alla disciplina del lavoro. Il principio del lavoro non fu esaltato solo dalle moderne ideologie perché già l’Apostolo Paolo di Tarso, duemila anni or sono, predicava con vigore che “chi non lavora non mangi.” Proprio a significare che la libertà, che Iddio ha concesso all’uomo, non gli consente di vivere e neanche di nutrirsi illecitamente ai danni del proprio simile ma fruendo dell’onesta opera delle sue mani.”