Il pm che adì la Cassazione che gli inflisse un anno e mezzo e un’omonima per Villa Corallo per i cui fatti, in primo grado, è stato condannato a 3 anni e 8 mesi. Prosciolti, in altro processo, il vicequestore di Catania Pasquale Alongi e i poliziotti Marino e Agliolo

 

La Civetta di Minerva, 16 giugno 2017

Potenza di un cognome. Fosse stato napoletano, il pm Maurizio Musco sarebbe ricorso agli scongiuri nel trovarsi un altro Carchietti (un’altra, in questo caso) nel processo su Villa Corallo.

Il primo, Antonio, l’aveva incontrato a Messina quale rappresentante della pubblica accusa nel processo contro di lui - e Rossi, Campisi, Chiara, Ferraro – che aveva chiesto condanne  su taluni capi d’imputazione, in particolare sulla vicenda Oikothen, scontrandosi col muro del gup Monica Marino che decretò invece l’assoluzione. Ma Carchietti, stavolta con la firma dell’allora procuratore capo di Messina Guido Lo Forte, presentò ricorso in Cassazione adducendo che il Gup aveva decomposto il puzzle dell’incolpazione in tanti frammenti da rendere impossibile una lettura unitaria e che invece occorreva ricomporre i fatti in “una visione globale”, la quale avrebbe reso evidente “le situazioni di ingiusto vantaggio a beneficio (sempre) dello stesso centro di interesse, facente capo all’avvocato Piero Amara”. E la Cassazione, poi, come sappiamo, prosciolse Chiara e Ferraro, trasse fuori per intervenuta prescrizione Campisi, ma condannò Musco e Rossi.

Il secondo, anzi la seconda Carchietti è intervenuta quale Pm nel processo su Villa Corallo, nel quale il magistrato priolese ha riportato la dura condanna a 3 anni e 8 mesi, con la conseguente interdizione dai pubblici uffici. Ma è il primo grado di giudizio e non è detto che nei successivi venga confermata. Sempre che non spunti là un terzo omonimo.

Maurizio Musco, però, non è napoletano e, per quanto ne sappiamo, non è superstizioso.  Ma certo un dubbio deve averlo sfiorato: mica i Carchietti erano giudici a Berlino e si sono trasferiti in Sicilia! Tanto più che adesso, sfiga si somma a sfiga, è arrivato anche il proscioglimento del vicequestore Pasquale Alongi, dell’ispettore Marino e dell’agente Agliolo, allora in servizio presso il Commissariato di PS di Augusta, diretto da Alongi.

Ma andiamo per ordine. Dieci anni fa, d’estate, ad Augusta non c’era dove andare a ballare. La “Baia del Silenzio” tardava ad iniziare la sua attività e taluni proprietari di villette che si prestavano strutturalmente alla bisogna pensarono bene di realizzare dancing, con annesso bancone per un bicchierotto di alcool, accogliendo la sera, per una decina di euro ciascuno, i giovani viveurs. Quelli che non avevano le autorizzazioni trasformavano i locali in sede di associazione culturale facendo diventare di fatto le serate danzanti feste accessibili ai soli soci. Carabinieri e agenti di P.S., chiamati spesso dalle abitazioni vicine a questi locali a causa della musica ad alto volume fino a notte inoltrata, intervenivano chiedendo di abbassare il sonoro per proteggere il sonno nel circondario.

Il 31 agosto, una di queste ispezioni riguardò la Villa Corallo, così chiamata dal cognome del proprietario, dove i poliziotti erano già andati un paio di settimane prima. Anche stavolta, gli agenti – che erano intervenuti su richiesta dei Carabinieri, impossibilitati a occuparsene per i rilievi in un incidente stradale - ottennero lo spegnimento dell’hi-fi perché si era già oltre le due di notte.

Poteva finire lì. Senonchè, dinanzi agli agenti – è scritto nella sentenza – si presentava il dottor Musco (nel locale insieme all’avv. Amara) che esibiva il tesserino di magistrato in servizio alla Procura di Siracusa, il quale chiedeva a uno dei poliziotti, ove nel corso dell’ispezione avessero riscontrato “anomalie”, di “informarlo immediatamente mediante l’invio nel proprio Ufficio della documentazione relativa a tali contestazioni”, anche perché vi era già “un procedimento penale in corso” – “circostanza non vera (si scrive nella sentenza) perché non era stato ancora, in quel momento, iscritto alcun procedimento penale… ma risultava solo sporta e ricevuta dal dott. Musco” una denuncia del signor Corallo su carta intestata dell’avvocato Amara per il precedente controllo.

E comincia una di quelle vicende surreali in cui un magistrato esperto come il dottor Musco non avrebbe dovuto arenarsi, compiendo “atti idonei, diretti in modo univoco a costringere o a indurre  gli appartenenti al Commissariato PS di Augusta a desistere da ulteriori controlli ed attività di servizio in ordine a trattenimenti musicali e danzanti tenuti presso la villa dell’imprenditore Corallo, che avrebbero potuto pregiudicare l’attività economica organizzata da costui (celata sotto la spoglia di un’associazione culturale) e la relativa possibilità di guadagno”, tanto da far dire alla Corte di Messina che “il poderoso compendio probatorio in atti, di natura dichiarativa e documentale, consente di pervenire, oltre ogni ragionevole dubbio, all’affermazione della penale responsabilità dell’imputato per il reato a lui ascritto”.

Scrivono ancora i magistrati: “Il Musco, abusando della sua qualità di magistrato in servizio presso la Procura della Repubblica di Siracusa” … ricevette, “pur non essendo legittimato, la denuncia del Corallo relativa a pesanti abusi commessi dall’agente Davide Gemelli nel corso dell’intervento a Villa Corallo nella notte tra il 9 e il 10 agosto 2007 e trattenendo tale denuncia sino al giorno in cui, rientrato in servizio, procedeva alla sua iscrizione; quindi, impiegando proprio detta denuncia al fine di operare una indebita interferenza nei controlli operati da agenti del Commissariato di Augusta nel corso della serata danzante tenutasi il 30 agosto del 2007 presso la Villa Corallo alla quale partecipava in qualità di socio; infine in data 3 settembre 2007 contestava ulteriormente, dinanzi all’Alongi (ndr: dirigente il commissariato PS di Augusta, con cui Musco in quell’occasione ebbe un alterco), le modalità del controllo e sfruttando sempre la denuncia del Corallo procedeva in quella sede alla sua formale iscrizione e alla redazione di un ordine di esibizione destinato al Commissariato di Augusta avente ad oggetto gli atti concernenti tutti i controlli a Villa Corallo, che consegnava ad Alongi”. Una condotta, secondo i magistrati, finalizzata a determinare soggezione negli agenti di P.S.

E’ stata, come si vede, una buccia di banana sulla quale il pm priolese ha posto il piede, tanto più che l’assegnazione a se stesso del fascicolo contravveniva alle disposizioni dell’Ufficio in merito e che la trattazione di questo tipo di reati non gli era assegnata: uno di quegli abusi di potere in cui il protagonista, accanto ai suoi amici, pronuncia il fatidico: “Ghe pensi mi”.

Da quella vicenda i rapporti tra il pm e il commissario Alongi, poi diventato vicequestore di Catania, dirigente la polizia di frontiera, non sono stati più – semmai lo fossero stati pima – sereni.  Si deve perciò ritenere che Musco non abbia fatto i salti di gioia per il proscioglimento, presso il tribunale di Messina (sempre Messina, guarda caso), del vicequestore, dell’ispettore Francesco Marino e dell’assistente Rosario Agliolo, in servizio nel 2010 al Commissariato PS di Augusta, dalle accuse che erano costate ai primi due gli arresti domiciliari e al terzo le manette. Fu l’ex Procuratore Ugo Rossi a formulare le imputazioni: Alongi per avere rivelato e favorito gli altri due poliziotti informandoli sull'esistenza di un processo di peculato a loro carico, il secondo ed il terzo accusati per il peculato di 33 paraurti ritrovati sulla strada.

Il processo a carico dei tre poliziotti pendeva innanzi al Tribunale di Siracusa, ma è stato “trasferito per legittimo sospetto” al Tribunale di Messina, con un rarissimo provvedimento di accoglimento della Corte di Cassazione. La Corte Suprema ha acclarato, anche grazie alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, Fabrizio Blandino, che in seguito alle indagini svolte dal Commissario Alongi su presunti rapporti economici intercorsi fra l’avv. Amara e magistrati in servizio presso la Procura di Siracusa, questi “gliela avrebbero fatta <pagare> facendolo indagare ed addirittura arrestare”. Questo perché, a seguito di indagini svolte da Alongi, l’avv. Piero Amara è stato condannato per l’accesso abusivo ai sistemi informatici della Procura della Repubblica e per rilevazione di segreto d’ufficio, e da lì sono scaturite altre indagini sui suoi rapporti con il Procuratore Ugo Rossi e il sost. proc. Maurizio Musco, all’epoca in servizio presso la Procura di Siracusa; questi ultimi condannati poi dalla Corte di Cassazione per il reato di abuso in atti d’ufficio, rispettivamente a un anno Rossi e a un anno e sei mesi Musco.

Insomma, una débacle su tutta la linea. Roba da recitare almeno una giaculatoria: aglio, fravaglie, fatture ca nun quaglie, corna, bicorna, cape ‘e alice e cape d’agli.