Se partirà il piano di prospezioni della Schlumberger Italia, duemila kmq di mare tra Malta e Sicilia e 4.200 da Gela a Pantelleria subiranno bombardamenti a tappeto con danni gravissimi per l’ecosistema delle nostre coste

di Marina De Michele

 

Neanche i profeti di sventura avrebbero potuto mai immaginare che il nuovo governo del rampante Matteo Renzi potesse imboccare un percorso avventuristico, amplificando le già gravi e perverse logiche liberiste dei governi precedenti. Il decreto legge 133 del 12 settembre 2014 (il cosiddetto decreto “sblocca Italia”), già approvato il 30 ottobre scorso alla Camera con il ricorso al voto di fiducia e ora all’ esame finale del senato per la definitiva conversione in legge entro il 10 novembre, è un compendio di  norme e  provvedimenti che sono in grado di stravolgere il futuro dell’Italia, le reali risorse e la bellezza del suo territorio e le condizioni di vita delle popolazioni.

Questo giudizio potrebbe apparire eccessivo se non si considerassero i contenuti di questo “mostro” legislativo e le distorsioni gravi che produrrebbe sulle strategie economiche e sui principi fondamentali e propedeutici della partecipazione e della formazione di un reale consenso democratico alle scelte di sviluppo del paese. Per questo occorre incentrare l’attenzione dell’opinione pubblica, soprattutto di quell’area di indifferenza, tendenzialmente nichilista, o confusamente protestataria, sugli elementi devastanti che il decreto contiene, nonostante sia spacciato come strumento di esemplificazione burocratica, di riapertura dei cantieri e di ripresa produttiva.

Tralasciando molti aspetti controversi, non ultimo l’introduzione in tempi rapidissimi del silenzio-assenso o  la prosecuzione di opere con verifiche a posteriori di eventuali anomalie, i punti che innescano meccanismi inaccettabili sono essenzialmente tre: la previsione di un nuovo piano di costruzione di inceneritori, in contrasto con la direttiva comunitaria delle 3 R (riduzione dei rifiuti attraverso la raccolta differenziata, riciclaggio e riuso) e nuova fonte di aggravamento dell’inquinamento ambientale; l’introduzione di un congegno normativo che rilancia l’obiettivo della privatizzazione dell’acqua, nonostante il netto si all’acqua pubblica espresso dagli italiani dal referendum del 2011; il via libera ad una campagna indiscriminata di trivellazioni sulla terraferma e in mare nell’intera penisola.

Su quest’ultimo aspetto Renzi e il suo governo non hanno avuto scrupoli. Neanche il governo Berlusconi e i ministri del governo Monti, Passera e l’indagato Clini, si erano sbilanciati in modo così spregiudicato. Con il decreto 133 si realizza un totale cedimento alle pressioni dell’ala mineraria di Confindustria (Assomineraria) e all’avidità di conquista di piccole e grandi società petrolifere, italiane e straniere. Le lobbies dell’oro nero, insensibili ai danni gravissimi che arrecherebbero all’ambiente e alle attività produttive esistenti, cantano vittoria e affilano le loro armi chimiche e meccaniche  per estrarre dal sottosuolo sputi di petrolio e volumi insignificanti di gas. Avvalendosi di una vergognosa normativa che centralizza a livello ministeriale le decisioni sulle autorizzazioni di ricerca e sfruttamento degli eventuali giacimenti (unificando il titolo concessorio di ricerca e sfruttamento), e taglia fuori le regioni e gli enti locali dalla valutazione di impatto ambientale, i predoni delle energie fossili avranno campo libero per le loro razzie.

L’Italia “non è un paese per fossili” è la campagna di informazione e di allarme lanciata da Greenpeace e, insieme a Legambiente e al Wwf,  da tempo viene denunciata l’assurdità di una scelta che non solo non risolverebbe le esigenze di fabbisogno energetico del nostro Paese ma soprattutto servirebbe ad abbandonare l’unica strada delle energie alternative ad emissione zero. Mentre il rapporto delle Nazioni unite sul riscaldamento globale, al vertice di Copenaghen, indica la necessità di ridurre drasticamente l’emissione di gas serra (metano e petrolio in particolare) entro il 2050 per evitare un processo irreversibile e catastrofico, allegramente e cinicamente il governo Renzi e i parlamentari di questa ibrida maggioranza scelgono di tornare ai primordi dello sviluppo industriale, rilanciando il feticcio “maleodorante” delle energie fossili. La formulazione dell’art. 38 del decreto  che assegna l’attribuzione di pubblica utilità, di urgenza, indifferibilità e di carattere strategico alle “attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale”, insieme all’annullamento delle competenze regionali e locali, previste dal titolo V della Costituzione, è un atto arbitrario e una prevaricazione compiuti dal potere esecutivo.

Ciò che sorprende e amareggia è l’assenza di una dura battaglia contro questa scelta oligarchica e per certi aspetti autoritaria. Solo due deputati del Pd, Civati e Capodicasa, hanno votato contro. A parte la strumentale pantomima dei gruppi della Lega nord, Forza Italia e Fratelli d’Italia, l’opposizione di Sel e Movimento 5 stelle, che hanno votato contro, non ha saputo utilizzare l’ampia forza parlamentare di cui dispone per coinvolgere i cittadini e le popolazioni contro questo disegno inaccettabile.

Sembrerebbe tutto perduto, come il materializzarsi di uno scenario dove le comunità diventano sudditi e subiscono passivamente le decisioni e le vessazioni del “principe” di turno. Ma non è così. C’è una speranza e contemporaneamente una certezza. In tutto il Paese, nelle contrade dei territori minacciati, dalla Basilicata all’Irpinia, nelle aree costiere che dovrebbero diventare zone di manovra dei nuovi pirati che issano la loro untuosa e velenosa bandiera nera, dalla Sardegna alla Sicilia, le comunità, le associazioni, moltissime istituzioni locali, uomini di prestigio ed intellettuali (quelli che nella Leopolda di Renzi, come ha ricordato su Repubblica Scalfari, sono stati quasi dileggiati), hanno deciso di dare battaglia con iniziative giudiziarie e con il possibile ricorso alla Corte costituzionale impugnando l’art. 38 se il Senato, come è prevedibile, non modificherà la normativa.

Nell’ampia fascia del Canale di Sicilia dove, ad eccezione del mare di Gela e al largo di Pozzallo - butterati da alcune piattaforme petrolifere -, si estende una grande distesa marina non ancora compromessa, che lambisce coste di grande valore naturalistico e paesaggistico, dall’Isola delle Correnti alla Riserva dello Zingaro, è in pieno sviluppo l’iniziativa di quasi tutti i comuni che punteggiano la fascia meridionale della Sicilia. Pochi giorni fa a Noto, diventato per le sue strenue e tenaci battaglie il simbolo della lotta contro l’assalto delle trivelle, il coordinamento dei sindaci di quell’area, insieme all’Associazione siciliana dei comuni (Anci), alle associazioni ambientaliste e naturaliste, ai comitati No triv, alle associazioni dei pescatori, al rappresentante di Greenpeace, alla responsabile del patrimonio Unesco di Sicilia, hanno riconfermato la decisione dell’approvazione di una delibera da parte di tutte le giunte e dei consigli comunali da trasmettere al Presidente del consiglio e al governo per rivedere le norme dell’art. 38. Un atto formale per ribadire inoltre l’incompatibilità delle norme dello sblocca Italia con l’art. 30 dello Statuto siciliano e la richiesta al presidente della regione Crocetta (che sembra avere smarrito totalmente il suo impegno contro il saccheggio dei petrolieri), in caso di conversione definitiva in legge del decreto, di impugnare questo articolo di fronte alla Corte costituzionale. Non si esclude neanche il ricorso al referendum su iniziativa di cinque regioni, considerato che almeno quattro hanno manifestato già questo orientamento; e la Sicilia potrebbe renderlo un percorso possibile.

La grande azione di Greenpeace nel suo tour informativo e attraverso la simbolica occupazione della piattaforma Prezioso dell’Eni, al largo di Licata, e gli incontri con le istituzioni locali e le categorie produttive hanno confermato i gravi rischi esistenti. Oltre ai danni di contaminazione del mare, che deriverebbero dal programma “offshore ibleo” dell’Eni con due perforazioni esplorative e sei pozzi di produzione commerciale tra Licata ed Agrigento, c’è piena consapevolezza del grave pericolo che corre l’ecosistema marino se verrà attuato il piano di prospezione della Schlumberger Italia, filiale dell’omonima texana. Circa 2.000 kmq del mare tra Malta e la Sicilia (una zona che da Capo Passero arriva fino a Ragusa) e 4.209 kmq (da Gela fino a Pantelleria) subirebbero per un lunghissimo periodo, con la tecnica dell’air guns, un bombardamento a tappeto che produrrebbe la distruzione della fauna e della flora marina. Verrebbe intaccato il prezioso sistema di biodiversità: come ha sottolineato Greenpeace, le aree marine interessate sono sedi delle nursery (luoghi di riproduzione) delle specie marine.

Il danno per le attività di pesca sarebbe incalcolabile, con la perdita di migliaia di posti di lavoro tra attività dirette e indirette. E va ricordato, come risulta da dati ufficiali, che la Sicilia è ancora una delle poche regioni ad avere un saldo attivo della bilancia commerciale per il pescato. Né può essere sottovalutato che il canale di Sicilia, come si rileva dagli studi dell’Istituto nazionale di geofisica, nella cosiddetta area del “plateau ibleo”, è attraversato dalle faglie tettoniche della grande fenditura ibleo-maltese. Queste faglie dall’isola di Malta raggiungono il margine meridionale del Canale di Sicilia, attraverso due linee parallele interessano la fascia montuosa degli iblei e raggiungono l’area del mare Ionio al largo delle coste di Augusta e Catania (scarpata ibleo-maltese). Come è noto, tale sistema di faglie è classificato a rischio sismico di alta intensità e ha prodotto storicamente i terremoti più devastanti della Sicilia. Questa zona “sismogenetica” nella costa meridionale coinvolge tutte le aree comprese tra Ragusa e Pachino. Inoltre, nella zona nord occidentale del Canale di Sicilia, da Gela fino a Pantelleria, dove si estende la linea di “collisione continentale tra la placca africana e quella euroasiatica”, è persistente la presenza di bocche vulcaniche sottomarine e di bacini magmatici.