E ci si sentiva pure, fin quando in III° Media un prof. di musica… Racconto di un’esperienza vera, attualissima, che sino alla fine si legge tutta d’un fiato

La Civetta di Minerva, 2 giugno 2017

Era un bambino timido, pure troppo per quei tempi. E non perché allora non si potesse essere timidi, ma semplicemente per il fatto che nessuno ce lo spiegava per bene come oggi.
Pensate che alcune maestre, che evidentemente ancora non conoscevano il registro comunicativo comunemente conosciuto come "politicamente corretto" che impera ai giorni nostri, liquidavano subito la questione definendolo prosaicamente "un handicappato". Un termine che oggi fa orrore, ma che evidentemente una volta si affibbiava con molta semplicità e simpatia. Anche troppa. Un bell'handicappato non lo si negava a nessuno!
Va da sé che questo bambino aveva un po’ di difficoltà a rapportarsi con gli altri, o quantomeno con la lingua che parlavano gli altri. La mamma, per esempio, si era scordata di dirgli che il suo vero nome non era quell'abbreviativo che usavano a casa ma era un altro. E lui quel nome mica lo aveva mai sentito. Tanto che in prima elementare, all'uscita da scuola, quando l'autista del pullmino che avrebbe dovuto riportarlo a casa si accinge a fare l'appello, lui non risponde sentendo chiamare a gran voce quel nome che non aveva mai sentito prima. Ma era tardi, le altre mamme aspettavano, e così va da sè che l'autista partì lasciandolo a scuola, da solo, dietro le sbarre del cancello ad aspettare piangente che qualcuno si ricordasse di riportarlo a casa ... E così a 5 anni scarsi imparò il suo vero nome!
Passa un anno, la famiglia allora pensa che è meglio iscriverlo alla scuola più vicina, quella di quel quartiere popolare e popoloso nel quale abitavano, almeno avrebbe potuto raggiungerla a piedi. E pazienza che il target degli alunni che la frequentavano era appunto popolare. E anche qui va da sè che quel bambino incontrasse delle difficoltà ad ambientarsi. Ogni anno in una scuola diversa, con compagni diversi, insegnanti diversi. E lui non lo sapeva ancora che era sbagliato scippare a forza il cappellino di renna coi paraorecchi che la mamma gli aveva accuratamente e amorevolmente sistemato in testa, per poi giocarci a mo’ di palla e passarselo l'un l'altro ridendo e sghignazzando fino a farlo arrivare in cima all'albero di Natale a sostituzione della stella (a proposito... ma che ci sarà poi da ridere in questo?). E quindi - non sapendolo - cominciava a pensare che forse era vero che era un handicappato, come il maestro di seconda elementare di quell'antico quartiere popolare e popoloso della città diceva alla sua mamma quando gli chiedeva spiegazioni di quegli spiacevoli avvenimenti. Lui non lo sapeva che era sbagliato giocare a quel modo... E il maestro? Pure lui non lo sapeva? O forse, essendo maschio - perché definirlo uomo è complicato - pensava che quelli erano solamente innocenti giochini da fare a dispetto del primo handicappato di turno?

E comunque, negli anni questo bambino cresce, passa da un quartiere popolare all'altro e di conseguenza anche le scuole che frequentava rappresentavano degnamente, negli elementi che le costituivano, le caratteristiche della zona. E neanche qui lui sapeva ancora che chiudere le porte delle aule a ricreazione per mettersi a rincorrere e palpeggiare il sedere delle compagne fosse un innocente giochino per divertirsi in compagnia. Ma un handicappato può saperlo? Lui quando tornava a piedi a casa, e si guardava quello stemmino tricolore che si usava una volta appuntato sul grembiule per identificare la classe che si frequentava, lo immaginava come il distintivo della Polizia, e in un mondo tutto suo, si faceva mentalmente il film che era un agente che si trovava in perlustrazione e che incuteva in tutti rispetto e soggezione. Ma del resto, cosa ci si poteva aspettare dalla mente di un handicappato? Mica si poteva buttare a terra sui bordi polverosi dei marciapiedi a giocare come facevano i suoi coetanei "normali" che sciusciavano sulle figurine dei calciatori per vincere i doppioni dell'altro. Avrebbe sgualcito il suo bel completino di renna...

Però quando poi in terza media si accorse che persino un professore di musica, quando entrava nella sua classe, faceva la sua stessa fine, perché non riusciva a tenere a bada quella massa di "ragazzi normali" tanto da diventare lo zimbello degli alunni che gliene combinavano di tutti i colori, cominciò a pensare che forse non era lui quello sbagliato. Mica avrebbero fatto fare l'insegnante a un handicappato? E per giunta a lui stava simpatico. E allora? Forse erano loro, quelli "normali" che avevano un comportamento da decerebrati, e non essi, gli handicappati. E allora un giorno pensò che doveva dirglielo. Doveva avvertire quel pover'uomo di quell'incredibile scoperta che aveva fatto. Lo doveva avvisare. Lo doveva rassicurare, gli doveva dire che loro due sì, solo loro due erano "normali", e non quelli che li deridevano, li mortificavano. E a questo professore il "branco" lo mortificò un giorno fino al punto da fargli lasciare l'aula nel bel mezzo della lezione e fuggirsene via. Si sentì talmente impotente, talmente disarmato davanti al plotone d'esecuzione, che pensò di cedere le armi e, in barba a qualunque regolamento scolastico, abbandonò la classe e scappò via. Fuori. Aveva gettato la spugna e stava fuggendosene a casa. E allora lui, il bambino educato e col berrettino di renna coi paraorecchi in testa, pensò che era arrivato il momento. Lo aveva visto correre fuori giù nel cortile, e decise che quello era il momento di agire. Ora o mai più. E così si caricò sulle gambe tutto il coraggio che non pensava di avere e corse fuori cercando di raggiungerlo. Il professore aveva maturato ormai un certo vantaggio, e per di più aveva il passo svelto da adulto. Ma lui, il bambino ora finalmente ex handicappato, corse a più non posso perché doveva raggiungerlo. Doveva liberare pure lui da quella gabbia dove gli altri, quelli normali, lo avevano rinchiuso. E le chiavi le aveva lui. Doveva fare in tempo, ad ogni costo, prima che il suo amico collega insegnante riuscisse a salire sull'autobus. E corse, corse a perdifiato. Corse a più non posso.
E ce la fece! Riuscì a bloccarlo proprio quando questi stava per salire sul bus, e lo sorprese al punto tale che nonostante avesse già un piede sulla pedana d'ingresso, decise di scendere per sentire cosa aveva di così importante da dirgli quello strano, delicato e paffutello bimbo col berretto di renna. A costo di aspettare la prossima corsa. E infatti lo ascoltò. Rimase attento a sentire la spiegazione di un bambino che voleva rassicurare il suo professore che quelli non fanno male, ma si divertono solo prendendosela coi "diversi", con quelli che indossano vestiti diversi, che producono pensieri diversi, che hanno gusti e opinioni diverse. Con quelle persone che credono che non bisogna urlare più forte dell'altro per avere ragione, che non ritengono che prevalere fisicamente dia il diritto di prevaricare anche mentalmente. Che – semplicemente - considerano le altre persone come entità che ti devono arricchire e non come proprietà che ti devono appartenere.
Tutto questo gli spiegò quel bambino di 12 anni. E si soffermò a dirgli che lui era dalla sua parte. Che era sempre stato dalla sua parte. Ci teneva che lo sapesse. E glielo disse. Dimostrando molto più coraggio di quella masnada di individui che lo avevano deriso e schernito tutto l'anno solo perché pretendeva d'insegnar loro i movimenti del solfeggio. Ed è certo che cotanto ed estrinsecato coraggio aiutò a migliorare anche il professore.

Per il bambino era iniziata finalmente una nuova vita. E non da handicappato, ma da persona con una particolare sensibilità. Sensibilità che gli permette con una sufficiente facilità di riconoscere e leggere gli altri come riuscì a fare con quell'insegnante tanti anni prima. Che gli permette di toccare corde che non sempre si riescono a toccare. Ora ormai quei bambini che si divertono in quel modo vengono chiamati bulli, e handicappato non lo si dice più quasi a nessuno, però si rende conto che ancora molte persone più sensibili della norma come lui, non sempre vengono accettate dai "branchi", che fanno invece fatica ad estinguersi dalla società. E allora vorrebbe ogni giorno correre da loro per dirgli, ad uno a uno, di non perdere mai la fiducia, di non gettare mai la spugna, di non darla mai per vinta a chi li denigra solamente per sport. Vorrebbe raggiungerli per rassicurarli che prima o poi sarebbero riusciti a tirar fuori tutta la forza che hanno, che anzi ce ne hanno più degli altri. Vorrebbe arrivare in tempo prima di farli salire su quell'autobus che la dà vinta agli idioti che gli appioppano epiteti medievali solo perché non hanno abiti firmati, o magari credono in un altro Dio, o ancora hanno gusti sessuali differenti, o possiedono la pelle di un altro colore. O che solamente provengono da paesi considerati sottosviluppati. Che non saranno però mai così tanto sottosviluppate come le menti di questi elementi qua.

Vorrebbe sicuramente arrivare in tempo per fermare chi non ci ha più creduto e ha lasciato fare al destino. Fino a perdere la partita. Fino a perdere se stessi. Perché quel bambino, da quel giorno, ha sempre avuto la convinzione che se ci fosse stato sempre qualcuno accanto nei momenti più bui che gli avesse spiegato bene che forse noi siamo solo apparentemente dalla parte di chi sta perdendo, ma che invece bisogna perseverare e si finirà col vincere, allora il risultato di parecchie partite sarebbe cambiato. Sarebbe stato diverso. Che bisogna ogni tanto avere il coraggio di cambiare autobus. E di non prendere quelli che fanno il percorso che gli altri ci hanno imposto di fare, quello che prendono coloro che si sentono migliori. Che danno per scontato che lo si prenda. Ma di scegliere la vettura che fa il nostro di percorso. Anche a costo di aspettare e saltare qualche corsa.

Questo bambino ora è un uomo. Ha una famiglia splendida e due bambine meravigliose. Che sono la sua gioia e la forza che mette in tutto ciò che crede. E alle quali cerca ogni giorno di insegnare a rispettare ogni persona perché ogni persona è allo stesso nostro modo degna di esserci e di esprimersi. Sempre. Ah... una cosa. Quest'uomo, ogni tanto quando è sovrappensiero, si accorge che si ritrova a disegnare per aria con le mani dei movimenti strani. I movimenti del solfeggio. Gli sono rimasti impressi. E forse sarà l'unico, di quella classe, ad averceli ancora in mente ...