Usciva dal castello con l’amante e i figli “illegittimi” scandalizzando il popolo e i frati, che avvertirono il potente genitore. In un libro di Salvatore Camilleri le diverse versioni degli autori su questa vicenda di amore e morte

 

La Civetta di Minerva, 5 maggio 2017

La triste vicenda della Barunissa di Carini è certamente il  caso di amore e morte più popolare dalle nostre parti. Salvatore Camilleri, scrittore  e studioso, non poteva sfuggire al fascino morboso di ricercare storicamente le varie fonti che nel  tempo hanno cantato e decantato la vicenda. E così ne ha fatto un libro, intitolato appunto "La Barunissa di  Carini", dove compendia le tante versioni elaborate dai tanti  autori.

Di particolare interesse è la versione del Salomone Marino che, scrive Camilleri, "amava la sua Barunissa più delle sue pupille" e che ad essa aveva dedicato fatiche ed entusiasmo. Ed è proprio la tesi del Marino che Camilleri ripropone nel suo libro:

“..Parvemi, allora, che la verità storica del caso fosse in gran parte scoperta.

“ Se non che... a me dava dubbj e perplessità un altro tradizionale racconto che, di pari passo col primo, con uguale consenso e uguale tenacia e uni­formità veniva ripetuto per tutto l'antico Val di Mazzara e anche nel resto dell'Isola.

« Esso dice:

« La bella Baronessa di Carini, in Palermo, nei ritrovi nobileschi e nei balli dimostra con poca prudenza che molto le piace la vita galante e la intimità co' giovani Cavalieri. Il padre [cioè don Cesare Lanza di Trabia], rigido custode dell'onore proprio, non potendo lasciare la Capitale del Regno ove occupa alte cariche, relega la figlia al Castello, affidandone la custodia a una vecchia zia. Ma il Castello da invece maggiore opportunità e libertà alla lussuriosa giovane. Il Vernagallo, Cavaliere ele­gante e fino maestro nelle arti d'amore, con la sua assidua tenacia vince e domina la fascinante cugina, cieco abbandonandosi con essa entro alla vorace fiamma erotica. Al Castello egli viene tutte le notti su poderoso destriero, dalla sua vicina proprietà di Dain Asturi.

«La tresca dura indisturbata e felice più anni, e la Baronessa ha già messi a! mondo tre maschiet­ti, che audace e con la connivenza della zia tiene presso di sé nel Castello. Lo scandalo è pubblico; ma il silenzio ella compra con larghi doni e favori d'ogni sorta, sì che al padre nulla è trapelato della sregolata sua vita. Ma poiché cecamente ella giunge a osare di tenersi l'amante in Castello anche di giorno e di uscire per la Terra con esso e coi figli, se ne indegnano i frati del prossimo Convento Car­melitano ed uno di loro va a riferire al genitore in Palermo le turpitudini che insozzano il Castello.

«II Barone [anche don Cesare Lanza è barone], con la sua Compagnia, cavalca a furia notturno per Carini, circonda il Castello, trafigge di sua mano la figlia; da un Compagno fa, invece, scannare il Vernagallo con pugnalate alle reni, come spregevole e vigliacco paltoniere che tentava fuggire in quel supremo istante, senza neppure far mostra di voler difendere la debole amasia e se stesso.

« I due cadaveri il Barone fa buttar su la via, perché servano di pasto ai cani; ma il buon sagre­stano, sfidando per pietà l'ira del suo Signore, li cala di notte nella comune fossa della Cura. E così ancora, all'ordine perentorio che i tre innocenti figli della colpa siano abbandonati su' gradini della Par­rocchia perché mojano d'inedia, contravviene la ge­nerosa compassione d'una popolana, che con gran rischio li nasconde e nutrica nel proprio tugurio.

« II parricida, fatta con la mano insanguinata la impronta su la parete della stanza che vide l'ec­cidio, per ammonimento minaccioso ai nepoti futuri, chiude il Castello e va via errabondo. Ma dopo molti anni di atroci rimorsi e delirj di pazzia, vi ritorna pentito e penitente; fa rinnovare e rabbellire le sale, e vi accoglie amoroso i tre figli già rejetti, recupe­randoli dalla buona massaja che li salvò. Ma né questo tardivo pentimento né questa espiazione so­no sufficienti a dargli salvezza, a stornargli la in­combente maledizione e punizione divina che im­mancabilmente si stenderà su lui e fin sugli ulti­mi suoi rami: non c'è perdono mai per certi de­litti! »

In questo racconto romanzesco, che è però la sin­tesi di tutta una serie di racconti che presentano il caso sotto una luce diversa, il Salomone-Marino trova la chiave della verità. La Barunissa, che non è affatto l'ingenua inesperta ragazza fin qui conosciuta, è proprio Laura, la moglie del barone Pietro Vincenzo La Grua-Talamanca, ma non è costui, il marito, che muo­ve da Palermo a Carini e la uccide, quindi niente uxo­ricidio, ma il padre di lei, il potentissimo don Cesare Lanza di Trabia, già ambasciatore al Monarca, depu­tato del regno, Vicario Generale, Capitan d'armi, go­vernatore dei Bianchi e della Compagnia di Carità e, per lunga serie di anni, pretore di Palermo. Soltanto lui poteva imporre il silenzio!