Ma la nuova terminologia cozza con il sovraffollamento. Carmelo Musumeci: “Vi descrivo io, che ci sono stato, quei dormitori da cinque stelle a una”

 

La Civetta di Minerva, 30 giugno 2017

Diramata dal DAP, Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, e precisamente, inviata dal Capo del Dipartimento, Santi Consolo, a tutti gli istituti di pena presenti nel nostro territorio, la circolare del 31 marzo 2017 avente per oggetto “Ridenominazioni corrette di talune figure professionali ed altro, in ambito penitenziario” ha inciso nella modifica della terminologia carceraria, conformemente all’adeguamento alle Regole Penitenziarie Europee: «I termini attualmente utilizzati nelle carceri riferiti ai detenuti – ha scritto Santi Consolo, Capo del Dipartimento – sono spesso avulsi da quelli comunemente adottati dalla collettività ed è causa di una progressiva e deprecabile infantilizzazione, di un isolamento del detenuto dal mondo esterno che crea ulteriori difficoltà per il possibile reinserimento, oltre ad assumere in alcuni casi una connotazione negativa.»

L’importanza di produrre un nuovo lessico carcerario è stata espressa anche dal Comitato Europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani e degradanti congiuntamente al Garante nazionale delle persone detenute, che ha inserito questa raccomandazione nella relazione presentata al Parlamento.

Nella fattispecie, «il termine “cella” - contempla la circolare – non è consono a descrivere la vita detentiva, anche perché già l’ordinamento penitenziario definisce tali ambienti locali di soggiorno o di pernottamento»; la dama di compagnia è diventata “il compagno di socialità”; la domandina è “il modulo di richiesta”; lo scopino, e dunque chi si occupa della pulizia dei locali, è “l’addetto alle pulizie”; lo spesino, ossia chi prende le ordinazioni per il sopravvitto, è diventato “l’addetto alla spesa detenuti”; il piantone e quindi, chi è pagato per assistere il compagno di cella, è “l’assistente alla persona”; il portavitto/portapane/portapranzi è diventato “l’addetto alla distribuzione pasti”; il cuciniere è “l’addetto alla cucina”; il casario è diventato “il casaro”; lo stagnino è “l’idraulico”; il pascolante è diventato “il pastore”; il lavorante è “il lavoratore”.

A seguito del triste ritorno del sovraffollamento con un tasso risalito a 112,8% e quindi, con l’aumento della popolazione carceraria di 1.524 unità negli ultimi quattro mesi di quest’anno per un totale di 56.436 presenze, i locali di soggiorno o di pernottamento descrivono la vita detentiva conformemente al dettato costituzionale?

Nella sua accezione, il termine “locale” concerne “l’ambito spaziale strutturalmente definito da uno o più ambienti generalmente interni, adibito a particolari usi.”

In realtà, il carcere non smarrisce la sua dimensione configurabile in contenitore sociale: ogni scelta di suicidio, ogni atto di autolesionismo, ogni violenza subita, ogni silenzio imposto suscitano la diffusa indifferenza colpevole e in seno alla società e in seno alle istituzioni.

Ristretto da 26 anni, sottoposto al regime del carcere duro, Carmelo Musumeci, uomo ombra semilibero, oggi volontario presso la comunità Papa Giovanni XXIII, ha prodotto le seguenti riflessioni: “Mi ha fatto amaramente sorridere una circolare del Dipartimento Amministrativo Penitenziario che cambia il linguaggio burocratico delle carceri, trasformando il lessico e, tra le varie, disponendo di definire le celle «camere di pernottamento.»

Penso che nella stragrande maggioranza dei casi sia già troppo chiamarle celle perché le chiamerei piuttosto con il loro vero nome: tombe, o ossari, o fogne, o loculi. La motivazione di questa circolare mi fa indispettire ancor di più quando afferma chele Regole Penitenziarie Europee prevedono che la vita all’interno del carcere deve essere il più possibile simile a quella esterna e questa «assimilazione» deve comprendere anche il lessico. In questo modo, è come affermare che ci adeguiamo a quanto ci sta chiedendo l’Europa, ma in realtà, le istituzioni sovranazionali ci chiedono ben altro. Purtroppo, i nostri funzionari italiani sono convinti di essere furbi e pensano di risolvere i problemi con la carta e la penna cambiando solo il lessico. Tanto, chi mai andrà a controllare come sono realmente le camere di pernottamento delle nostre Patrie Galere?

In 26 anni di carcere, ne ho girate tante di celle. Ecco cosa ho scritto di alcune:

Stanza di pernottamento a cinque stelle:

La cella era stretta e corta. Il soffitto era basso. C’era un letto a castello su un lato. Due tavoli murati dall’altro. Accanto ad essi, due stipetti lunghi e due corti. Sopra la parete del cancello era murata una mensola sulla quale era appoggiata una televisione. La finestra era a due ante. Un’anta non si poteva aprire tutta perché sarebbe andata a sbattere sul letto a castello. La finestra aveva anche doppie sbarre. In quella cella c’era poco spazio per muoversi. E quasi nulla per respirare. C’era solo lo spazio per fare due passi. Due avanti e due indietro.

Stanza di pernottamento a quattro stelle:

Quando arrivi in un carcere nuovo, devi imparare di nuovo a vivere perché ogni galera è diversa una dall’altra. È come se ogni carcere fosse uno Stato a sé. Mi misero in una sezione di Alta Sicurezza. I detenuti erano tutti in cella singola. Le celle erano venticinque. Sembravano degli armadi in cemento e ferro. Erano divise una dall’altra da uno spesso muro. E avevano un blindato e un cancello davanti. Ogni blindato aveva uno sportello di ferro con una fessura per passare il cibo dentro la cella. Poi, c’era uno spioncino rotondo nel muro dalla parte del bagno che consentiva alla guardia di vedere l’interno senza essere visti. La stanza poteva misurare tre metri d’altezza. Due metri di lunghezza. E tre di larghezza. Si potevano fare solo quattro piccoli passi in avanti e quattro indietro. La finestra era piccolissima con enormi sbarre di ferro incrociate. Muri lisci. C’erano una branda, un tavolo e uno sgabello. Per pavimento c’era una gettata di cemento grezzo. Ognuno di noi stava chiuso in quello spazio ristretto per ventitré ore su ventiquattro. Avevamo solo un’ora d’aria al giorno. In quella sezione eravamo tutti detenuti condannati a pene lunghe. E la maggioranza di noi alla pena dell’ergastolo. Mi alzavo ogni mattina alle sei. E leggevo per tutto il giorno. E anche per buona parte della notte. Per mantenere in forma il fisico facevo sempre ginnastica. Ogni venti pagine che leggevo facevo una pausa. Poi mi mettevo a fare venti flessioni. E venti addominali. Una per ogni pagina. E dopo, ricominciavo a leggere.

Stanza di pernottamento a tre stelle:

La cella aveva il soffitto alto ed era lunga dodici passi e larga la metà. Più che una cella sembrava una caverna. La muffa copriva quasi tutti i suoi muri scrostati di bianco. In basso la muffa era verdastra, in alto grigia. Il pavimento della cella era lastricato di pietra grigia. Aveva due letti a castello a destra e due letti a castello a sinistra. I letti erano dei veri telai di ferro con materassi sottili, artificiali, pieni di pulci e cimici. Il blindato e il cancello erano al centro della parete che dava sul corridoio. Due panche davanti alle sbarre della finestra e un tavolaccio nel mezzo. Quattro stipetti grandi e quattro piccoli, un televisore in bianco e nero appoggiato a una grossa mensola attaccata alla parete centrale. C’era un lavandino con sopra un rubinetto arrugginito e accanto un cesso alla turca, con nessuna riservatezza. Le formiche erano le padrone durante il giorno e gli scarafaggi erano i padroni nel corso della notte. I topi erano i padroni sia di giorno che di notte.

Stanza di pernottamento a due stelle:

La cella era umida. C’erano macchie di umidità alle pareti. La finestra era piccola con un muretto davanti per impedire di vedere l’orizzonte. Si poteva vedere solo uno spicchio di cielo. C’era un po’ di ruggine sulle sbarre. L’aria sapeva di chiuso. I muri odoravano di muffa. Nella cella c’era un tavolo attaccato al muro, uno sgabello impiantato nel pavimento, una branda inchiodata per terra e uno stipetto fissato alla parete. Nient’altro.

Stanza di pernottamento di punizione a una stella:

Scendemmo una scala stretta e rigida con i gradini di pietra. Poi, sbucammo in un corto corridoio che sembrava un sotterraneo. La guardia davanti si fermò alla prima cella. Era chiusa con un pesante blindato di ferro e con macchie di ruggine dappertutto. La guardia infilò nella serratura una grossa chiave di ottone e la girò con fatica. La porta di ferro si aprì cigolando. Poi, la stessa guardia con un’altra chiave aprì il pesante e spesso cancello. E si mise di lato per farmi passare. Aggrottai le ciglia ed entrai. Le guardie uscirono dalla cella sbattendo il cancello. E chiusero il blindato con una mandata. Mi colpì subito un forte odore di umidità. E di urina. La cella era quasi buia. Per un attimo, mi guardai intorno con lo sguardo spaesato. E mossi la testa da un lato all’altro. Poi, esaminai la cella. Era piccola. Misurava quattro passi di lunghezza e due di larghezza. Faceva caldo. Le doppie sbarre della cella scottavano sotto il sole rovente. L’acqua che scendeva dal rubinetto non era potabile. Era marrone.

Stanza di pernottamento di transito:

La cella sembrava una scatola di sardine. Un fazzoletto di cemento, con la branda piantata al pavimento. Un tavolino di pochi centimetri inchiodato al muro. Una finestra con doppie sbarre. Una porta blindata spessa una spanna. Un bagno turco aperto, senza nessuna riservatezza. A lato, un piccolo lavandino. Lo spazio nella stanza era minimo e a mala pena si riusciva a stare in piedi e si poteva fare giusto qualche passo avanti e indietro. Probabilmente un animale, vivendo in quel modo, sarebbe morto.

Stanza di pernottamento di isolamento:

La cella mi sembrò subito diversa da tutte le altre dov’ero stato. Le pareti erano grigie, fradice di muffa, dolore e umidità. Puzzavano di ferro, cemento armato, sudore e sangue. Il soffitto era giallo di nicotina. Le sbarre della finestra erano le più grosse che avessi mai visto. Mi sembrava di essere in un pozzo nero. In una vera e propria tomba. Mancava l’aria e la luce. Dalla finestra della cella si poteva vedere solo una fetta di cielo, solo dalla parte più alta. Nella finestra c’erano doppie file di sbarre e, per completare l’opera, c’era una rete metallica fitta.”