Data in cui, nel 1948, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclamava la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Nel luglio 2011 gli ergastolani di Spoleto scrissero a Napolitano: “Meglio la pena di morte”

 

La Civetta di Minerva, 6 ottobre 2017

Sostenitrice della campagna promossa per l’abolizione del carcere a vita, l’Associazione Liberarsi è in piena attività per organizzare un giorno di digiuno nazionale. Data prefissata: domenica, 10 dicembre 2017. Saranno coinvolti, quali organizzatori o aderenti, i parlamentari – promotori di un disegno di legge, attivi nel determinarne la calendarizzazione; gli uomini, le donne di Chiesa e egualmente, di altra fede religiosa; le Istituzioni; gli esponenti della Magistratura, dell’Università, dell’Avvocatura; gl’intellettuali e i personaggi del mondo dello spettacolo; gli ergastolani e i loro familiari; i cittadini.

La scelta della data programmata non risulta casuale: il 10 dicembre 1948 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvava e proclamava la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Nella storia dell’umanità, per la prima volta, veniva prodotto un documento concernente tutte le persone del mondo senza alcuna distinzione. Per la prima volta, veniva scritto che esistono diritti dei quali ogni essere umano deve poter usufruire per la sola ragione di essere al mondo.

L’iniziativa potrebbe essere interpretata come l’ennesima provocazione di chi, conformemente alle considerazioni di molti, non ha nessun diritto: tanto meno quello di poter manifestare il proprio dissenso. Diversamente, sarà un’occasione significativa per destare l’attenzione della cronaca su una realtà che propone assiduamente una serie di punti critici mai seriamente analizzati.

L’iniziativa fa focus sull’efficacia di un provvedimento qual è l’ergastolo e, alla stessa stregua, evidenzia la capacità organizzativa, di confronto delle numerose persone detenute nelle carceri italiane che scelgono di esser parte di un corpo unito e compatto. La forma di protesta adottata - drammatica e egualmente, civile – rivela l’atteggiamento maturo di molte persone detenute: non c’è e non ci sarà alcuna rivolta violenta. Obiettivo fondamentale sarà favorire lo sviluppo di un vero dialogo con le Istituzioni, ancora oggi, cieche nel non voler vedere, sorde nel non voler sentire. Uno sciopero della fame dunque, che si conforma come diritto da esercitare liberamente. L’iniziativa è invito alla riflessione sul senso stesso dei principi della giustizia italiana, strutturata e attaccata saldamente alla pena dell’ergastolo, strumento che, lontanamente teso alla rieducazione della persona condannata – art. 27, comma 3, Costituzione Italiana – palesa la negazione immutabile e irreparabile di un sistema penitenziario.

Il carcere “funziona” quale mezzo di punizione, al fine di soddisfare le istanze politiche, popolari finalizzate alla sicurezza pubblica e alla rigidità della pena. Il carcere risulta essere, ancora oggi, lo strumento in cui il termine riabilitazione resta vacuo nella sua accezione relativa allo sviluppo di significativi percorsi educativi e formativi per tutte quelle persone detenute a vita che hanno minato l’esigenza di sicurezza nazionale.

Nel luglio 2011, gli ergastolani in lotta per la vita hanno prodotto e inviato al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano una lettera in cui è stata rinnovata la richiesta d’introdurre la pena di morte:

Signor Presidente della Repubblica,

ci sono delle sere che il pensiero che possiamo rimanere in carcere per tutta la vita non ci fa dormire. E la speranza è un’arma pericolosa. Si può ritorcere contro di noi. Se però avessimo un fine pena... Se sapessimo il giorno, il mese e l’anno che potessimo uscire... Forse riusciremo a essere delle persone migliori... Forse riusciremo a essere delle persone più umane... Forse riusciremo a non essere più delle belve chiuse in gabbia.

Signor Presidente della Repubblica,

noi, “uomini ombra”, non possiamo avere un futuro migliore, perché noi non abbiamo più nessun futuro. E per lo Stato noi non esistiamo, siamo come dei morti. Siamo solo come carne viva immagazzinata in una cella a morire. Eppure, a volte, quando ci dimentichiamo di essere delle belve, noi ci sentiamo ancora vivi. E questo è il dolore più grande per degli uomini condannati a essere morti. A che serve essere vivi, se non abbiamo nessuna possibilità di vivere? Se non sappiamo quando finisce la nostra pena? Se siamo destinati a essere colpevoli e cattivi per sempre?

Signor Presidente della Repubblica,

molti di noi si sono già uccisi da soli. L’ultimo, proprio in questo carcere il mese scorso; altri non riescono ad uccidersi da soli. Ci aiuti a farlo Lei. E come abbiamo fatto quattro anni fa, Le chiediamo di nuovo di tramutare la pena dell’ergastolo in pena di morte.

              Gli ergastolani in lotta per la vita del carcere di Spoleto