Un uomo che, per caso, si trova dove avvengono fatti passibili di indagini da Procura. Il giudizio graffiante che ne diede il pm Carchietti sulla vicenda dei calciatori del Catania. Dopo il non luogo a procedere a Messina, è uscito immacolato dal processo

 

La Civetta di Minerva, 7 aprile 2017

Pochi giorni dopo il primo numero de La Civetta sull'inchiesta sulla Procura di Siracusa, 2 dicembre 2011, il Diario di Pino Guastella pubblicava con grande evidenza in prima pagina la notizia di una denuncia per estorsione tentata e consumata dal direttore e dal vicedirettore de La Civetta nei confronti di non meglio precisati imprenditori. Ben quattro! Solo a distanza di un paio d'anni, avendo finalmente accesso al fascicolo, appuravamo che dei quattro imprenditori di cui si parlava solo uno era rimasto con il cerino acceso in mano, proprio quel, a noi del tutto sconosciuto, Alessandro Ferraro, meglio noto come Sandro Napoli, dal certificato penale decisamente non immacolato, spesso "pizzicato" dalla Guardia di Finanza, oggi protagonista nel "complotto" Eni. Era lui a sostenere di aver consegnato al direttore Oddo una mazzetta da 10mila euro, tutta in taglio da 500, senza neanche farsi sfiorare dall'idea di informare le forze dell'ordine per documentare la dazione di denaro!!!  Il suo tentativo di coinvolgere nelle accuse nei nostri confronti  altre persone (a cui avremmo chiesto soldi, tanti soldi, addirittura dal gruppo Frontino avremmo preteso 100mila euro... ma l'affare non è andato in porto!)  era finito male ed è rimasta solo a sua firma la sequenza di "rivelazioni" del tutto prive di un qualsiasi fondamento, farneticanti, ma che pure si sono trascinate fino a questi giorni per quelle lungaggini della giustizia che sono espressione di un'inciviltà giuridica di cui l'Italia dovrebbe davvero vergognarsi. Una storia che racconteremo quanto prima, appena ci si deciderà a mettervi la parola fine, per descriverla in tutta la sua follia, perché vicenda emblematica di un sistema profondamente malato. Una denuncia ovviamente strumentale, presentata - ma prima ancora divulgata attraverso il giornale amico senza neanche una verifica sulla sua veridicità - solo per cercare di fermare la nostra inchiesta, di intimorirci, proprio grazie a quel metodo che noi avevamo deciso di descrivere.

Dopo gli interrogatori necessari ad appurare "la verità", il sostituto Marco Bisogni chiedeva infatti l'archiviazione ma vi si opponeva l'avvocato di Ferraro, Giuseppe Lipera (noto al pubblico televisivo per essere il difensore del giovane ultrà catanese Antonino Speziale condannato per la morte dell'ispettore di polizia Filippo Raciti, durate gli scontri nel derby Catania-Palermodel 2 febbraio 2007), lo stesso Lipera che nel caso del "complotto Eni" starebbe valutando se presentare oppure no l’istanza per chiedere il trasferimento del fascicolo dalla procura di Milano a quella di Siracusa a tutela di un suo cliente.

Ma non è stata l’opposizione di Lipera a impedire l'archiviazione: a intervenire con un impensabile atto di avocazione è addirittura la procura generale di Catania ma questa è un'altra storia. Per ora basti sapere che la denuncia arriva a Messina, forse transita per Reggio Calabria, ritorna a Siracusa e qui è al momento.

Ma Alessandro Ferraro ha anche un ruolo fondamentale nella vicenda ormai chiusa del calcio scommesse Catania del 2007 che vedeva i due giocatori Gianluca Falsini e Armando Pantanelli indagati per frode sportiva. È la sua testimonianza a promuoverla. Si direbbe proprio l'uomo nel posto giusto al momento giusto, anche se a volte, però, il suo intervento viene sollecitato, come quando l'amico avvocato Amara gli telefona perché vuole essere fotografato mentre "subisce l'ennesima estorsione" da un magistrato (sic), così come si legge negli atti relativi a vicende del 2008 che hanno visto l’avvocato Piero Amara e un cancelliere di Catania condannati per l’accesso illecito al sistema informatico della Procura. Pena patteggiata.

Così negli atti della Corte d’Appello di Messina: “Ferraro avrebbe avuto per puro caso l’occasione di ascoltare per pochi attimi, passando in prossimità dei bagni pubblici di una stazione di servizio fuori Siracusa, una (per giunta da lui definita) <animata> discussione fra sconosciuti, di cui però registrava plurimi e dettagliati elementi di riferimento a due partite del trascorso campionato di calcio, Catania-Ascoli e Sampdoria-Catania, al loro risultato, al fatto che fossero <truccate>, al coinvolgimento nelle scommesse di Falsini e Pantanelli). Aggiungeva però furbescamente di non ricordare giorno e ora dell’incontro, di ignorare chi fossero queste persone e da dove venissero e di non aver preso neanche il numero di targa dell’autovettura nella quale viaggiavanoA un occhio appena attento (si immagini per un investigatore di professione) balza subito evidente non solo l’incongruenza del racconto, ma anche la stranezza oltremodo sospetta del dato temporale, anche perché è noto che un immediato controllo delle videocamere, quasi sempre presenti negli autogrill per ragioni di sicurezza, avrebbe consentito di avere perlomeno contezza del fatto che in quel bagno a una determinata ora fossero entrati il Ferraro ed altre persone. Se a raccogliere la pseudo-confidenza fosse stato un corpo di polizia vero e proprio (Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia di Stato) sarebbe stata passata al setaccio in un caso del genere la personalità del Ferrarosarebbero subito venuti alla luce i legami strettissimi con AmaraL’intenzione di chi era dietro l’operazione era non solo quella di colpire i riottosi giocatori ma anche di procurare un vantaggio patrimoniale al Catania Calcio e per essa al suo proprietario Pulvirenti (di cui Amara era legale), permettendogli di trattare le questioni aperteda una posizione di forza”.

E aggiungeva il sostituto procuratore Antonio Carchietti in merito alla sentenza di non luogo a procedere nei confronti di Ferraro: “Nella sentenza viene obliterata una qualsivoglia valutazione concernente il profilo soggettivo – recte, la credibilità della versione dei fatti – del Ferraro Alessandro, che viene veicolato all’interno del procedimento senza alcun elemento specificativo (nella sostanza “compare dal nulla”) e viene rappresentato dall’ispettore Chiara – meramente e semplicemente - quale soggetto “noto all’ufficio”. Questo soggetto “noto all’ufficio”, per coincidenza, è il medesimo soggetto che – nell’ambito di distinti accertamenti investigativi concernenti l’indagine catanese cd “talpa” (nr. 7085/08 rg.nr.) in ordine ai quali vi è parimenti riscontro in atti (e sul punto, parimenti, il Giudice nulla dice) – si palesa decisamente contiguo all’avv. Amara; l’Amara, in una circostanza (e per ragioni che qui possono essere perfino irrilevanti nella loro ricostruzione), invita perentoriamente il Ferraro a fotografarlo mentre si trova in compagnia di una persona. “Il Ferraro medesimo… dichiara di avere un’ottima amicizia con l’Amara risalente al 2004, e di aver letto proprio presso lo studio dell’Amara - in asserita assenza di questi – di alcune intercettazioni che lo riguardavano, oltre che di avere accompagnato tantissime volte l’Amara all’aeroporto di Catania, allo stadio, in Tribunale, in incontri con politici in giro per l’Italia”.

Ma nel gennaio 2015 la Cassazione ha ritenuto di non accogliere il ricorso del sostituto Antonio Carchietti contro il non luogo a procedere per Amara, Ferraro e Chiara che sono così usciti immacolati dal processo celebrato a Messina.

Ora Alessandro Ferraro ritorna quale protagonista siracusano del caso Eni: evidentemente è ancora considerato “fonte confidenziale degna di fede”. Proprio come affermava l’ispettore Chiara.