Don Raffaele Aprile: “Anche il diaconato ti stravolge l’esistenza, ma la meta, l’arrivo, il senso di un cammino messo a servizio di Gesù ha trovato il suo punto di fusione nel giorno dell’ordinazione presbiteriale”

La Civetta di Minerva, 16 giugno 2017

Si avvicina la festa degli apostoli Pietro e Paolo, celebrata dalla Chiesa il 29 giugno. Due figure diverse e controverse per certi aspetti nella loro sequela: Pietro, il pescatore di anime che dapprima segue Gesù, poi lo rinnega e infine, ribadendo il proprio amore verso di Lui, sarà colui che pasce l’umanità-gregge nel nome del Cristo, pronto all’estrema testimonianza; Saulo zelante persecutore della nuova setta, accecato a Damasco e poi, ribattezzato col nome di Paolo, traghettatore dei nuovi credenti dall’ebraismo al cristianesimo, predicatore infaticabile, martire anch’egli.

Il sacerdozio e la vita consacrata costituiscono – oltre all’incardinamento in una nuova realtà, quella del votarsi completamente a Dio – il rinnovarsi continuo nella storia della Chiesa della vita come testimonianza e missione, dono di se stessi per la comunità.

È sempre più difficile che oggi un giovane o una giovane decidano di scommettere tutto nel nome di Cristo, di mettere la propria vita a disposizione degli altri e della Chiesa. Ne abbiamo parlato con don Raffaele Aprile, giovane presbitero che proprio nel giorno di San Pietro e Paolo festeggerà il primo anno di sacerdozio. 

Cosa vuol dire per lei essere sacerdote?

Un anno da prete. E sono sempre più felice di esserlo! “Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore”, posso dire con le parole tratte dall’ordinazione presbiterale: per un prete l’anniversario più importante non è il compleanno, ma il giorno in cui è diventato sacerdote. Da quel giorno tutto cambia. Vero: anche il diaconato (che è il gradino precedente a quello del sacerdozio) ti stravolge l’esistenza, ma la meta, l’arrivo, il senso di una vita messa a servizio di Gesù trova il suo punto di fusione nel giorno dell’ordinazione presbiterale. Da quel giorno ogni cosa che fai la fai (la dovresti fare, la devi fare!) nel nome di Cristo: la gente questo si aspetta da te, anche se tu non si senti mai degno né pronto di “essere” Lui nel mondo.

A chi sente di dovere un ringraziamento?

Dopo un anno di sacerdozio posso solo balbettare un grazie a coloro che mi hanno sopportato e supportato… Grazie a Dio, perché è diventato il sogno che ha reso la mia vita un capolavoro. Grazie a coloro ai quali provo a donare ciò di cui io vivo, giorno per giorno, perché sono loro gli strumenti e i colori di quel capolavoro. E grazie anche a chi, magari da lontano e in silenzio, mi stima, mi incoraggia, mi vuole bene. “Pascite, qui est in vobis, gregem Dei, ... forma facti gregis ex animo” (1Pt 5,2-3). In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”. Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: “Seguimi” (Giovanni 21,18-19).