Ancora una volta il professore Pippo Ansaldi e l’avvocato Corrado Giuliano intervengono, voce fuori dal coro, per cercare di chiarire la situazione inquinamento nel triangolo industriale

 

La Civetta di Minerva 4 Agosto 2017

Abbiamo seguito fin dagli anni settanta, spesso con toni fortemente critici, le vicende connesse alla questione industriale in Sicilia, gestita, soprattutto nella fase iniziale, nella assoluta carenza di norme a tutela dei territori interessati. Vuoti colmati, sul finire degli anni ’70, dall’iniziativa coraggiosa di alcuni magistrati (i c.d. pretori di assalto) che provarono a porre un argine alle operazioni più spregiudicate e dai risvolti pesanti sul piano della salute pubblica. Così come i successivi passi a livello istituzionale, dalle dichiarazioni di area a rischio di crisi ambientale del 1989 a quella di sito di Interesse nazionale del 2000.

Tra le rivendicazioni avanzate negli anni ‘80 dalle associazioni ambientaliste c’era quella dell’istituzione di un pubblico registro dei tumori che consentisse la conoscenza ed il monitoraggio della situazione sanitaria dell’area industriale e della provincia. Esso fu istituito nel 1997 e, dal 1999, raccoglie, elabora e divulga in modo sistematico le informazioni su incidenza, mortalità, sopravvivenza e prevalenza di tutti i casi di tumori maligni che insorgono nella popolazione dell’intera provincia. Nel 2007 il registro siracusano fu uno dei pochi in Italia ad ottenere l’accreditamento internazionale dallo IARC, organismo dell’OMS, e dall’AIRTUM. I dati forniti da questo registro pubblico descrivono una situazione assolutamente diversa da quella che viene periodicamente diffusa da anni ad Augusta.

• Tutti i comuni mostrano valori di incidenza e di mortalità nettamente inferiori alla media nazionale, alla media regionale. Le città metropolitane come Catania e Palermo mostrano tassi di incidenza e mortalità assai più elevati.

• Il confronto tra comuni per tutti i tumori dimostra che l’incidenza è superiore nel comune di Augusta sia nei maschi che nelle femmine, senza tuttavia essere statisticamente significativa rispetto ai comuni di Lentini e Siracusa (e di Noto nelle femmine).

• Per il tumore del polmone, i dati del SIN Priolo e della provincia di Siracusa sono assimilabili sia per i maschi come per le femmine.

• Si conferma l’accentuazione del trend in diminuzione dell'incidenza dei tumori dell'apparato respiratorio.

• Il trend di mortalità per tutti i tumori è in diminuzione del 14.9% rispetto ai dati precedenti. Il dato medio mostra tassi leggermente superiori nel SIN nei maschi rispetto alla provincia di Siracusa mentre nelle femmine i dati sono assimilabili.

E’ plausibile pensare che la realtà sanitaria del comprensorio industriale sia quella riportata nelle fonti ufficialmente riconosciute e non piuttosto in quelle, di oggettiva ed incerta elaborazione, foriere di catastrofi e sventure, che, peraltro, si limitano ad attenzionare il dato, per quanto non da sottovalutare, del numero dei decessi per cause tumorali. Per migliore comprensione si riportano in ultimo i dati di cui trattasi. Certamente vi sono livelli di attenzione che andrebbero accentuati, come nel caso della realtà megarese, e la politica, allo stato assente, dovrebbe incentivare con risorse adeguate il potenziamento delle strutture istituzionali attualmente operanti sul territorio. Non è accettabile l’indagine epidemiologica “fai da te”. Soffermarsi in maniera strumentale su dati sanitari assolutamente privi di significato scientifico che incidono solo sull’emotività delle popolazioni creando inutili allarmismi è populismo demagogico, e distrae l’attenzione dai reali problemi e dalle soluzioni che da tempo si sarebbero dovute attuare per rendere compatibile l’attività industriale con la salute e l’ambiente.

Ci chiediamo a chi giova tutto questo? C’è qualcuno in grado oggi di confutare i dati ufficiali del Registro Territoriale Tumori ?

E’ insopportabile il silenzio delle Istituzioni allorquando si verificano situazioni di allarme sociale. Nessuno dei responsabili avverte il dovere di intervenire e fare chiarezza. Altrettanto incomprensibile il comportamento dei mezzi di informazione. Si intervistano persone a caso, responsabili di gruppi, di associazioni, ma quasi mai i responsabili degli enti pubblici preposti e qualificati a fornire le corrette informazioni.

In questi ultimi due decenni la magistratura ha ripreso a svolgere il ruolo, come già avveniva nel passato, di supplenza della Pubblica Istituzione, in occasione di eventi che hanno scosso l’opinione pubblica, con l’affidamento di perizie tecniche ad “esperti” per verificare, principalmente, le condizioni igienico-sanitarie del comprensorio industriale e stabilire nessi di causalità tra patologie e inquinamento atmosferico. I risultati sono stati insoddisfacenti. L’unico evento piuttosto grave registratosi in un recente passato, lo sversamento a mare, nottetempo, di milioni di metri cubi di reflui industriali tal quali provenienti dal depuratore consortile IAS, nonostante l’indagine istruttoria condotta dal PM ne avesse appurato la dinamica dei fatti, non arrivò neanche a sentenza di primo grado, dopo otto anni, per decorrenza dei termini prescrittivi.

Per quanto riguarda Il controllo della qualità dell’aria, essa avviene mediante la rete di rilevamento atmosferico della Provincia Regionale composta da otto stazioni fisse e da quella degli industriali del CIPA costituita da 12 stazioni. Ambedue le reti sono interconnesse e la provincia riceve i dati di tutte le stazione che invia all’ARPA. Ogni anno sulla base della normativa vigente la Provincia Regionale elabora i dati e il rapporto finale, così come fa anche il CIPA.

Il sistema del controllo pubblico dell’ISPRA e dell’ARPA continua ad essere, per insufficienza di mezzi e risorse umane qualificate, inefficace se non inesistente in alcuni casi (ad es. controllo ai limiti delle emissioni), ridotto spesso a controllo cartaceo sulle verifiche dell’attuazione delle prescrizioni alle autorizzazioni rilasciate alle aziende (AIA ed AUA).

Le aziende industriali sono sempre in grado di dimostrare di aver ottemperato alle prescrizioni delle autorizzazioni così come si è verificato nel caso recente del sequestro degli impianti da parte della magistratura. Gli adeguamenti alle schede tecniche del piano di risanamento, relative alla dichiarazione di area ad elevato rischio industriale, furono attuati per la parte di competenza delle aziende del polo chimico mentre non lo sono stati quelli di pertinenza del soggetto pubblico. In questo triste, lento ed inesorabile declino della presenza dei pubblici poteri, che ha reso pressoché impossibile la individuazione certa dei fattori inquinanti, a volte gli industriali, anche se non tutti, hanno avuto gioco facile a continuare nelle loro “distrazioni gestionali”. La riduzione degli inquinanti atmosferici è legata principalmente al fatto che negli ultimi anni quasi tutte le centrali termoelettriche ad olio combustibile sono state convertite all’uso di gas metano, così come alcuni impianti produttivi. Se si considera inoltre che buona parte degli impianti produttivi, in questi ultimi decenni è stata dismessa si può, dunque, affermare che lo stato di inquinamento atmosferico di origine industriale negli ultimi anni ha subito una diminuzione. L’utilizzo di acqua di falda si è ridotta notevolmente per l’impiego di acque depurate proveniente da processi interni e quelle drenate dalla barriera idraulica di bonifica della falda superficiale.
Risulta paradossale che “quando il problema c’era ed era veramente mortale l’attendibilità ambientale era uguale a zero perché c’era un processo di sviluppo che non lo lasciava percepire, oggi che questo stesso tipo di problema esiste ma è assai meno attuale e critico, esso resta fortissimo nella memoria, crea fantasmi ed è assai più rilevante nella percezione perché non c’è più il processo di sviluppo, e quella memoria rischia di rimanere come un fantasma sempre più evidente di quanto in realtà non lo sia”. (Salvatore Adorno)

Occorre ripartire dalle strutture istituzionali del territorio, garantirne la massima efficienza, non tollerare “dismissioni istituzionali” come quelle in corso, avere il coraggio di lasciare alle spalle la retorica consumata degli allarmismi ingiustificati e spingersi senza pregiudizi ideologici a vedere quello che resta dell’industria sopravvissuta al fenomeno della deindustrializzazione vissuto da un territorio martoriato da velleitarie quanto opportunistiche iniziative industriali, con lo sguardo rivolto alle nuove sollecitazioni delle economie dell’occidente europeo. “Bonificare non è un’operazione semplice. Suppone una conoscenza dettagliata delle caratteristiche del sito, ma anche una chiara definizione degli obiettivi che si intendono perseguire: se bonificare per mantenere attiva un’area industriale o per restituirla al territorio e alla comunità (prof. Meli Marisa UNI CT).

La bonifica di cui ancora si discute è quella sulle matrici ambientali contaminate, manca invece, nel dibattito pubblico ed imprenditoriale, la bonifica utile a restituire al territorio ed alla comunità le aree dismesse. Manca una proiezione di progetto sulla economia dello smantellamento dei vecchi impianti non più produttivi e della destinazione delle aree recuperate. E’ chiaro che muovere questi argomenti significa coinvolgere investimenti di decommissioning a carico delle aziende e pratiche politiche che fino ad oggi non hanno neppure una linea di programma e di progetto territoriale.

Una autentica e moderna operazione di bonifica dovrebbe mirare sia alla modifica della struttura produttiva e delle tecnologie impiantistiche non solo private ma anche di quelle pubbliche (è il caso del depuratore consortile) considerando la fatiscenza di quelle attuali, rivedere la spesa pubblica in riferimento ad interventi di riconosciuta e sostanzialmente condivisa inutilità, come ad esempio le grandi previsioni di dragaggio della rada di Augusta, congelate tra le maglie delle iniziative giudiziarie e delle incertezze delle soluzioni alternative. Quelle risorse potrebbero se dislocate diversamente (incentivi agli investimenti) con nuova spesa nelle aree pubbliche e nell’asset pubblico più importante costituito nel depuratore consortile (IAS) giunto sull’orlo del collasso funzionale e anche gestionale, avviare con decisione quella terza fase di ‘bonifica’ che assicurerebbe maggiore compatibilità della residua attività produttiva, che non può essere trascurata nello scacchiere delle economie prevedibili della ripresa, nel rispetto del territorio e della salute.