Originale iniziativa ad Augusta per ripercorrere la vita e le gesta dello “stupor mundi”. Capi d’imputazione: crudeltà, genocidio e megalomania. La giuria popolare, meno clemente dell’Accusa, per i primi due ha chiesto un supplemento di indagini

 

La Civetta di Minerva, 3 novembre 2017

Il "Centro Studi Storico-Militari Augusta" con il patrocinio dell' "Hangar Team Augusta"   ha organizzato una interessante iniziativa per discutere sulla figura del fondatore della città  Federico II di Svevia utilizzando la metodica del processo penale quale strumento per scandagliarne gli aspetti più controversi della sua pur grande opera di politico di razza ante litteram. La scelta del processo simulato si è ben prestata per ripercorrere per sommi capi le principali iniziative del grande personaggio storico ed ha permesso di evidenziare la necessità di approfondimenti oltre il mito, per una compiuta ed esaustiva valutazione del personaggio.

L’impianto del processo si è sviluppato attraverso una descrizione della vita dell’imperatore svolta dal Prof. Salvatore Santuccio, storico dell’Università di Catania, che ne ha ricordato le caratteristiche principali e le più significative attività che segnarono di lui il suo tempo. Tratteggiato il personaggio, è toccato al Pubblico Ministero Fabio Scavone, procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Siracusa, di formulare i capi di imputazione.

Ripercorrendo i principali episodi che hanno caratterizzato la vita dell’imperatore, il pubblico ministero ha individuato in tre incolpazioni i principali capi di imputazione: megalomania, crudeltà e genocidio. Megalomania in ordine all’incessante azione dell’imperatore che, Re di Sicilia all’età di 4 anni, acquisì per eredità, matrimoni combinati e iniziative politiche e militari i titoli di re di Germania, d’Italia, imperatore del sacro romano impero e per ultimo re di Gerusalemme  in una opera di costante contrapposizione al potere papale e dei vari baroni e feudatari, che imperversavano nel suo regno. Crudeltà in ordine alla morte e alla detenzione fatta patire al figlio Enrico e genocidio in ordine alle deportazioni e alla contrapposizione alle comunità di mussulmani che vivevano in terra di Sicilia.

Il Pubblico ministero, nel discutere sui capi di accusa, ha segnalato gli eventi principali che ne hanno segnato l’opera evidenziando con decisione il contesto in cui è intervenuto l’imperatore e pur sottolineando gli episodi e i fatti che giustificavano l’imputazione ha concluso chiedendone l’assoluzione in relazione alle caratteristiche dell’epoca e alle circostanze che ne hanno determinato l’azione. Preso atto della richiesta, il difensore, nella fattispecie il brillante avvocato Puccio Forestiere, sorvolando sulla specificità delle accuse, posto che già il PM ne aveva chiesto l’assoluzione, ha impostato la sua arringa difensiva, da consumato principe del foro, sottolineando essenzialmente la personalità, il ruolo politico e la precarietà del potere gestito dal suo prestigioso assistito in un contesto in cui le spinte disgregatrici dell’impero richiedevano decisione e scelte risolutive, ribaltando, con ottima strategia difensiva, la posizione dell’imputato da colpevole a vittima. Vittima degli agguati perpetrati dai vari baroni e dai proprietari dei feudi che, ogni qualvolta le vicende politiche lo vedevano  impegnato a dirimere controversie all’interno del suo sterminato impero o a combattere battaglie per conto terzi in crociate e ribellioni varie, lo obbligavano ad una costante autodifesa e ad una non minore attenzione all’insidiosa azione del papato che di volta in volta lo adulava e lo scomunicava a tutela dei propri interessi terreni e dei privilegi di un clero e di vescovi molto attenti a ritagliarsi spazi di autonomia e a gestire autarchicamente prebende e territori.

Nella conclusione della sua arringa, Forestiere non ha mancato di sollecitare la simpatia del pubblico sottolineando come l’imputato, più che chiamato a rispondere di reati, avrebbe dovuto essere accusatore nei confronti dei posteri per come il suo regno e segnatamente la città di Augusta da lui fondata si ritrova oggi. Alla fine di una conversazione pregevole per spunti dialettici e paradossi, concludeva sottolineando come la grandezza del personaggio e i suoi meriti politici lo ponevano al di sopra di ogni giudizio anche se qualche sua azione, qualora fosse esistita, giudicabile al di sopra delle righe oggi nel 2017, sicuramente nel 1200 quando essa si è svolta tale non era.

Nella finzione scenica impostata sarebbe dovuto toccare ad una giuria composta da un magistrato in servizio nel ruolo di giudice delle indagini preliminari presso il tribunale di Siracusa, il dott. Andrea Migneco, e due giudici popolari, il prof. Ilario Saccomanno presidente dell’Hangar team, benemerita associazione di tutela del territorio e sostenitrice dell’iniziativa, e chi scrive, a dover emettere il verdetto.

La giuria, monca del dr. Migneco assente per un gravissimo lutto familiare occorso nella stessa giornata, ha dovuto, quindi, decidere affidandosi alla conoscenza degli atti processuali così come emersi nel corso del dibattimento. In questo contesto è toccato a chi scrive concludere la riunione; consultatosi con l’altro giurato, si è pervenuti ad una sentenza alquanto imprevista. Infatti tutto portava a ritenere che concordando difesa ed accusa, il tribunale avrebbe assolto l’”imputato” rapidamente, invece, come accade nei processi più controversi e complessi, il “tribunale” sottolineando il proprio ruolo terzo nel processo in equidistanza tra accusa e difesa, ha scandagliato i fatti esposti e deciso accogliendo la richiesta di assoluzione per l’accusa di megalomania formulata dalle parti, mentre ha ritenuto di non poter accogliere la stessa soluzione per gli altri capi di imputazione richiedendo un supplemento di indagini. Infatti mentre rispetto alla prima accusa il dibattimento ha sufficientemente dimostrato che l’azione di Federico II° è stata caratterizzata da una visione politica ben precisa del suo ruolo e che le sue azioni più che ad acquisire potere per una personale crescita di potenza sono state orientate a dare forma e regole ad un potere fino allora nelle mani di vescovi, papi, baroni e feudatari vari che agivano ognuno per conto proprio senza regole e spesso con arbitrio ha operato per garantire una forma di diritto laico, istituendo con più azioni di un medesimo disegno politico un vero e proprio codice legislativo e giudiziario, in particolare nel regno di Sicilia, e realizzando, in seguito, una vera e propria struttura di governo nelle mani dell’imperatore che, grazie alla costituzione di Menfi, organizzò nell’intero regno una rete di controllo e di governo con la costituzione dei “giustizierati” retti da giustizieri (assimilabili agli attuali prefetti) che avevano il compito di garantire la volontà imperiale nei territori e le leggi e norme via via emanate dal regnante, assicurando così una sia pure primordiale natura di stato unitario in quello che prima era una terra in cui ciascuno esercitava il proprio potere al di fuori di regole amministrando solo i propri privilegi.

Lo scontro ed i rapporti controversi con il papato e con i baroni erano dunque assimilabili a prove indirette di un contrasto politico vero e proprio che presiedeva ad una visione federiciana del potere non solo personale. La istituzione, poi dell’università di Napoli in contrapposizione ed in alternativa a quella di Bologna controllata dai papi, quale strumento per la formazione di funzionari ed eruditi che dessero corpo a quell’embrione di stato che, pur accentrato, garantiva laicità e netta separazione tra i poteri, costituiva prova esplicita di una volontà riformatrice da non confondere con la bramosia di un potere esclusivo e personale.

In ordine alle altre accuse, non sufficientemente provata è stata ritenuta l’accusa di crudeltà in riferimento al comportamento assunto nei confronti del figlio poiché non sono stati chiariti i motivi dello scontro, se nati da contrapposizioni personali o dalla volontà di quest’ultimo di minare l’unitarietà del regno; come pure non provata è risultata l’accusa di genocidio verso i musulmani, posto che le espulsioni dei musulmani dalla Sicilia avvenne in seguito a tentativi di realizzare territori autonomi dal regno in terra di Sicilia e, pur se vi furono scontri tra armati, non risulta alcuna azione di sterminio di massa legata alla razza o alla genia dei suddetti abitanti, che in massima parte furono deportati nell’Italia continentale a Lucera dove si insediarono e vissero in pace. Nulla di paragonabile ai genocidi, questi si, provati, degli armeni in Turchia o peggio ancora degli ebrei ad opera dei nazifascisti. Tutto ciò ha portato l’improvvisato tribunale a chiedere un supplemento di istruttoria.

L’uso del processo come metodo di indagine su personaggi di rilievo della storia recente e passata si è così rivelato una metodologia sufficientemente interessante vista l’attenzione con cui il pubblico ha seguito le varie fasi dell’incontro suggerendo così un nuovo modo di confrontarsi col passato che abbandoni il vecchio strumento della conferenza senza contraddittorio e dove, passati i primi 20 minuti (nei casi migliori), gli astanti consultano nervosamente l’orologio nella speranza di una conclusione rapida della discussione in corso.

Un’ultima notazione va fatta in ordine ad una curiosità emersa dalla conferenza: sia accusa che difesa, riferendosi alla nascita di Augusta, hanno fatto risalire la sua popolazione alla traduzione forzata di abitanti di Centuripe e Montalbano che, ridotti in catene dopo una repressione seguita ad un tentativo di ribellione contro il regno, furono insediati nella città: fatto riportato da più fonti; notizia che, ad uno studio più attento, come riferito dal prof. S. Agnello in una pubblicazione curata dal Distretto scolastico di Augusta, si è rivelata falsa e non supportata da prove, in quanto Augusta fu popolata da persone trasferite sì coattivamente ma da Catania, come risulta da documenti dell’epoca.

La notizia farlocca deriva dall’abitudine di eruditi locali di inventare fatti o dare notizie frutto di ipotesi ricostruttive assunte come buone per rafforzare il proprio prestigio o millantare conoscenze ed erudizione presso i potenti onde essere accreditati o acquisire benemerenze e vantaggi. Come si vede, anche allora erano in voga le fake news, il che ci spinge, anche nei nostri giorni, ad essere più attenti nella verifica delle fonti prima di accreditare come vere notizie e fatti inesistenti: quindi, anche da questo incontro emerge la necessità di stare attenti su FB e sui vari social alle notizie false che portano ad una visione dei fatti e della storia molto diversa dalla realtà.