Alcuni detenuti si uccidono “perché l’Assassino dei Sogni (il carcere) non risponde mai ai loro appelli disperati”. Le inquietanti riflessioni di Carmelo Musumeci. L’associazione Antigone: “Drammatico il ruolo dell’isolamento”

 

La Civetta di Minerva, 16 giugno 2017

Quando si parla del e sul carcere, il linguaggio non verbale è manifesto negli scatti, nelle ripicche, nelle reazioni. Se ne parla per tenere le distanze da un fastidio urtante, meglio identificabile nella persona detenuta. Se ne parla lungamente e infine, per non rendere giustizia né all’offeso né all’offensore. Se ne parla per offuscare ogni interrogazione, quest’ultima supportata da disinformazione perché del e sul carcere si parla al fine di non parlarne più.

E’ l’ingiustizia di una giustizia che concerne la società nella sua interezza. Il suo messaggio potente e vano ostacola la possibilità dello sviluppo di adeguati e significativi interventi della società e delle istituzioni, già vinte dal pregiudizio e, peggio, dall’indifferenza colpevole.

Quando poi, trattasi di carcere duro, chi si misura con la pena detentiva non è un numero, non è una cosa inutile: è espressione del carcere coltivante umiliazioni, contraddistinte da prepotenze, provocazioni, violenze, silenzi. Obiettivo fondamentale è la spersonalizzazione, congiuntamente all’annullamento dell’identità di chi si misura con la pena detentiva.

Nonostante il carcere, si ignora la capacità di scelta di chi vuole riparare.

“Rieducazione”, ri-orientamento risultano inadeguati al dettato costituzionale giacché richiedono costi elevati in termini di promozione umana. Si fa prima a fare ricorso ai “motivi di sicurezza”. In realtà, un’acuta osservazione del e sul carcere palesa il livello di abbrutimento raggiunto, le solitudini imposte in nome della “rieducazione”, termine contemplato nell’art. 27 comma 3 della Costituzione italiana.

E’ il carcere che non funziona, pervaso da paura, stanchezza, assenza di consapevolezza, mancanza di proiezione nel futuro. E quel carcere è senza speranza.

L’ultimo rapporto dell’associazione Antigone, relativo allo stato di detenzione in Italia, rileva il triste ritorno del sovraffollamento con un tasso risalito a 112,8%. Nei 190 istituti penitenziari la popolazione carceraria è accresciuta di 1.524 unità nel fluire degli ultimi quattro mesi, raggiungendo un totale di 56.436 presenze. Sono dati allarmanti, nonostante l’attuazione del decreto legge svuota-carceri. Varato dal governo Renzi, ha avuto effetto positivo ma è risultato molto breve nel suo percorso. Alessio Scandurra, curatore del rapporto, ha dichiarato: “Rapidamente torneremo ai livelli della condanna per l’Italia dalla Corte Europea per i diritti dell’uomo”. Ancora una volta, l’Italia sarà bacchettata dal Consiglio d’Europa.

In carcere si muore: c’è carenza di medici, aumento di malasanità, abuso di psicofarmaci. Nel corso del 2016 sono stati registrati 45 suicidi, spesso avvenuti a seguito della detenzione in celle d’isolamento. E come ha rilevato l’associazione Antigone “il regime d’isolamento nuoce gravemente al detenuto”. Nei primi mesi di quest’anno 19 sono stati i suicidi. Anche in questi casi, “l’isolamento ha giocato un drammatico ruolo”. Silentemente, questa strage è l’immediata conseguenza della condizione/situazione umana delle nostre patrie galere, nuovamente luminose nel tassello dell’emergenza.

Troppo poche e troppo piene le REMS, Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza, ossia le strutture che dovrebbero accogliere i detenuti con problemi psichiatrici; cedono il passo alla cella del carcere in cui i detenuti con patologie psichiche, ingerendo in modo eccessivo i sedativi, sono esposti a conseguenze risultanti, a volte, letali.

Entrato in carcere con la licenza elementare; conseguite tre lauree nel corso della sua detenzione, Carmelo Musumeci, uomo ombra semilibero, oggi volontario presso la comunità Papa Giovanni XXIII, si batte da molto tempo contro il carcere che non funziona. Scrittore di saggi con contributi di Erri De Luca, Margherita Hach e tanti altri studiosi, ha prodotto le sue riflessioni sui suicidi in carcere: “L’ennesimo suicidio di un detenuto: un uomo anziano, di ben 76 anni, italiano, nel carcere di Parma. E poi, un ragazzo di 33 anni, suicida nel carcere di Saluzzo. Ovviamente, queste notizie non hanno nessun risalto. Eppure mi chiedo: ma il suicidio di un detenuto non rientra forse anche questo nella legittima difesa? Non ci posso fare nulla: anche se continuo a starci solo di notte, le notizie dei detenuti che si suicidano in carcere mi fanno stare male. Nella mia ultima tesi ho dedicato un capitolo ai suicidi in carcere, intitolandolo: “Il suicidio in carcere: devianza, scelta o necessità?” Dalla mia ricerca ne è venuto fuori che, in percentuale, non c’è al mondo altro posto dove uomini e donne si tolgono la vita come nel pianeta carcere.

Una volontaria in carcere mi ha domandato perché un detenuto decide di suicidarsi e io le ho risposto con un’altra domanda: «Perché un detenuto non si dovrebbe suicidare?» Credo che sotto certi aspetti sia più “normale” e razionale chi si suicida rispetto a chi continua a vivere nella sofferenza. Ho sempre compreso i prigionieri che scelgono di farla finita, perché quando la vita ti offre solo infelicità è durissimo continuare a vivere. Alcuni detenuti si tolgono la vita perché l’Assassino dei Sogni (come io chiamo il carcere) non risponde mai ai loro appelli disperati; altri lo fanno per ritornare a essere uomini liberi, anche se liberano solo lo spirito. Alcuni s’impiccano alle sbarre della loro finestra perché fuori non hanno niente e nessuno ad attenderli.

Credo, insomma, che molti detenuti si tolgano la vita in carcere non perché siano stanchi di vivere, ma perché amano tanto la vita e non accettano di vederla appassire e distruggere dentro le mura di un penitenziario. E allora, non è forse anche questa una forma di legittima difesa? Uccidersi non è facile, ma vivere nelle patrie galere italiane è ancora più difficile. Per questo nelle carceri italiane si continua a morire.

E nessuno fa nulla. Quasi nessuno parla o scrive del perché in carcere siano così in tanti a togliersi la vita. I nostri politici dovrebbero sapere che in carcere si muore in tanti modi: di malattia, di solitudine, di sofferenza, di ottusa burocrazia e d’illegalità. Riuscire a vivere nelle galere italiane è diventato un lusso che alcuni detenuti non si possono permettere. Per questo a volte, ammazzarsi diventa una vera e propria necessità. E questa non è una libera scelta, come alcuni cinici potrebbero pensare, ma è legittima difesa contro l'emarginazione e la disperazione.”