Quando fate acquisti lasciando aperta la finestrella dei social, ogni merce visualizzata o acquistata viene salvata e catalogata per contribuire a comporre il vostro profilo online. A partire da quel momento, entrerete a far parte del target a cui le ditte inviano la loro pubblicità

La Civetta di Minerva, 7 aprile 2017

Qualunque delle azioni compiute con i social network partecipa alla creazione di una specifica banca dati che ci riguarda e che serve a stilare il nostro profilo di utente-consumatore. Per esempio, quando scriviamo un post sulla nostra pagina, dobbiamo essere consapevoli che il social network fa continue ricerche per parola-chiave, per individuare quelle più ricorrenti o quelle che riportano a una marca o un’attività. I social, inoltre, acquistano e catalogano ogni informazione desumibile dalla condivisione di foto, dall’iscrizione in gruppi, dai “mi piace” cliccati e dai tag che ci affibbiano. Quando si scaricano giochi online (Candy Crash, fra tutti) il social condivide le nostre informazioni con il fornitore del gioco e questo comporta un’inevitabile perdita del controllo sui soggetti che detengono i nostri dati. Ancor più grave, poi, è accedere ad una piattaforma di e-commerce (tipo Amazon) utilizzando il nostro profilo social. È un fenomeno sempre più diffuso perché evita l’ideazione di nuovi nome utente e password (puntualmente dimenticate dai più) e consente di creare un account con un semplice click (“entra con il tuo account Facebook” o “entra con il tuo account Google” sono le diciture più diffuse).

Ora, immaginate di entrare in un centro commerciale ed essere accolti da un gentile signore che vi dica: «Oggi la accompagnerò durante il suo shopping, munito di un taccuino, sul quale prenderò nota di tutti i prodotti che acquisterà e di tutte le vetrine che sbircerà». Quando fate acquisti online lasciando aperta la finestrella dei social è questo quello che, più o meno, succede: ogni merce visualizzata e ogni merce acquistata viene salvata e catalogata, per contribuire a comporre il vostro profilo online. A partire da quel momento, le aziende sapranno quello che cercate ed entrerete a far parte del target a cui inviare la loro pubblicità.

Quando le violazioni le commettiamo noi – Il web, delicato equilibrio di diritti e doveri, ci spinge, talvolta, ad agire con leggerezza. Per esempio, quando su Facebook condividiamo un post con una citazione, sarebbe opportuno indicarne sempre l’autore per riconoscergli, quantomeno, il diritto morale alla paternità. Anche le immagini, poi, sono dati personali: quando si tratti di una foto di una persona comune (cioè, non un personaggio famoso), è necessario il consenso per la pubblicazione; se si tratta di un minore, occorrerà il consenso dei genitori. Pur essendovi il consenso, è comunque escluso che possa pubblicarsi un’immagine che leda la dignità della persona ritratta. Infine, i volti delle persone capitati per caso in una foto dovrebbero sempre essere resi irriconoscibili. Va da sé che alcuni dati sensibili, quelli relativi alla salute ad esempio, non possono mai e poi mai essere diffusi ad un pubblico indeterminato e indeterminabile, qual è quello dei social network.

Cari, vecchi cookies – Da circa un anno, la navigazione online è interrotta da fastidiosi banner che compaiono pochi secondi dopo il nostro ingresso su una nuova pagina web e che ci comunicano che “quel sito utilizza cookies”, che possiamo cliccare “ok” e far sparire quell’avviso o cliccare su “maggiori informazioni” per saperne di più. I cookies, in realtà, esistono da quando esiste il web, ma solo di recente, a marzo 2015, si è introdotta una loro regolamentazione. Si tratta di programmi applicativi che si installano nei nostri PC al fine di mantenervi delle informazioni (per esempio le credenziali d’accesso a un sito) e trasmetterle online; servono, tendenzialmente, a facilitare la nostra esperienza di navigazione, ma consentono anch’essi quell’attività di profilazione degli utenti, tanto cara alle aziende: ecco perché occorre, adesso, il nostro consenso espresso. Inutile credersi furbi e sperare di ignorare il banner e proseguire la visualizzazione della pagina (o di quel pezzettino che non è oscurato dall’avviso): dopo un certo lasso di tempo, se si è ancora sulla stessa pagina web, il silenzio è considerato un assenso e i malefici cookies – che possono provenire dal sito che state visualizzando, ma anche da parte di terzi – partono all’attacco del vostro computer.

Per leggere tutte le condizioni di utilizzo ci vorrebbero ore ed ore ed ore. Lo stesso per visualizzare le privacy policies di ogni sito o scrutare attentamente le informative su cookies e dati di navigazione. Quel che è certo è che non sarebbe tempo sprecato, se si considera che, secondo una recente ricerca effettuata nel Regno Unito, il 75% dei giovani si dichiara pentito di qualcosa che ha fatto o di immagini che lo ritraggono e che si ritrovano incastonate nell’etereo mondo del web, moltiplicate dalle condivisioni sui social, sfuggite per sempre al controllo. A maggio 2018 un nuovo Regolamento UE diventerà efficace anche in Italia e detterà regole più rigide in materia digitale. Sono previste, per esempio, sanzioni molto più aspre (fino al 4% del fatturato mondiale annuo) per le aziende che violino la privacy: un deterrente maggiore del “misero” milione di euro irrogato, poco tempo fa, al colosso Google dal nostro Garante.

Il Regolamento, inoltre, si applicherà a tutti i dati dei cittadini europei, indipendentemente da dove abbia la sede l’azienda che li tratta: si eviterà così l’escamotage delle imprese di installarsi a Timbuctù per sfuggire alle reprimende dei Garanti. Il Regolamento, poi, sancisce definitivamente che anche l’indirizzo IP è un dato personale e che, se lo si utilizza per l’identificazione di un utente, dovranno essere assicurate idonee tutele. Infine, la normativa UE consentirà agli utenti di chiedere ad un unico soggetto la cancellazione dei loro dati e sarà tale soggetto a doversi occupare della rimozione anche da parte di terzi, ai quali i dati fossero stati comunicati per finalità di marketing.