L’accesa rivalità di campanile, la storica e secolare disputa di supremazia territoriale, volevi che non sfociasse nel dio pallone, contesto dove le rivalità crescono e pascono beatamente? Ma certo che no

 

La Civetta di Minerva, 6 ottobre 2017

Chi ha avuto la fortuna, come chi vi scrive, di appassionarsi al calcio a partire già dai primi anni ’80, avrà avuto pure la preziosa opportunità di poter godere degli articoli che scriveva, riguardo a questa arte pedatoria, una grande firma del giornalismo italiano che grazie alla sua inventiva e alla padronanza della lingua, ha lasciato una profonda impronta sul giornalismo sportivo italiano.

Stiamo parlando di Gianni Brera, giornalista e scrittore lumbard (come amava lui stesso definirsi), scomparso nel dicembre del ’92,che del calcio e di quelle sfide la cui rivalità storica travalica i confini dello sport, soleva dire che lo sport agonistico non è svago, è un dovere sociale. Svago è lo sport inteso in senso tradizionale, di puro diporto (antico francese se deporter, evadere, cioè, togliersi fuori). Quando invece uno fa agonismo, pone se stesso come paradigma d'un intero popolo. E se ci vive è anche peggio. I desporteur si divertono a nostro dispetto. Non rischiano niente: accendono la nostra invidia per nulla: al momento di sacrificarsi premono il bastoncino o ritirano la gambetta. Solo i poveri affrontano rischi e sacrifici.

Osiamo rubargli questa nobile citazione perché il prossimo weekend calcistico vedrà in scena una partita che per noi siracusani doc è LA PARTITA: Siracusa-Catania. Per noi siracusani, infatti, questa non è mai stata solamente una partita di calcio.

Sono nato e vivo nella splendida cittadina di Archimede, la città dei miti e delle leggende. A partire da quella della fonte Aretusa, che custodisce in sé la storia di un amore tormentato, inviso dagli dei, quello cioè del Dio Alfeo verso quella Ninfa che pur di non cadere nelle sue grinfie non esita a tramutarsi in fonte. La città della Dea Atena, alla quale i siracusani - allora greci - ersero un maestoso tempio che dominava tutta l'isola di Ortigia per affacciarsi verso il mare e avvistare così per tempo gli eventuali invasori. Tempio che ancora oggi sopravvive, inglobato e quasi protetto dalle mura della cattedrale.

La città del favoloso parco archeologico, uno dei più grandi e più invidiati del mondo! Una città che ancora oggi vive specchiandosi nella sua arte, nella sua gloria e nella sua bellezza. E chiunque si trovi a visitarla ne rimane irrimediabilmente rapito!

Eppure a noi piccoli siracusani, se capitava qualcosa di grave, dovevamo recarci nei grandi ospedali di Catania.. se dovevamo comprare qualcosa di bello o di esclusivo, dovevamo visitare i grandi negozi della florida via Etnea, dove addirittura potevamo trovare persino La Rinascente. Se dovevamo prendere un aereo, dov'era l'aeroporto? Ma a Catania, che discorsi! Qualcuno ha tanta voglia di far carriera, e dove trova tutte le facoltà universitarie più adatte? Bravi. A Catania. Catania è ricca, Catania è grande, i catanesi hanno il commercio nel sangue, Catania è all’avanguardia, è sempre sul pezzo. Catania è la Milano del sud.

Il problema è che tutta questa operatività e questa maestria nel mercanteggiare, ha finito coll'invadere la nostra "beata noluntas" e ci ha dato sempre parecchio fastidio. Avete presente la storia della cicala e della formica? Ecco, a noi cicale siracusane che amiamo cantarcela e godiamo quando qualcuno nota la nostra bellezza, tutto questo correre e lavorare ci ha sempre dato fastidio. E così - prima dell'avvento dei cinesi - ogni mercante, sia quello che passava coi furgoni dalle case di campagna riuscendoti a vendere l'impossibile, sia quelli che montano le bancarelle nei nostri mercatini, e sia quelli che si incontrano per strada, era sempre un catanese doc. Il quale non perdeva occasione di rimarcare che se fosse per noi siracusani pure i pesci potevano morire di vecchiaia...

Quindi era inevitabile che nella cultura e nel pensare del siracusano medio si insinuava e si fondeva con noi il concetto che catanese=mercante=venditore=imbroglione. Concetto radicato già nelle menti dei nostri nonni, i quali non perdevano mai l’occasione per raccomandarci di non aver mai a che fare con un catanese, sia negli affari, che tantomeno negli affetti, perché loro davano per ovvio e per scontato che il catanese ti imbroglia. Ti imbroglia sempre. E vallo a togliere poi questo concetto. È insito in noi, come un cancro che ti divora dentro e non ti abbandona. Come d'altra parte, anche se non lo ammetteranno mai, ai cugini catanesi rode che noi abbiamo Ortigia, abbiamo il teatro greco, abbiamo orde di turisti che restano affascinati dalle nostre bianche pietre e godiamo di quella rara bellezza raffinata, magica e seducente. E poi abbiamo le coste d'un mare Azzurro (scritto volutamente maiuscolo) come pochi! Anche se apparentemente ci snobbano e ci considerano solo dei paesani, pettegoli e provinciali.

E tutta questa accesa rivalità di campanile, tutta questa storica e secolare disputa di supremazia territoriale, volevi che non sfociasse nel dio pallone, contesto dove le rivalità crescono e pascono beatamente? Ma certo che no. E infatti anche qui loro apparentemente ci hanno sempre snobbati considerando il vero derby solo quello col Palermo, ma che invece nella realtà questa partita ha sempre dato agli almanacchi fiumi di storie, gare leggendarie, scontri accesi dentro e fuori dal rettangolo di gioco. Ebbene si, cari amici, Siracusa-Catania è sempre stato un romanzo, non una semplice partita.

E a chi come il sottoscritto, che di questo romanzo è stato sempre partecipe, che nelle sfide in casa s'è molto spesso sentito frustrato, tradito e defraudato, a partire dai tempi di Piga o di Cipriani, che nell'erba del vetusto De Simone hanno spesso pascolato a lor piacimento, ma che poi si è preso la giusta rivincita, andando a trionfare ed a umiliare i cugini al Cibali in quell'indimenticabile 1-4 degli uomini di Cadregari nella serie C dei primi anni 90. A chi spesso si è sentito inferiore ai cugini etnei e ha covato dentro quest’acre sentimento fino a farlo esplodere tutto in una volta lo scorso dicembre, quando finalmente dopo ben 64 anni d’attesa i calciatori in maglia azzurra sono riusciti a battere, fra le mura amiche, quelli in maglia rossazzurra, scardinando la loro difesa con un volo d’angelo del bomber aretuseo Filippo Scardina. Volo d’angelo che ha provocato un tale liberatorio fragore che si sente risuonare ancora oggi dentro le mura dell’impianto siracusano. Ebbene a uno come me, a uno come voi, Siracusa-Catania può rappresentare solamente una partita di calcio?

Chiaro che no! Siracusa-Catania è la partita di tutte le partite. E’ un romanzo. Un romanzo che dipinge il Siracusa come Siracusa, e cioè una squadra femmina, quindi passionale, volubile, civettuola. Che seduce ma si fa facilmente adulare. Pertanto agli antipodi del pragmatismo che da sempre ha caratterizzato il Catania, la città di Catania e i catanesi tutti. Un romanzo interminabile, a tratti tortuoso ma sempre avvincente, che si arricchisce di anno in anno di nuovi e appassionati capitoli. Un romanzo che nessun amante del calcio può esimersi dal tenere in libreria. E non solo, aggiungerei. Perché da sempre le nostre nonne, alle quali non fregava niente del risultato della squadra azzurra, non mancavano mai di chiederci, al rientro dallo stadio, il risultato finale di quella sfida. Solo di quella. Una volta l’anno. Una trappola, un incantesimo che fra pochi giorni si ripeterà.

E allora a noi, cari amici rossazzurri, il romanzo non è ancora finito. E - statene certi - il bello deve ancora arrivare!