“All’una di notte puntandomi la pistola alla testa tre persone mi hanno fatto salire su un Suv…” Questa la testimonianza di Sandro Ferraro, alias “Sandro Napoli”, poi rilasciata in Procura. Una spy story che sfiorò anche l’allora premier Matteo Renzi

 

La Civetta di Minerva, 7 aprile 2017

Il complotto. Il dossier alla Procura di Trani - È troppo surreale la storia del complotto contro l'amministratore delegato dell'Eni Claudio Descalzi (già riconfermato ad dell'Eni per il prossimo triennio) per essere archiviata rapidamente, per essere relegata, in un nano secondo, in fondo a una nuova sequenza di post su facebook, come se fosse di quart’ordine, insignificante. Una storia, o meglio, un feuilleton che dura da un paio d'anni e che è stata segnalata, per primi, dai giornalisti Antonio Massari e Saul Caia de Il Fatto Quotidiano, a cui facciamo espresso riferimento. Un dossier misterioso, neanche a dirlo rigorosamente anonimo, che viaggia da Trani a Siracusa e poi a Milano, e che vede apparire nomi noti alle nostre cronache, nomi che non intendiamo anticipare a chi avesse perso i commenti de Il Fatto (da leggere) in ossequio alla suspence indispensabile in un contesto da spy story così “intrigante” come questo.

Ricostruiamo la vicenda. A quanto si racconta negli articoli pubblicati sul giornale diretto da Marco Travaglio a partire dalla primavera del 2016, nel gennaio 2015, il 28, una mano misteriosa invia alla Procura di Trani (ma perché a Trani?) un plicocontenente una registrazione relativa a un "complotto" (termine che a noi de La Civetta suona in tutta la sua suggestività) ordito da alcuni personaggi, o alla De Luca “personaggetti”, - "collegati" alla finanza internazionale e ad importanti aziende italiane, “faccendieri nigeriani e iraniani con forti interessi negli affari petroliferi gestiti dall'Eni” -, contro l'ad Descalzi per ... scalzarlo (nomen est omen!) a vantaggio di Umberto Vergine, ad della Saipem, altra società attiva nel settore petrolifero. È il periodo in cui Descalzi viene indagato a Milano per l'ipotesi di una maxi tangente da 1,2 mld dell’Eni a politici nigeriani per acquisire un giacimento petrolifero, l’Opl 245 (una vicenda raccontata anche da Report un paio d’anni fa) e, per arricchire il piatto, si avanzano sospetti anche sull'ex presidente del consiglio Matteo Renzi quale percettore di illeciti finanziamenti niente di meno che dai servizi segreti israeliani del Mossad ("Renzi è un uomo del Mossad" avrebbe dichiarato pubblicamente lo stesso Massimo d’Alema a capo del Copasir, Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica). Insomma, è come se qualcuno, nel caos generale, volesse provare a rilanciare, a calare un asso, a complicare un quadro già di per sé difficile, evidentemente per un proprio personalissimo tornaconto.

Nella registrazione inviata a Trani, a raccontare del presunto intrigo anti Descalzi, c’è uno sconosciuto tecnico del settore petrolifero, tal Massimo Gaboardi. Gaboardi parla, evidentemente fidandosi, con il suo misterioso interlocutore, o in ogni caso in sua presenza, di quanto sa, ma lui, l’anonimo, è invece un furbacchione e di nascosto, infingardo, registra tutto. E certo, nota Massari, se queste registrazioni non fossero state mandate a Trani l’indagine non sarebbe mai iniziata. E invece il procuratore Carlo Maria Capristo, nonostante si tratti dell'iniziativa di un anonimo, ritenendo che occorra approfondire ogni aspetto, affida le indagini ai pm Antonio Savasta e Alessandro Donato Pesce.

E fa bene, perché scopre, a seguito di una perquisizione a casa di Gaboardi, la presenza di un vero e proprio dossier, documentatissimo “con nomi, cognomi, fotografie d’incontri”, che confermerebbe l’ipotesi del complotto “internazionale”. Scrive Massari: “Al signor x non poteva andar meglio: al nastro si aggiunge il dossier, l’indizio sembra lievitare in un barlume di prova, l’idea del complotto si fa largo. Se il signor x non fosse anonimo, la storia sarebbe diversa, invece si presta alle peggiori ipotesi: servizi segreti deviati italiani o stranieri? Faccendieri di chissà quale risma? Cricche interne all’Eni? Il Fatto Quotidiano ha chiesto a Gaboardi di fornire la sua versione: “È vero – dice – quel dossier l’ho scritto io e nei fatti mi sono accusato dinanzi ai pm”. Ma perché ha scritto quel documento? Che necessità aveva? Temeva di dimenticare come realizzare il complotto? “Su questo non posso rispondere” ribatte”.

Come che sia, la macchina è stata messa in moto: la procura di Trani infatti acquisisce vari documenti, in particolare alcune mail - “il più delle volte anonime e scoperte durante le perquisizioni” – per cercare di capire se siano esse il mezzo per danneggiare Descalzi, se sia vero che, come si prospetta, a muoversi contro l’ad sia un’associazione a delinquere che vorrebbe lucrare sui rifiuti di Eni ed Enel mettendo ai vertici un proprio uomo. Entrano in campo, come complottisti, nomi di tutto rispetto, come quello di Luigi Zingales, illustre economista che spesso vediamo in televisione, consigliere di amministrazione Eni su nomina nel 2014 del ministro del Tesoro. Secondo l’anonimo, Zingales sarebbe stato compulsato contro Descalzi da Vincenzo Armanna, ex dirigente Eni (che al pm di Milano Fabio De Pasquali rivela che alcuni politici o affaristi nigeriani gli avrebbero offerto 2 milioni di dollari per danneggiare Descalzi), addirittura per far crollare il titolo di Eni in borsa.

Ad aprile la Guardia di Finanza, incaricata di cercare riscontri alle accuse del dossier, risponde che nulla è emerso se non che l’anonimo si mostra di “estrema competenza” e in possesso di informazioni note solo allo stesso Eni o, al più, alla Procura. Sfuma anche l’ipotesi di aggiotaggio dal momento che il titolo Eni, nel periodo incriminato, ha “seguito un andamento identico a quello del petrolio”. Per i finanzieri il fascicolo va inviato a Milano dove il pm Fabio De Pasquale sta conducendo altre indagini su Descalzi.

Le indagini della Procura di Siracusa

Si fa strada l’ipotesi che, sollevando il polverone, si sia cercato, attraverso notizie false e tendenziose, di indebolire il ruolo dell'ad Descalzi e così, ad essere indagato con l'accusa di corruzione internazionale, finisce Gaboardi. Per il resto tutto sembrerebbe destinato all’archiviazione ma invece quel fascicolo, ormai zeppo di registrazioni ambientali, email anonime, verbali del cda di Eni e l’intero dossier sul complotto, viene girato, non a Milano, bensì proprio alla Procura di Siracusa. Ma perché ai magistrati di Siracusa?

Qui il primo colpo di scena! È la nostra città il teatro dell’intrigo internazionale: qui, nei luoghi del nostro “normale” quotidiano, gli incontri, le conversazioni, ... le registrazioni. Gaboardi viene infatti indagato per aver “posto in essere, in concorso con pubblici ufficiali italiani e nigeriani, un complesso di attività fraudolente finalizzate a tentare di condizionare le scelte del governo italiano nell’indicazione dell’ad di Eni e a diffondere notizie false sui vertici dell’Eni con l’obiettivo di delegittimarne l’operato. Reato commesso in Siracusa in data antecedente e prossima al 1° luglio 2014”.

E non solo: risulta che il dossier del complotto sia già negli uffici della procura, identico in tutto e per tutto a quello di Trani. “A consegnarlo in cancelleria, però, non è stato il postino, ma un conoscente di Gaboardi. Terribilmente spaventato – scrive Massari -. Teme il sequestro della sua persona, o peggio la morte. Chi lo minaccia? Uomini nigeriani e italiani. E perché? Perché è in possesso del dossier sul complotto. Lo deposita sulla scrivania dei pm siracusani. Questa volta c’è una denuncia firmata. E indagare è d’obbligo”. Secondo Massari e Caia, un vero colpo di fortuna per l’anonimo estensore del dossier l’intervento del nuovo testimone, inizialmente rimasto senza un volto e un nome “per motivi di sicurezza” (così in un articolo del settembre 2016 su Siracusa Live), una persona evidentemente degna di credibilità agli occhi dei magistrati se dalla sua testimonianza conseguono alcuni interrogatori. Vengono sentiti il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti, l'imprenditore Marco Carrai, che avrebbero ricevuto anche loro "pressioni", Vincenzo Armanna e l'imprenditore Andrea Bacci, amico di Renzi.

Il complotto prende consistenza. Anzi la testimonianza di Armanna a Siracusa neporta alla luce due: uno ai danni di Descalzi e un altro contro Renzi, colpevole di continuare a sostenere Descalzi e, in qualche modo, finanziato dal Mossad. "L'idea - racconta Armanna al Fatto - era che il dossier finisse al Copasir. Dopo i servizi segreti avrebbero dato conferma della sua attendibilità. Lo scopo era proteggere Enrico Letta dall'ascesa d Renzi. Ma io rifiutai". E anche Andrea Bacci conferma di essere stato avvicinato da un "facoltoso uomo d'affari iraniano" pronto a sostenere Umberto Vergine ma chiarisce che gli era sembrato personaggio poco "attendibile", latore più che altro di una "raccomandazione"."Ma perché mai, per decidere la nomina dell’ad di Eni, quest’uomo si rivolge a Bacci, che non ha alcun titolo per discuterne? La procura di Siracusa continua a indagare per verificare se il reato esiste o se non siamo dinanzi, invece, a un’inquietante montatura" chiosa Massari.

Il personaggio chiave.

Ma chi ha consegnato il dossier ai magistrati di Siracusa? Chi è la persona che teme per la propria incolumità?

Scrivono i due giornalisti de Il Fatto: “Il 21 novembre 2015 tale AlessandroFerraro, all’una di notte, vive una scena da incubo: “Mentre facevo passeggiare il cane – racconta ai pm di Siracusa – sono stato fermato da due uomini di colore e un italiano con accento milanese. I tre, dopo avermi minacciato con un’arma da fuoco alla testa, mi hanno costretto a salire all’interno del loro Suv. Hanno aspettato l’arrivo di un loro complice, che ha cominciato a farmi una serie di domande… se fossi stato sentito da un’autorità italiana rispetto agli argomenti delle cene del Caimano…”. Ferraro – che di quelle cene, fino ad allora, non aveva mai parlato con nessuna “autorità italiana” – si spaventa e decide di denunciare il tutto in procura dove, come ovvio, gli chiedono: Scusi, ma che accadeva durante le cene al ristorante il Caimano? E Ferraro risponde: Ha sentito parlare di un’organizzazione internazionale che vuole destabilizzare l’Eni, appoggiata da Zingales e dalla Litvack (Karina, anche lei nel cda Eni, coinvolta con Zingales, ndr). Da chi l’ha saputo? Da tale Massimo Pittaldi il quale – confida Ferraro al pm Giancarlo Longo – gli ha raccontato: Litvack è stata nello studio Cova per “confezionare la nuova campagna stampa contro Descalzi…”.

Sì dunque, Alessandro Ferraro, anche noto come Sandro Napoli, legato all’avvocato Piero Amarada "un'ottima amicizia" dopo che era stato suo legale in un procedimento penale nel 2004. Scrivono a questo punto Massari e Caia: "Insomma, se l’estensore anonimo di Trani doveva avere ottime fonti tra i vertici di Eni, Ferraro è proprio amico di un avvocato del colosso petrolifero", un avvocato che conta, titolare di uno studio, il PIERO AMARA & PARTNERS, esperto in consulenza internazionale, che ha sedi in Iran, Congo, Mozambico, Nigeria, Armenia, Tanzania, e che svolge la propria attività soprattutto nel settore dell’Oil & Gas e delle energie rinnovabili. Sì, forse per questa amicizia Ferraro è così dentro alle segrete cose del colosso energetico. E d'altra parte egli sembra avere un'innata capacità di essere sempre nel posto giusto al momento giusto, come raccontiamo in un altro articolo, e come ben dovrebbero sapere i magistrati della Procura di Siracusa che, evidentemente ritenendolo persona credibile e affidabile, attivano le necessarie indagini e, dopo aver sentito anche Armanna, decidono di iscrivere nel registro degli indagati, con l’accusa di diffamazione, iconsiglieri ZingaleseLitvacke l’ad diSaipemUmbertoVergine. Ma gli interessati, a quanto racconta Il Fatto, non ricevono sul momento alcuna notifica.

L'epilogo... inaspettato

A luglio dello scorso anno la svolta: il 28 il fascicolo viene di nuovo trasferito, questa volta a Milano perché “i fatti appaiono connessi a procedimenti in corso”. Ed è il pm Fabio De Pasquale a sbrogliare le carte e a scoprire, per esempio, che Massimo Pittaldi non esiste: “È un nome di fantasia”. Scrivono ancora Massari e Caia: "Zingales e Litvack non hanno mai ricevuto alcuna notifica. Il reato (di diffamazione, ndr), secondo il codice, è procedibile su querela. L’iscrizione è dell’8 luglio 2016. La settimana dopo il fascicolo viene trasmesso a Milano per competenza. E solo il 28 luglio – quando ha ricevuto l’avviso di garanzia per Vergine, con in calce anche i nomi di Zingales e Litvack – Eni è in condizioni di querelare. Un raro caso di reato ex post. Litvack viene esclusa dall’azienda dal comitato controllo e rischi (Zingales già si era dimesso non appena saputo dell'indagine, ndr). Ma per gli anonimi estensori è un successo risicato: a Milano il pm De Pasquale mette in fila i fatti. Zingales, Litvack e Vergine – insieme agli altri indagati – vengono archiviati.Non vi è il minimo elemento per ritenere che dietro al proliferare di email anonime su presunte malefatte di manager Eni ci sia stata la mano dei consiglieri e dell'ex ad Saipem” scrive De Pasquale - E seppure le richieste ricevute da Armanna possono avere una base di verità, questo non consente in alcun modo di affermare che il complotto abbia un fondamento”."Anzi, a ben guardare - chiosano i giornalisti -, viene il sospetto contrario: erano gli anonimi a complottare contro i due consiglieri".

E d'altra parte tra gli ultimi atti di De Pasquale risulta anche l'interrogatorio di un altro ex manager Saipem, Pietro Varone, chiamato in causa sempre da Gaboardi che con lui avrebbe parlato del complotto. Una versione smentita da Varone con motivazioni così cristalline da convincere De Pasquale a non indagarlo: un tentativo maldestro, e non nuovo!, di trascinare altri nella propria rete.

Quindi? Tanto rumore per nulla? Forse, ma dal nostro punto di vista sarebbe molto grave se non si continuasse a indagare, questa volta in tutt'altra direzione, per appurare cosa veramente sia successo e con quali intenzioni. Chi si è divertito a sparigliare le carte?