Viaggio nel mondo dei supporters azzurri. Nella sede sociale di via Montegrappa: “Ci riuniamo almeno due volte a settimana; si preparano striscioni, cori, coreografie, si decide la condotta con i tifosi avversari…”

La Civetta di Minerva, 16 giugno 2017

In Italia ci si danna da anni per cercare di comprendere quale sia la via d’uscita dalla crisi senza fine del calcio nostrano e di tutto quello che ci ruota intorno. Modello tedesco? Modello inglese? Modello spagnolo? La realtà è che nel nostro Paese il calcio è uguale a cultura molto più che in qualsiasi altro luogo. Non è un mero evento sportivo, non è un prodotto da vendere. E allora la crisi è, per forza di cose, riconducibile anche a un fattore culturale. Un impoverimento lento, ma costante, dei valori che hanno plasmato questo Paese tra cui c’è, abbandonando eventuali spocchie e sensi di superiorità, anche l’attaccamento al territorio e alle proprie tradizioni, che nel calcio ed in particolare nel tifo cosiddetto organizzato, ha una delle sue massime espressioni».

Lo diceva anche Gianni Brera quando parlava di faide collettive come meccanismo per riunire sotto la stessa ala intere comunità con l’intento di affermare, difendere e far crescere le proprie tradizioni e la propria cultura territoriale. Perché è sempre esistita una differenza molto marcata tra paesaggio e territorio. Il paesaggio si guarda, il territorio si vive. Oggi, molto spesso, si è persa la sensibilità del secondo. Tra le pieghe di questa crisi nascono le controculture, manifestazioni in opposizione ai valori di fondo della cultura dominante.

Il movimento ultras è una di queste. Sono stati consumati litri di inchiostro e risme di carta per parlarne, spesso in maniera (volutamente) superficiale. Noi ci siamo andati, ad una di queste riunioni che si tengono in locali appositi, per lo più bassi commerciali, adibiti a sede sociale per i gruppi di ultrà organizzati. Una di queste si trova proprio alle spalle del vetusto e glorioso stadio Nicola De Simone di Siracusa, nel cuore del popoloso e popolare quartiere di Santa Lucia. In via Montegrappa, per la precisione. E fra un tiro al biliardo, ed uno sguardo furtivo a sciarpe e vessilli vari appesi alle pareti, ci siamo fatti una breve chiacchierata con uno degli esponenti più significativi, che ha preferito però mantenere l’anonimato.  Ci ha detto che si riuniscono minimo due volte a settimana, che poi diventano almeno quattro, quando in prossimità vi è una gara importante, una di quelle più sentite. E quindi diventa un impegno serio.

Alle riunioni in settimana si preparano gli striscioni, ci si ingegna per creare una coreografia degna dell’evento, che sia di grande impatto visivo. Si provano i cori da intonare poi allo stadio e si tirano le conclusioni circa la condotta da tenere con i tifosi avversari, quando presenti, in base a rapporti speciali che col tempo si sono delineati. Tutto in linea con un determinato codice al quale tutti devono sottostare, previa l’immediata esclusione dal corpo. Dinnanzi a questo, si è tutti uguali. Non vi è distinzione. Al di là invece di questi precisi capisaldi da rispettare, poi le idee di ognuno hanno valore e meritano rispetto. Ognuno è libero di esprimersi come meglio crede e come meglio riesce, slegato per una volta dalle gabbie culturali di tutti i giorni. Un gruppo di persone sceglie liberamente di unire le proprie idee sotto un ideale dietro al quale riconoscersi. Un’idea comune, una bandiera unica, una fede incrollabile, un amore condiviso. Senza limiti, senza freni, senza condizioni.

È - ribadiamo - l’affermazione più grande di una controcultura. E si è uguali anche sulla strada, concetto che non va nascosto e nemmeno negato. La strada è un punto, il più controverso, il più criticato, il più incomprensibile dell’essere ultras ma in fondo è una naturale conseguenza del percorso tracciato. Un’espressione fuori dalle righe volta ad affermare con forza la scomparsa di ideali che la società sta accettando senza colpo ferire. Un meccanismo di difesa ancestrale. Esagerato? Infantile? Non richiesto? Probabilmente sì. Certamente onesto, fortemente spontaneo. E non sono valori da sottovalutare. Perché all’interno del mondo ultrà non si cela solamente violenza gratuita, fine a se stessa, come pensa la stragrande maggioranza della gente. Ma è un mondo reale, unito, organizzato. Con delle precise regole. E soprattutto rispettabile, dal loro punto di vista.

Uno di loro mi si avvicina e ci tiene a raccontarmi di una fredda sera invernale, quando in prossimità del derby dei derby, de LA PARTITA, e cioè di Siracusa-Catania dello scorso dicembre, lui insieme ad una decina di ragazzi era incaricato di affiggere in più parti della città uno di quegli striscioni che servono a sensibilizzare la gente comune, a spingerli a riempire i gradoni dello stadio. E dunque, avvicinandosi in silenzio a un’abitazione, espongono lo striscione, accendono qualche torcia, parte un coro. Si affaccia qualcuno, scende. E allora si pensa subito a una forma di protesta, a una lamentela accorata.. E invece ecco un abbraccio, forte, lungo, sentito. Muto. Solo una frase viene fuori da quell’uomo di mezza età, trascinato fuori da un fuoco, da un impeto che anche lui - a suo modo - covava dentro: «Dobbiamo vincere domenica. Loro sono il Catania..» Imperativo pronunciato cogli occhi lucidi.

È un frammento. Nascosto e segreto. È questa l’essenza del movimento ultras. Questo è il loro orgoglio. Il loro credo. La loro fede. La loro vita.

C’è chi studia, chi lavora, chi perde tempo al bar sotto casa aspettando un’occasione che non arriva mai. Chi ha ricevuto quell’abbraccio è un ragazzo qualsiasi, uno di quelli che potreste incontrare per strada, o facendo la spesa. Dove volete voi, insomma. Eppure - dice - «Vengo taliato sempre storto. Mi parlano alle spalle. Si scantano. Ma non m’importa più il giudizio degli altri».

Ma in realtà non si è mai sentito solo, perché fa parte di qualcosa più grande di lui e ne è consapevole. Fa parte di un gruppo portatore di valori unici, come l’amicizia, come l’attaccamento a una terra e a dei colori. Perché dietro a quello striscione sono tutti uguali. Tutti fortemente vicini. E di storie di questo calibro se ne potrebbero raccontare senza sosta, a iosa, e risulterebbero - ai più - del tutto incomprensibili.

È un meccanismo naturale dell’uomo il giudicare colui che sfora palesemente dal percorso tracciato dal cosiddetto conformismo sociale, ed in seguito emarginarlo. Probabilmente un passo più giusto sarebbe invece quello di provare a sentire cos’ha da dire, se ce l’ha, e magari di prenderne il buono. Perché c’è sempre un qualcosa di buono da prendere. Sia nell’individuo sia, di conseguenza, in un’unione di individui. Domanda: «Siamo pronti per questo, o è ancora un passo troppo lungo per una società in preda ad una lenta ma costante crisi culturale?»