La Civetta di Minerva, 16 giugno 2017

 

Papa Francesco parla al cuore degli uomini; i suoi non sono discorsi  sulla  dottrina ma sui fatti e gli avvenimenti del mondo che sono visti alla luce del Vangelo e quindi volti alla difesa dell’uomo in ogni sua espressione. In quest’ottica dico di una mia  recente esperienza di avvocato.

Debbo fare ora una premessa: le sentenze dei giudici della Repubblica si accettano e debbono avere attuazione, buone o non buone, giuste o non giuste; però ciascuno di noi ha il diritto al commento, ha cioè inalienabile lo ius murmurandi.

Ho avuto la ventura di fare da secondo in una materia che non è la  mia: il diritto del lavoro. Ho fatto il secondo a uno dei giurislavoristi più accreditati del Foro di Siracusa nella tutela di un amico al quale non potevo dire di no. Si trattava di un appello che tecnicamente si chiama reclamo avverso un provvedimento emesso da un giudice monocratico il quale  aveva rigettato  la domanda di questo mio amico che era stato licenziato, a suo dire, ingiustamente e che richiedeva la reintegrazione  nel posto di lavoro con un provvedimento di urgenza. Nel gergo si dice un provvedimento ex art. 700 del codice di procedura che disciplina i casi in cui il cittadino ha bisogno di una tutela immediata senza dover attendere  una sentenza per la quale  quasi sempre passano anni ed anni.

Eccepiva questo mio amico  che il lavoro era il suo unico sostentamento e che non poteva attendere l’esito di una causa ma che intanto richiedeva una tutela immediata anche se provvisoria, che gli avrebbe consentito di sopravvivere.

Il giudice ha respinto la domanda perché ha fatto la seguente considerazione che debbo riportare  nella sua interezza. Ha scritto: non può ”il periculum in mora reputarsi esistente in re ipsa neppure nel fatto stesso della disoccupazione poiché in caso contrario ogni licenziamento o mancata assunzione integrerebbe il pregiudizio imminente ed irreparabile così da rendere il ricorso all’art.700 c.p.c. il rimedio ordinario per la contestazione della condotta datoriale…”

Ritengo questa interpretazione fuori dalla logica dell’ordinamento giuridico, che invece prevede la immediatezza della tutela della occupazione in quanto il lavoro costituisce il mezzo di sussistenza di un soggetto e della sua famiglia.

Da una parte c’è la cosìddetta legge Fornero che stabilisce una corsia preferenziale per i licenziamenti individuali - addirittura prevede le udienze pomeridiane – dall’altra esiste la Cassa Integrazione Guadagni che serve a garantire la sopravvivenza del lavoratore in caso di perdita della occupazione.

E’ la drammaticità della perdita del posto di lavoro che rende obbligatoria – almeno sul piano morale – una immediata reintegrazione per non far perdere al lavoratore quel salario col quale mantiene se stesso e la propria famiglia.

E’ d’obbligo una riflessione: ma se toccasse ad uno di noi, su quali mezzi di sussistenza potremmo contare e per quanto tempo?

E poi, che c’entra il Papa? Vengo e mi spiego. Continua il giudice in questione scrivendo: ”Il periculum va ravvisato non nel caso di una qualsiasi violazione del diritto del lavoratore  ma solo nel caso in cui tale lesione, in sé, ovvero in quanto coevamente incidente su posizioni giuridiche soggettive a contenuto non patrimoniale e con rilevanza costituzionale a quel diritto strettamente connesse, sia suscettibile di pregiudizio non ristorabile per equivalente.

Sono sottigliezze giuridiche, espressioni di una grande scienza giuridica, ma a mio sommesso avviso non espressione di sapienza, che prima che dell’intelletto deve essere sapienza del cuore.

E’ certo che un lavoratore ingiustamente licenziato ha diritto al risarcimento del danno pari ai salari non percepiti. Ma quando questo potrà avvenire? Indubitabilmente a distanza di anni; perché tanto dura normalmente una controversia di lavoro.

A questo schema debbo opporre le parole che il Papa ha detto pochi giorni fa a Genova ai lavoratori dell’Ilva. Ha detto il Papa: “Dev’essere chiaro che l’obiettivo vero da raggiungere non è il reddito per tutti, ma il lavoro per tutti. Perchè senza lavoro non ci sarà dignità”. E’ la dignità dell’uomo che va difesa perché il lavoro è lo strumento  fondamentale che dà dignità alla persona umana.

Questo è il concetto di cui dovrebbe tener conto ogni giudice allorchè ha nelle sue mani il caso di un soggetto che va ricercando la sua dignità di uomo. Una dignità di uomo che poi trova un suo fondamento giuridico  nei primi due articoli della nostra Costituzione, “La Repubblica Italiana si fonda sul lavoro”, il primo; “La Repubblica  riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”, il secondo. Se la dignità dell’uomo si fonda anche  sul lavoro, vuol dire che il lavoro è un diritto inviolabile dell’uomo.

Riflettiamoci su.