Presenti i radicali, Nessuno tocchi Caino, comitato prevenzione tortura, docenti di diritto penale. Unico limite: gli ospiti erano quasi tutti abolizionisti. Per un processo di ripensamento dei detenuti sarebbe utile un confronto con chi ha subito il reato

La Civetta di Minerva, 5 maggio 2017

Si è tenuto la settimana scorsa, al carcere di Augusta, un dibattito sull''ergastolo cosiddetto ostativo, quello che non consente un’uscita anticipata a meno che non si collabori con la giustizia e che riguarda gli affiliati alla criminalità organizzata e le persone condannate per gravi reati associativi. La discussione è avvenuta  dopo la proiezione del docufilm “Spes contra Spem”, incentrato sulle testimonianze sul tema, da parte di detenuti e operatori.

Al dibattito, di alto livello, erano presenti la leader radicale Rita Bernardini, che nel giorno in cui La Civetta esce in edicola torna a visitare l'Istituto, il presidente dell'associazione Nessuno Tocchi Caino Sergio D’Elia, l'avvocato Zamparutti membro del CPT (comitato prevenzione tortura), docenti di diritto penale, e, last but not least, trecento detenuti. Di alto livello dicevo, ma con il  limite dovuto al fatto che tutti gli intervenuti erano della stessa opinione abolizionista. Lo erano i radicali, D'Elia, ovviamente i detenuti, meno ovviamente i docenti di diritto penale, che dopo aver detto che il carcere è un orrore avrebbero dovuto, ritengo, aggiungere che esiste ovunque e che in tanti paesi, che riteniamo e sono di elevata civiltà, vi si fa maggiore ricorso che in Italia. Non l'ho sottolineato io, perché in questi casi. dopo il saluto iniziale, assumo un basso profilo per dare spazio al dibattito ed anche perché, confesso, in questi casi avverto il rischio di essere scambiato per il difensore di fiducia del carcere. E questo ruolo francamente mi starebbe stretto. Basti dire che ancora oggi, dopo trentatre anni che faccio questo lavoro,  quando mi capita di uscire dai reparti detentivi la sera, l'ora brutta, quella dei pensieri tristi per chi è detenuto, io stesso avverto un senso di oppressione.

Qualche considerazione per i lettori de La Civetta la voglio però fare, lasciando comunque la questione aperta. Le norme di contrasto alla criminalità organizzata, di cui è parte quella che ha come effetto quanto prodotto dall'ergastolo ostativo, nascono dall’azione sviluppatasi nei primi anni novanta, nel periodo in cui imperversava la Cosa Nostra dei corleonesi; per quanto riguarda in particolare  la materia penitenziaria, le norme antimafia attuarono un riequilibrio rispetto alla legge Gozzini, o se vogliamo un ridimensionamento, limitando l'accesso ai benefici quali permesso premio, e semiliberta' per i condannati per associazione mafiosa ed altri reati associativi..

Il cosiddetto combinato disposto, oggi, fa sì che i condannati all'ergastolo affiliati alla mafia non possano uscire dal carcere, a meno che non collaborino con la giustizia, salvo che la collaborazione non sia diventata impossibile (ad esempio laddove siano stati arrestati tutti gli altri membri del clan) o sia irrilevante (il pesce piccolo che avendo un ruolo marginale non è messo a parte dei fatti dell'organizzazione ). Nasce quindi in un periodo storico preciso, in un momento in cui lo stato era o sembrava sotto scacco, ed è stata una risposta storicamente collocata. Sottolineo questo perché le misure di cui si parla, ossia i limiti all'accesso ai benefici, e poi il regime penitenziario duro del  41 bis, si collocano al limite estremo della risposta repressiva ma sono state parte di una risposta ritenuta, probabilmente a ragione, necessaria.

Questa necessità permane? Il fine pena che potremmo chiamare mai e poi mai, per il quale si è posto un problema di costituzionalità, è certamente una misura spietata, una morte bianca. E’ accettabile che permanga nel nostro ordinamento? Dicevo che il dibattito svoltosi in carcere non ha visto tutte le voci presenti; mancava quella che negli studi penalistici viene chiamata la necessità di difesa sociale, fortemente avvertita invece nella società, e che porta a una domanda di sicurezza crescente, nonostante tutte le statistiche dicano che i reati sono in calo.

All’inizio degli anni ottanta il referendum per l’abolizione della pena dell’ergastolo proposto dai radicali venne respinto con un plebiscito; credo di essere facile profeta ritenendo che oggi avverrebbe la stessa cosa. Eppure l’interrogativo va posto lo stesso in una società che si evolve e che dà ai valori di libertà sempre maggiore rilievo. Mi piacerebbe affrontare nuovamente sul campo l’argomento, e quelli connessi, allargando però la platea degli interventi e mettendo a confronto vittime e rei, detenuti e associazioni antiracket, e  associazioni vittime dei reati. Sarebbe un passo verso la mediazione. 

Il nostro ordinamento infatti prevede che la persona detenuta sia rieducata (io preferisco per la verità il termine risocializzzata) e che attui una revisione del proprio operato. E’ però difficile, secondo la mia esperienza, che ciò avvenga attraverso un ripensamento interiore. E’ più facile anzi, che a causa delle storture del sistema penale e penitenziario, la persona che sta in carcere si percepisca come vittima. Trovarsi invece di fronte a persone, in carne ed ossa, che hanno subito il reato potrebbe avviare realmente un vero processo di ripensamento.

L’ergastolo ostativo, cos’è. L'ergastolo è previsto dall'art. 22 del codice penale. La pena è perpetua, cioè a vita, ed è scontata in uno degli stabilimenti a ciò destinati, con l'obbligo del lavoro e con l'isolamento notturno; quest'ultima restrizione è stata modificata implicitamente dall'art. 6 comma 2 della legge 26 luglio 1975 nº 354, che dispone che "i locali destinati al pernottamento dei detenuti consistono in camere dotate di uno o più posti senza distinguere la pena da eseguire", e dunque che i condannati all'ergastolo possano passare le notti in condizioni di non isolamento. Il condannato all'ergastolo può essere ammesso al lavoro all'aperto.

In Italia esistono due tipi di ergastolo: quello normale e quello ostativo. Il primo, normale, concede al condannato la possibilità di usufruire dei benefici previsti dalla legge (ad esempio: assegnazione lavoro all'esterno; permessi premio; misure alternative alla detenzione; affidamento in prova, detenzione domiciliare, ecc.). Il secondo, che è invece un regime di eccezione, nega al detenuto ogni beneficio penitenziario, a meno che non sia un collaboratore di giustizia. Ostativo è uno status particolare di quei detenuti (non necessariamente ergastolani) che si trovano ristretti in carcere a causa di particolari reati classificati efferati dall'ordinamento giuridico italiano:associazione di tipo mafioso(art. 416 bis c.p.),sequestro di persona a scopo di estorsione(art. 630 c. p.), associazione finalizzata al traffico di droga(art. 74 D.P.R. n. 309/1990), ecc. i quali ostacolano la concessione dei benefici sopraelencati. I detenuti all'ergastolo ostativo (in maggioranza condannati per omicidi legati alla mafia) possono rientrare nel regime normale solo nel caso che essi diventino collaboratori di giustizia (i cosiddetti pentiti).