Dopo 12 anni di varianti e proroghe, concesse per difficoltà oggettive, rischia di diventare l’ennesima opera incompiuta. Il progetto esecutivo della Modimar srl non tenne in conto le problematiche relative al SIN

 

 

La Civetta di Minerva, 13 gennaio 2017

L’ennesima opera incompiuta in Italia, questo rischia di diventare il Porto di Siracusa, in ambedue i suoi progetti, quello pubblico di riqualificazione delle banchine del Foro Italico e del Molo Sant’Antonio, e quello privato del Marina di Archimede, travolto nel fallimento della società Acqua Marcia di Francesco Caltagirone, messo all’asta e a quanto pare in attesa di un nuovo ribasso a 12milioni di euro per poi essere pronto per la migliore libera offerta (pare che tra gli interessati ci sia anche il gruppo Trevi che con una sua partecipata ha qui lavorato e sarebbe tra i creditori di Acqua Marcia). In più, nelle secche delle procedure giudiziarie il contestatissimo Porto Spero, e sospeso nelle speranze del suo stesso progettista il misterioso Porto Royal sul lato a levante d’Ortigia.

È entrato quindi nel vortice delle proroghe il sogno di grandeur siracusano, il volano dello sviluppo economico del territorio. 12 anni scanditi da varianti e proroghe, proroghe concesse a seguito di difficoltà oggettive, secondo l’amministrazione in carica che avrebbe trovato, al suo insediamento, un’opera realizzata solo al 25%.

Ma sono molte le cose che non tornano, che non sono mai tornate in questa grandiosa operazione di ammodernamento delle strutture portuali di Siracusa. Un’iniziativa contestatissima da subito, soprattutto per la quantità di cemento prevista, tale da snaturare un sito su cui grava con decreto del 30 settembre 1988 il vincolo paesaggistico a tutela della sua identità storica, e per l’assenza di un piano regolatore del porto regolarmente approvato, e soprattutto condiviso, rimasto invece a schema di massima.

A costituire poi, all’origine, un ulteriore vulnus, la mancata acquisizione, prima del decreto regionale di approvazione del progetto, di uno strumento di regolazione urbanistica fondamentale quale la VIA o la verifica di VIA - ottenuta solo all’ultimo momento con provvedimento dai caratteri provvidenzialistici -, cioè quel nulla osta di compatibilità ambientale che è presupposto essenziale di qualsiasi atto autorizzatorio, valutazione per legge essenziale ai fini della definizione del progetto stesso.

Ma, fermo restando questo, e sorvolando sull’oscura vicenda dei cassoni, causa di un ritardo di oltre due anni e su cui rimane una pesante coltre di perplessità, l’altro ostacolo a un iter regolare dei lavori, che anch’esso appare per certi aspetti incomprensibile, è stato quello relativo all’inserimento del porto di Siracusa nel Sito di Interesse Nazionale di Priolo, cioè in un sito soggetto a inquinamento e quindi di particolare attenzione.

Si è sempre detto infatti che uno dei motivi principali del prolungarsi delle opere sia stata la necessità di alcune varianti al progetto iniziale, soprattutto per la movimentazione dei fondali nelle operazioni di dragaggio trattandosi di materiali fortemente inquinati e quindi da sottoporre a particolari trattamenti.

Bene, come in altre occasioni abbiamo evidenziato, le date non consentirebbero a nostro avviso giustificazioni di tal fatta.

Infatti il decreto relativo al SIN è del 10 marzo 2006, mentre data al 31 ottobre 2008 quello con cui l’assessorato regionale di competenza prende atto del progetto esecutivo redatto dalla Società MODIMAR srl per conto dell’ATI CO.ED.MAR s.r.l. – D.A.M.E.N. s.r.l. – S.I.C.S. s.r.l. che nel 2005 si è assicurata la gara con un forte ribasso d’asta pari al 31,67%, portando da 28 a 22 i milioni necessari a realizzare l’infrastruttura. In due anni e mezzo circa!

Per come sono poi andate le cose, dobbiamo supporre che il progetto esecutivo non avesse tenuto in alcun conto le problematiche relative al SIN e già questo richiederebbe risposte.

Ma anche i successivi sviluppi lasciano interdetti. Infatti, l’assessorato regionale, nel novembre 2009, per ottenere i finanziamenti europei, include i lavori di riqualificazione delle banchine nel Programma Operativo FESR 2007/2013 dopo averne verificata la rispondenza agli obiettivi globali e specifici del Quadro Strategico Nazionale.

In questa occasione, a ragionar secondo logica, la Regione non si renderebbe conto né che il progetto baipassa del tutto le problematiche relative al SIN né che lo stesso risulta “in contrasto con i requisiti di ammissibilità e i criteri di selezioni previsti per la linea di intervento” specifica per i porti commerciali. Si legge infatti questo nel decreto dell’assessorato regionale del giugno 2015 quando vengono sospesi i finanziamenti europei a seguito dei controlli dell’Autorità di Audit che verifica la vocazione turistica del porto di Siracusa, “non più commerciale, così come fra l’altro dichiarato nel Decreto Presidenziale della Regione Siciliana del 1° giugno 2004”.

La notizia, tra l’altro, caduta come un fulmine sulla città, causò un vivace scontro tra alcuni consiglieri d’opposizione e la giunta Garozzo, accusata di aver privato la città di un’opportunità storica, irripetibile. Il timore di perdere del tutto i finanziamenti venne allora fugato sia dal deputato Vinciullo che dal sindaco Garozzo, ciascuno rivendicando a se stesso il merito di aver operato per evitare una tale iattura reperendo altre fonti di finanziamento (quelle originarie dei fondi FAS).

E tuttavia, a dire dei protagonisti di quelle ore, tutto sommato un bene essendo così caduto l’obbligo di terminare i lavori entro il 31 dicembre 2015.

Insomma, secondo diverse fonti giornalistiche, solo nel 2009 si sarebbe scoperta l’esistenza del SIN, e solo nell’ottobre 2012 l’Amministrazione Regionale prende atto delle variazioni apportate al progetto con la Perizia di Variante e Suppletiva, che risulta comunque già redatta dal progettista nell’aprile 2009 (sic!), ma che poi viene revisionata due volte (nel giugno 2011 e nel marzo 2012) con una lievitazione importante dei costi: dai circa 22 mln ai 28.650.083.

Contemporaneamente, tra il gennaio 2010 e il marzo 2012, si assiste alla farsesca vicenda dei cassoni “depotenziati” che si chiude con l’archiviazione del procedimento penale nei confronti del titolare della ditta appaltatrice perché “la notizia del reato è infondata”. Infondata certo, ma la Commissione istituita per valutare i danni della ditta “per l’illegittima imposizione (dell’amministrazione comunale, ndr) di spostare i cassoni dal Foro italico all’area ASI di Melilli” “con accordo bonario” quantifica le spese in quasi 450mila euro. Nulla rispetto alla cifra dovuta complessivamente alla società non solo per il fermo lavori durante l’inchiesta della Procura (un mistero irrisolvibile perché il risarcimento non debba essere a carico del Ministero della Giustizia), che dai 7 mln inizialmente richiesti, “grazie al lodo arbitrale” scendono a 4.398.816,00euro: circa 1.300.000 all'anno (nel 2017 la terza rata).

Dichiarava in una nostra intervista del 2015 l’assessore Gianluca Rossitto: “Per quanto concerne i lavori di rifunzionalizzazione delle banchine del Porto Grande, le somme che il lodo ha riconosciuto all'appaltatore non riguardano solamente il fermo lavori cagionato dalle contestazioni in ordine alla bontà del calcestruzzo e successivo spostamento, ma anche le differenti ed ulteriori sospensioni disposte per adeguare il progetto esecutivo alle prescrizioni normative derivanti dall'inserimento dell'area d'intervento nell'ambito del SIN Priolo/Siracusa”.

È questo che non ci spieghiamo: di chi la responsabilità di aver ignorato l’esistenza del SIN?