La cella sembra una tomba: è uno spazio essenziale al cui interno non c’è principio né fine; né prima né dopo; né sopra né sotto. E’ quindi senza tempo, senza spazio

 

La Civetta di Minerva, 22 settembre 2017

Quando il “FINE PENA” è 31 dicembre 9999, obiettivo primario è la spersonalizzazione e l’annullamento dell’identità della persona detenuta. Il lamento di chi tenta di sopravvivere, giacché sottoposto all’ergastolo ostativo – carcere duro, contraddistinto da privazioni, umiliazioni, vessazioni, violenze – non è grido di guerra: è eco lontano, difficilmente percepito dalla società esterna al carcere, di chi desidera riparare, posto nella condizione di potersi esprimere.

Si scrollano le spalle, ancora oggi, nel differenziare l’uomo della condanna dall’uomo della pena detentiva perpetua: nel fluire del tempo s’ignora che la persona detenuta, colpevole e innocente, cambia. E’ indubbio che vittima non è chi tenta di misurarsi con la detenzione a vita. Vittime sono altre: ferite, offese, scomparse.

Permane lo scenario d’indifferenza, di solitudini imposte, di mancata applicazione di “rieducazione” – termine costantemente inusitato. Il dettato costituzionale – art. 27, comma 3, Costituzione Italiana – risulta infatti inadeguato per l’ergastolano ostativo, stimata l’impossibilità di sviluppare l’intervento rieducativo perché è più semplice barricarsi dietro i “motivi di sicurezza”.

La cella sembra una tomba: è uno spazio essenziale al cui interno non c’è principio né fine; né prima né dopo; né sopra né sotto. E’ quindi senza tempo, senza spazio. C’è da interrogarsi sulla significatività della segregazione: regna sovrano un modello culturale fondato sull’emarginazione e egualmente, sulla condanna che cagiona alterazione del tempo, dello spazio, dei sentimenti.

Sovrasta l’immagine di un carcere che nel suo interno risulta svuotato di spinta nel rinnovamento: quella persona, reclusa a vita, è senza speranza. Non sperimenta e non sperimenterà situazioni di attesa, nel corso della quale il tempo genera inevitabilmente ricostruzione e rigenerazione. Quel detenuto, colpevole e innocente, non aspetta domani perché non ha e non avrà alcun domani.

Eppure quella persona detenuta fino all’ultimo giorno della sua sopravvivenza in terra convive con la pena, cattura il senso di ciò che si porta dentro, coglie il peso del dramma causato. Vuole ESSERE. E si attiva prodigandosi per il bene della collettività nella sua interezza. Eppure quell’esistenza, vinta dal tempo, sconfitta dalla miseria che si porta dentro, è espressione di un’umanità che s’impegna nel progetto di vita personale e professionale sì da trasfigurare l’arida e vacua quotidianità del carcere, sì da trascendere l’umanità stessa, restituendo in parte la sua dignità di uomo.

Solo quando Società e Giustizia equa acquisiranno veramente consapevolezza di ciò che è lecito da ciò che non lo è, saranno annullate le distanze dagli uomini ombra che hanno tanto da raccontare, considerata l’esigenza di fare Prevenzione.

Sono 1500 le persone condannate al carcere a vita senza scampo: sottoposti all’ergastolo ostativo – art. 4-bis, comma 1, “norma simbolo” della riforma penitenziaria (1991/92) coincidente con l’intera vita intramuraria della persona condannata - hanno scelto di non scambiare la loro privazione di libertà con quella di altri. Hanno scelto di non indossare l’abito del pentito – la cui attendibilità porta il peso di processi da rifare. Per loro, le chiavi del carcere restano nel cassetto polveroso del dimenticatoio.

Originario di Aci Sant’Antonio, Carmelo Musumeci lotta da anni per l’abolizione dell’ergastolo ostativo. Un tempo, nel certificato di detenzione di un condannato all’ergastolo si leggeva “MAI”. Oggi, a seguito del sistema informatico, è indicata una data con la seguente scritta: SCADENZA PENA DEFINITIVA: 31/12/9999.

Quale differenziazione intercorre tra l’ergastolo e l’ergastolo ostativo? Conformemente alla norma, l’ergastolo prevede la possibilità di benefici e dopo il fluire di 26 anni di detenzione, dell’eventuale liberazione condizionale. Quanto all’ergastolo ostativo, non è previsto alcun beneficio, alcun permesso, alcuna possibilità di poter usufruire delle misure alternative.

Applicato l’art. 41 bis, l’ergastolano ostativo è sottoposto all’isolamento in cella; alla limitazione dell’ora d’aria; allo sviluppo di massimo 2 colloqui al mese con i familiari attraverso un vetro divisorio; a 1 telefonata mensilmente.

Appartenente a un nucleo familiare poverissimo, Carmelo Musumeci fa il muratore all’età di 9 anni. Subentrata la separazione dei suoi genitori, la nonna, al fine di cibare i suoi nipoti, insegna loro la prontezza nel compiere piccoli furti. Ma una volta, viene scoperto e così, schiaffeggiato dalla nonna sia in pubblico che in privato. Recatosi al nord con sua madre, viene rinchiuso in collegio. E’ la sua prima prigione: massacrato di botte dal prete, è rinchiuso in uno sgabuzzino senz’acqua e senza cibo. Il mese dopo viene espulso, a seguito di una sprangata in testa inferta al prete. A 15 anni fa il suo primo ingresso al carcere minorile. Quindi, il carcere degli adulti: nel 1992, già detenuto perché condannato all’ergastolo ostativo per rapina, estorsione, omicidio, associazione a delinquere di stampo mafioso e altri reati minori, gli si applica il 41 bis. Introdotto nel carcere dell’Asinara, consegue la licenza media e successivamente, il diploma. Si laurea in Scienze Giuridiche e nel 2005 in Giurisprudenza.

Risale allo scorso anno la laurea in Filosofia. Numerosi i libri scritti in carcere. A tutt’oggi sono 30882 i firmatari della sua petizione per l’abolizione dell’ergastolo. Emergono i nomi di Margherita Hach, Umberto Veronesi, Agnese Moro (figlia di Aldo Moro), Lorella Cuccarini, Rocco Buttiglione, Fausto Bertinotti, Vittorio Sgarbi. Dallo scorso anno, caduti in prescrizione i reati che hanno determinato il suo arresto, è in semilibertà dopo il fluire di 26 anni di reclusione. E a Bevagna svolge servizio di volontariato per bambini diversabili nella Casa Famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi.

Nel corso della sua detenzione si è sempre trovato tra due fuochi: lo Stato e la mafia. La scelta di non aver mai voluto collaborare con la giustizia è stata dettata dall’incapacità di soccombere al codice omertoso: “In Versilia, da criminale, avevo i miei uomini, la mia batteria. A quel tempo, eravamo amici: siamo cresciuti insieme, rischiavamo la vita insieme. Come facevo a tradirli? Se devo pagare, pago io. Non è omertà. Un giorno – ero all’Asinara – mi chiamano a comparire davanti al giudice. Mi dice: «Musumeci, questa sera lei può essere in Francia con documenti falsi, sua moglie, i suoi figli e un tot di stipendio. Basta che faccia i nomi.» Non è facile resistere. Non ho mai voluto barattare la mia libertà per quella di un altro. L’omertà è un’altra cosa: lo so perché all’Asinara ho visto questi grandi boss. Ho visto il re nudo. Anch’io avevo in mente tutti ‘sti film sulla mafia, quelle immagini lì… Poi me li trovo in carcere e vedo questi vigliacchi, infidi. Alcuni erano anziani e pretendevano da me, perché ero giovane. Non me ne frega niente, se sei vecchio: il rispetto te lo devi guadagnare. Per le pulizie in cella: «Bene, facciamo un giorno per uno che un po’ di movimento ti fa bene.» La mafia è diversa da altri fenomeni criminali, è legata alla politica. Da bambino, quand’ero in Sicilia, quanta roba arrivava in casa sotto elezioni? Pacchi di caffè, pasta, spaghetti. Dentro, mi sono sempre trovato tra questi due fuochi: lo Stato e la mafia. In carcere, i periodi migliori li ho passati coi brigatisti: avevano cultura e umanità. Loro il carcere dell’Asinara l’avevano distrutto nel 1978 perché sapevano unirsi e lottare. Molti mafiosi invece, erano abituati con il maggiordomo e l’autista. In un anno sono usciti 42 pentiti. Tante cose la gente non le sa”.

Relativamente al dibattito sulla ‘possibile’ scarcerazione di Totò Riina, ha dichiarato: La società non è né cattiva né forcaiola. E’ solo informata male perché tutti i detenuti sono recuperabili con un carcere e una pena umana. Paradossalmente, non sono ‘recuperabili’ solo le persone di fuori che pensano che ci sia qualcuno che non si possa in qualche modo recuperare. In noi, c’è sia il bene che il male. Sta anche a chi ci sta intorno tirarci fuori l’uno o l’altro. Riina, sotto un certo punto di vista, sarà fortunato perché morirà da criminale in carcere, senza alcun rimorso di coscienza del male che ha fatto perché lo Stato non ha fatto nulla perché accadesse questo.”