Qualche fiammata ogni tanto e poi si tira a campare. Per molte problematiche prevale il torpore e il rifugiarsi nel tran tran quotidiano

La Civetta di Minerva, 5 maggio 2017

Le vicende che hanno infiammato l’attenzione dell’opinione pubblica cittadina negli ultimi anni meritano una fase di riflessione per cercare di capire le ragioni del declino della città di Augusta rispetto a un più rigoglioso passato.

Questa città, da sempre considerata una cittadina gradevole, è abitata da una moltitudine di persone la cui prevalenza può essere raggruppata in quella che, genericamente, viene denominata Middle class (classe media) principalmente per le disponibilità economiche della maggior parte dei suoi abitanti e per la mentalità, generalmente aperta alla modernità. A tale condizione non è mai corrisposta una crescita culturale degna di tale nome, cioè alla capacità dei suoi abitanti di aggregarsi intorno a progetti/processi di crescita che affiancassero alla disponibilità economica una vivacità culturale che ne migliorasse la qualità della vita  e consentisse una crescita civile adeguata alle sue aspirazioni. Le vicende che l’hanno vista mobilitata (si fa per dire) sono state quelle della sede dell’autorità portuale, della tutela della salute pubblica, della difesa dell’ospedale, e ultimamente quelle per il mantenimento dell’autonomia del suo liceo, segnate tutte dallo sgomento per lo scioglimento del consiglio comunale per sospette infiltrazioni mafiose (proprio così!), sulla cui vicenda non è stata ancora fatta chiarezza e forse mai se ne farà, stante la lentezza dei processi penali e la confusione che li caratterizza.

Tutte queste vicende hanno un comune denominatore e  una medesima modalità di esternazione: agitazione confusa, barricadiera, con fiammate improvvise (per fortuna solo a parole), a volte con manifestazioni di piazza e grande agitazione sui social e poi, finita l’eccitazione del momento, sempre rigidamente senza risultati concreti, il nulla o quasi; prevale  il torpore e il rifugiarsi nel tran tran quotidiano (salvo il perpetuarsi di un chiacchiericcio indecente e inconcludente sui social, ormai agorà virtuale e sfogatoio delle frustrazioni che ciascuno porta con sè per l’insoddisfazione della qualità della vita che conduce).

Mai che ai vari momenti di agitazione sia seguito un processo di autocritica ed analisi del perché restiamo una comunità marginale e autolesionistica. Mai una aggregazione che mantenga la memoria storica degli eventi, ne cataloghi le motivazioni, ne storicizzi i fatti con l’acquisizione di documenti, competenze specifiche che vadano al di là del sentito dire. In verità, qualche tentativo di metter su un’aggregazione critica di persone che stimolasse la città a una vera riscossa conducente a riferimenti stabili e rispettabile è stato fatto e, periodicamente, viene tentato, ma con scarsi risultati.

Perché tutto questo? Basta considerare l’eccessiva autoreferenzialità dei vari soggetti promotori a spiegarlo? O, piuttosto, è la pigrizia culturale di chi non vuole mettersi in gioco la chiave di lettura utile? O, infine, l’egoismo che porta a ritenere che lo status quo sia la migliore condizione per  tutelare  il proprio effimero benessere?

Forse partendo dalla vicenda del Liceo si può capire molto. Come è noto il liceo cittadino, nel tempo, ha ridotto i suoi iscritti fino a un livello che impedirebbe alla normativa (salvo estemporanei funambolismi della politica) di attribuirne l’autonomia piena; così, in prossimità delle scadenze che ne dovrebbero sancire l’aggregazione con altri istituti e farne perdere (uso l’espressione più in voga, che non condivido) l’identità, si scatena la bagarre. Petti in fuori, chiacchiere infuocate e così via, poi scampato il pericolo per le alchimie che la politica riesce a combinare tutto torna come prima, fino al prossimo appuntamento. Così sta succedendo per il porto, per il consiglio comunale, per l’inquinamento e così via. Nessuno cerca di indagare le cause e di cercare rimedi seri e definitivi: è sempre stato così.

Limitandoci per ragioni di spazio alla vicenda del Liceo e saltando a piè pari ogni polemica perché, allo stato, inutile, sarebbe il caso di avviare una fase di riflessione autocritica e sincera sulla qualità della cultura (intesa nel senso più ampio del termine, ovvero consapevolezza del sè e dei processi che regolano le scelte della vita quotidiana), sul ruolo che la scuola pubblica ha nella formazione dello spirito critico degli alunni, su come essa adempie al dovere principale dell’istituzione alla formazione del cittadino, alla promozione della cittadinanza attiva, su come i contenuti dell’azione formativa siano funzionali alla qualificazione professionale e così via. Sarebbe utile cioè un confronto senza autoreferenzialità nè megalomanie e senza cercare capri espiatori ma interrogarsi su come rispondere al meglio al bisogno di formazione umana culturale e tecnica dei nostri giovani, perché è da loro che deve venire il riscatto della città ed è dalla loro maturità e dalla loro capacità di sapersi confrontare con le nostre debolezze che si potrà costruire una qualità della vita migliore di quella odierna.

Il dato evidente su cui bisogna riflettere è lo smarrimento di cui  sono, in larga parte, preda e dello sbandamento rispetto ai valori di riferimento della carta costituzionale di cui sono spesso ignari. La mancanza di riferimenti certi nella società civile li rende insicuri e smarriti rispetto alla complessità della nostra realtà. Sarebbe utile avviare la individuazione di un progetto formativo coerente e condiviso dall’intera comunità scolastica su cui lavorare costantemente, affiancando alla formazione tecnica e culturale in senso stretto una più ampia formazione sulla cittadinanza attiva che li prepari ad essere protagonisti della città futura. In questo contesto, più che a salvaguardare illusorie prevalenze di una scuola rispetto a un'altra, si  pensi a riprogettare l’articolazione delle scuole e ad affrontare, senza veli, le modalità con cui si esplica il prezioso lavoro degli insegnanti e si assumano le necessarie misure per garantire il corretto svolgimento dell’attività scolastica. Ogni altra discussione serve solo per coprire le carenza ed evitare una serena riflessione.

Analogo ragionamento può essere fatto per il porto. Qualora si dovesse scampare il pericolo dell’attribuzione della sede ad altra città, nessuno pretenderà che lo si renda funzionale a un progetto di politica economica nazionale, che lo si liberi dalle ferraglie né che lo si renda più efficiente né che lo si renda più competitivo, ognuno si rinchiuderà nei propri privilegi (veri o presunti che siano) e si tirerà a campare fino alla prossima fiammata e il declino aumenterà fino a che non sarà più sostenibile e il mercato sarà il vero decisore.

Così è accaduto per la vicenda comunale: dapprima indignati scaricando la colpa all’imputato di turno e poi si tira avanti e nessuno (tranne gli interessati in prima persona) si adopera per fare chiarezza, nessuno si chiederà come i propri comportamenti e quelli collettivi siano stati l’humus che ha permesso quanto è accaduto.

Stesso discorso per la lotta all’inquinamento: proteste, contumelie ma nessuna azione costante, organica, conducente a risultati oltre la lamentela e il ribellismo inconcludente; nessuno si pone il problema di capire quale sia il giusto equilibrio tra sviluppo e tutela dell’ambiente: si continuerà ad oscillare tra la negazione di tutto e la difesa autocritica di tutto, senza mediazioni, senza equilibrio. Risultato, in tutti i casi, sarà il declino.

La competizione (sana, legata al confronto, all’autocritica e alla voglia di fare meglio), vera spinta al Progresso, verrà relegata a mera tutela dell’esistente, attenti a non rischiare nulla di quello che abbiamo (che sarà sempre meno perché gli altri operano mentre noi ci lecchiamo le ferite e ci incendiamo nelle contumelie). E’ un atteggiamento comune nel meridione, ma da noi è più insostenibile per la pretesa che abbiamo di essere una società avanzata, aperta, benestante, moderna.

E’ giunto il momento di ricercare con onestà (ovvero con reale autocritica, non con frasi fatte di convenienza autoassolutoria) le ragioni della nostra marginalità, guardando alla qualità dell’istruzione nella formazione civile che le nostre scuole producono, all’influenza del pensiero critico che i nostri giovani costruiscono nel loro sapere. Altrimenti non ci sarà futuro, non ci sarà riscatto. E guarderemo sempre più con malinconia al tempo passato in cui la nostra appassita giovinezza ci farà essere nostalgici di una realtà virtuale a cui saremo sempre più legati in un declino mortificante ed inevitabile.

Analoghe riflessioni potrebbero farsi per il capoluogo e altre realtà meridionali. Sic stantibus rebus...