Gustosissima testimonianza del figlio di Elio Vittorini sul suo soggiorno a Siracusa da ragazzo. Il primo incontro con l’oloturia, che in Sicilia è chiamata… Il marinare la scuola, maschi e femmine, era detto école buissonnière, scuola sotto i cespugli, pieno di sottintesi

 

La Civetta di Minerva, 7 aprile 2017

Noi s'abitava nel Borgo, e tutte le mattine mio cu­gino e io, come molti altri ragazzi, andavamo a scuola in barca.

La scuola era sull'isola e c'era un servizio di tra­ghetti su barche a remi che per un modestissimo obo­lo attraversava il porto piccolo e risparmiava ai borgaioli la lunga camminata fino al ponte. Inoltre la traversata era divertente. La gente chiacchierava, qualcu­no scherzava, qualcuno litigava, sempre uno spettaco­lo in Sicilia. I barcaioli erano vecchi ex marinai o ex pescatori ed erano ben contenti di cedere i remi a noi ragazzi.

Ero un ragazzo di città, arrivato dal nord spauracchio mingherlino, ma dopo alcuni mesi di mare ero io il più forte, il più sportivo (i ragazzi hanno bisogno an­che di queste soddisfazioni per crescere bene).

D'estate e, quando c'era scirocco, anche in altre stagioni, il porto era maleodorante. Si riempiva d'al­ghe che fetevano e nell'acqua, movendo orride mem­brane tentacolari, nuotavano bestie cilindriche d'un brutto colore. Sembrava che per muoversi assumesse­ro e poi espellessero l'acqua. La prima volta che le vi­di mi trovavo in barca (e non avevo ancora imparato a remare) con una zia nubile. L'accompagnavo a un ci­nema, credo, o forse a fare una visita. Le nubili in Si­cilia, allora, uscivano solo se accompagnate.

«Zia, cosa sono queste bestie? Come si chiamano?» La zia non rispose, anzi girò la testa dall'altra parte. Qualcuno in barca soffocò discretamente una risatina.

Il barcaiolo remava con aria compunta, rispettoso e indifferente, ma agli angoli della bocca aveva i resti di un accenno di sorriso. Così chiesi poi ai miei compagni di scuola. «Si chiamano minchie di mare», disse uno. «Pacchi di mare», un altro.

A scuola la mania di scoprire e lanciare parole ed espressioni arcane aveva infettato un po' tutti noi. Do­veva essere la conseguenza degli studi classici di latino e greco, ma anche quella di lingue straniere. Per alcu­ni miei compagni anche l'italiano era una lingua stra­niera e per me c'era in più il contatto e la scoperta continua di un meraviglioso vernacolo. L'insegnante di francese definì un giorno il marinare la scuola école buissonnière, cioè scuola sotto i cespugli, e noi subito ci facemmo sopra i nostri ricami, dicendo che a marinare in coppia, un maschio e una femmina, sotto i cespugli ognuno poteva imparare qualcosa del­l'altro sesso. Diventò una frase molto popolare nel no­stro gergo scolastico, soprattutto perché quelli delle se­zioni che facevano inglese o tedesco non la capivano.

Anche il nostro manzoniano insegnante di lettere s'attirò le nostre simpatie, e le simpatie dei ragazzi so­no sempre incondizionate. Lo scoprimmo durante una passeggiata tra le rovine della città antica: venne fuori che era un pescatore e così alcuni di noi potero­no parlare con lui di ami ed esche o di posti partico­larmente pescosi, raggiungibili solo in barca.

Il padre di uno dei nostri compagni era il "giardinie­re" delle latomie dei cappuccini. Le latomie erano vecchie cave di pietra dell'antica città greca e il con­vento dei cappuccini, a picco tra le scogliere sul mare da un lato e i precipizi delle latomie dall'altro, segnava allora l'estremità nord del Borgo, mentre un tempo doveva essere stato un luogo per eremiti, come il de­serto egiziano. Il terreno in fondo alle latomie s'era ri­velato fertile per alberi d'arancio e di limone e gli agrumeti in Sicilia si chiamano giardini, da qui il ter­mine di "giardiniere" per l'uomo che se ne prendeva cura e che in quel luogo incantato era per me come l'immaginario giardiniere invocato dalla Maddalena. Attraverso quel nostro compagno, che si chiamava Colonna, come la storica famiglia dei principi romani, e il padre giardiniere, ci arrivò la notizia che, durante la quaresima, i frati non mangiavano né carne né pe­sce, ma solo minchie di mare, cioè oloturie.

La cosa fe­ce su tutti grande impressione. Ribrezzo soprattutto, ma quando pensammo al trepang che i ricchi cinesi mangiavano come una leccornia, ci venne il dubbio se la penitenza quaresimale non fosse poi così schifosa come ci appariva e decidemmo d'indagare. Colonna ci portò dal frate laico che faceva la cuci­na per il convento. «Ma veramente mangiate le minchie di mare?». La frase era vagamente offensiva per il fraticello che però, dopo breve esitazione, rispose: «Le assag­giasti mai tu?». La sua naturalezza c'incuriosì ancora di più e re­stammo d'accordo che gli avremmo portato quattro o cinque esemplari di oloturie e che lui le avrebbe cuci­nate per noi. Ci fu chi s'incaricò della cattura con reti­ne, vincendo il ribrezzo. E poi ancora il ribrezzo dell'assaggio, ma come ce le preparò il frate, tagliate sot­tili in un guazzetto ricco di erbe e pepe, non le tro­vammo molto diverse come consistenza dai calamari o dagli anelli di totani cui eravamo abituati, solo un po' dolciastri, un curioso agrodolce.

«Penitenza per chi è schizzinoso» li definimmo, ma cibo normale per chi non sapeva cosa fossero o non li aveva mai visti vivi in acqua. Venne il giorno che l'insegnante di greco ci inter­rogò sulla Ciropedia. «Nonno perché ti nutri di tante salse e intingoli d'oloturie?» Tradusse Colonna: «In montagna pane e carne conduce noi a saziamento». «Cos'è questa contaminatio? Da dove vengono fuori queste oloturie? Cosa vi siete inventati?». Corremmo in difesa di Colonna, ci addossammo una responsabilità collettiva e spiegammo come era avvenuta tutta l'epica storia. Infine l'insegnante apprezzò la nostra iniziativa e appassionata ricerca e finì col lodarci.