I due ricoveri privati di Siracusa dovrebbero ospitarne max 200; per deroga, ce ne sono 400 ciascuno. Antonella Agata Giarrizzo: “Per diminuirne il numero occorrono canile sanitario anagrafe, servizio cattura, più adozioni e sinergia tra gli enti”

 

La Civetta di Minerva, 10 febbraio 2017

Sono passati 37 anni dall’emanazione della legge quadro n. 281 del 1991 in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo, ma il randagismo continua ad essere una vera e propria emergenza nella regione Sicilia. È sufficiente visionare i dati dell’ASP veterinaria per avere un’idea della gravità della situazione: nella sola provincia di Siracusa si è avuto un incremento di oltre diecimila cani randagi in cinque anni, passando dai 7.547 stimati al 31 novembre del 2000 ai 17.754 stimati alla fine del 2014. Questo nonostante le 1.854 sterilizzazioni effettuate nel corso del quinquennio preso in esame. Una situazione potenzialmente pericolosa, da un punto di vista sanitario e di sicurezza - e i fatti di Scicli dovrebbero essere da monito – tant’è che nel marzo del 2016 il prefetto di Siracusa ha indetto un tavolo tecnico sul randagismo al quale hanno partecipato le massime autorità sanitarie dello Stato, della Regione, dei Comuni e le associazioni animaliste del territorio. È lecito domandarsi come mai, a distanza di quasi un quarantennio, il problema randagismo sia ancora così allarmante nella nostra regione e quali potrebbero essere le possibili soluzioni. Ne abbiamo parlato con Antonella Agata Giarrizzo, una volontaria di “Amici per la coda”, associazione animalista attiva sul territorio dal 2008.

È indubbio che la regione Sicilia, che ha recepito la legge quadro del 1991 solo nel 2000, quindi con 9 anni di ritardo, abbia sottovalutato il problema giustificando la propria inefficienza con l’inadeguatezza dei fondi o con l’ambiguità sull’attribuzione delle competenze fra comuni e ASP veterinaria. “La scusa dei fondi – sostiene la volontaria di Amici per la Coda – è del tutto infondata. Nella circolare n. 5 del 2001, l’allora ministro della sanità Umberto Veronesi affermava che il finanziamento statale interamente ripartito fra le regioni e le province autonome dal 1991 al 1998 corrispondeva a 41.725 milioni delle vecchie lire, di cui si è speso solo il 30% circa. Come mai non sono stati utilizzati tutti i fondi a disposizione?” Nella stessa circolare, tuttavia, si legge che anche le Regioni, dal 1991 al 1998, misero a disposizione, per le attività concernenti l’applicazione della legge quadro n. 281/1991, ben 57.885 milioni di vecchie lire e stranamente, in questo caso, le Regioni utilizzarono circa il 92% dei fondi regionali. Come mai i fondi statali non furono utilizzati mentre quelli regionali furono spesi quasi interamente? E come furono spesi?

Alla prima domanda dovrebbero essere i competenti organi di controllo a fare chiarezza, mentre la risposta alla seconda domanda è contenuta sempre nella circolare dell’allora ministro della sanità. Dei complessivi 65.660 milioni delle vecchie lire, circa l’82% è stato impiegato per la costruzione, la ristrutturazione e la gestione dei canili nonché per il mantenimento dei numerosi cani randagi ivi rifugiati; il restante 18% è stato impiegato per corrispondere alle esigenze di attività quali l’istituzione dell’anagrafe canina; cattura, trasporto e sterilizzazione; strutture ambulatoriali utilizzate per la sterilizzazione dei cani; convenzioni con associazioni per soccorso, cura degli animali e per sterilizzazione delle colonie feline e indennizzi per danni causati dai cani randagi.

“La ricaduta su Siracusa di questi soldi spesi – continua la signora Giarrizzo, – così come per le altre province siciliane, è avvolta nel più profondo mistero. Basta guardarsi intorno. Non c’è un canile rifugio comunale dove poter effettuare una serie di strategie atte a facilitare l’adozione dei cani ricoverati, non c’è un canile sanitario dove poter ricoverare, curare, microchippare e sterilizzare i cani prima di immetterli nei canili rifugio convenzionati o sul territorio come cani di quartiere. Tutto ciò che abbiamo sono due canili rifugio convenzionati che offrono un servizio di mantenimento cani che, ad oggi, costano alla comunità circa 1.250.000 euro all’anno. Le prime attività di microchippatura e sterilizzazioni a Siracusa iniziarono nel 2005, per non parlare delle colonie feline che ancora non esistono.”

I canili rifugio convenzionati, diversamente da quelli comunali, sono per natura aziende di profitto, che offrono un servizio al comune in cambio di un corrispettivo in denaro. Possono essere in regola da un punto di vista tecnico-sanitario, ma sono gestite secondo una logica aziendale. I canili rifugio convenzionati, per legge, dovrebbero ospitare non più di 200 cani. Quelli di Siracusa, per deroga, possono ospitare 400 cani ciascuno, ma è risaputo che il numero di cani ricoverati è superiore. Perché mai, dunque, i gestori dei canili rifugio convenzionati dovrebbero avere interesse a far scendere il numero dei cani ricoverati sotto i 400, se è quello il numero stabilito per legge con deroga?

Diverso dovrebbe essere l’interesse del Comune a fare adottare i cani, rendendo il canile rifugio non un luogo di stallo permanente ma un luogo di passaggio. “Se il gestore del canile rifugio fosse il Comune – spiega la volontaria di Amici per la Coda – è chiaro che sarebbe nel suo interesse rendere operativo all’interno della struttura un medico veterinario comportamentista che, coadiuvato dai volontari delle associazioni animaliste, rieduchi socialmente il cane, gli insegni quelle poche cose come portare il guinzaglio, entrare in macchina, salire le scale, entrare nell’ascensore, ubbidire a qualche comando che rendono più facili e stabili le adozioni nel tempo. Senza contare l’incentivo alle adozioni che non deve essere in denaro o esonero da qualche tassa, ma garantire l’assistenza del medico veterinario comportamentista nel caso di insorgenza di problemi o l’assistenza sanitaria presso il canile sanitario, la vaccinazione gratuita o la fornitura antiparassitaria.” Si tratterebbe comunque di un risparmio per il Comune, se si considera che ogni cane ricoverato nel canile rifugio convenzionato costa alle casse dell’amministrazione circa 1.200 euro l’anno. Senza considerare che è illegale ricoverare i cani randagi catturati, le cucciolate abbandonate, i cani randagi investiti o debilitati direttamente dal territorio al canile rifugio convenzionato.

L’articolo 11 della legge regionale del 2000, infatti, riprende l’ex art. 8 del DLGS del 28 agosto 1997 n. 281 allegato alla Conferenza Unificata tra governo, regioni, province, comuni e comunità montane che definisce la funzione dei canili rifugio come quella “[…] di assicurare il ricovero degli animali catturati nella fase successiva alla loro identificazione e all’erogazione delle cure loro necessarie”. Questo significa che i cani devono essere ricoverati prima nel canile sanitario, dove possono sostare per un massimo di 60 giorni per svolgere tutte le attività principali per il controllo del randagismo, e solo successivamente, nel caso in cui si dovesse decidere di mandare il cane nel canile rifugio convenzionato, questi dovrebbe essere accompagnato da certificato medico attestante il suo stato di salute. Allo stato attuale, invece, per mancanza di un canile sanitario, vengono portati direttamente nel canile rifugio convenzionato, dove il gestore non è tenuto a curarli.

A onor del vero, nel 2005, il comune di Siracusa aveva riconvertito e ristrutturato una ex scuola rurale in canile sanitario. Furono spesi 70.000 euro e l’ASP veterinaria ricevette un finanziamento regionale vincolato di 20.000 euro per l’acquisto delle attrezzature chirurgiche. Questa struttura avrebbe permesso la sterilizzazione di 15 cagne a settimana. Tutto era pronto quando, improvvisamente, la struttura fu abbandonata dopo la decisione di effettuare le sterilizzazioni affittando un giorno alla settimana i due tavoli operatori dei due canili rifugio convenzionati, riducendo il numero delle sterilizzazioni ad una media di 10 perché, a causa del sovrannumero dei cani nei canili, non poteva essere garantita la post-degenza. Quindi, nonostante le autorizzazioni del comune al prelievo ed alle sterilizzazioni, queste operazioni spesso urgenti dipendono dalla disponibilità del gestore del canile.

L’istituzione del canile sanitario – conclude Antonella Agata Giarrizzo – è fondamentale ma non rappresenta la panacea per il fenomeno del randagismo. Il randagismo è un fenomeno complesso e per ottenere dei risultati concreti è necessario attivare una sinergia fra diverse strategie che devono camminare parallele. Quindi, oltre al canile sanitario dove l’ASP possa prestare l’assistenza sanitaria 24 ore al giorno non solo per le sterilizzazioni, ma anche per curare i cani investiti o debilitati, è necessario istituire un servizio cattura operante sul territorio per garantire continuità alle sterilizzazioni, un potenziamento dell’anagrafe canina e un concreto incentivo alle adozioni. I tempi richiesti per ridurre il numero dei cani randagi, se comune, ASP veterinaria e associazioni animaliste lavorassero in stretta sinergia, non sarebbero lunghi, ma si potrebbero ottenere risultati tangibili nell’arco di 3-4 anni.”