Continua in Italia il massacro degli onesti. Ma fino a quando? L’unica risposta alla crisi viene indicata nell’aumento del PIL, ossia più produzione con meno operatori

 

La Civetta di Minerva, 13 gennaio 2017

Di fronte alla gravità e alla durata dell’attuale crisi (che già si prospetta come “stagnazione secolare”), il comportamento di chiunque creda che la cosa non lo tanga fa pensare al Totò che incassava ceffoni senza reagire, perché… essi erano diretti a un tale Pasquale, e lui non era Pasquale. I temibili esiti di questa crisi, ancora più gravi dei danni sin qui constatabili, riguardano tutti noi. E graveranno anche sui nostri figli e sui nostri nipoti. La questione, inoltre, non ha aspetti solo economici ma anche effetti sulla tenuta e sulla autenticità delle democrazie. Perciò ci riguarda. Eccome! E non è riservata solo ai tecnici ma deve necessariamente coinvolgere anche i cittadini semplicemente informati e dotati di ragione. Come noi della Civetta.

Se si lascia solo all’attuale classe dirigente (poteri bancari, finanziari e politici) il compito di individuare le risposte da mettere in atto, si andrà incontro, presumibilmente, ad un aggravamento della situazione: le misure sin qui seguite sono state concepite all’interno della logica neoliberista che è causa della crisi in atto. I politici lo sanno ma non hanno idee nuove in zucca. Gli intellettuali e gli economisti controcorrente (dai compianti Luciano Gallino e Zigmunt Bauman ai viventi Vladimiro Giacché,  Mauro Gallegati, Tonino Perna, Leonardo Becchetti, Federico Rampini, Joseph Stiglitz, Noam Chomsky, Thomas Piketty, Yanis Varoufakis, Nouriel Roubini, Stephen Mim, Alain De Benoist, ecc.) sono ignorati o tenuti in non cale. Ma noi della Civetta, resilienti e rompiscatole, continueremo a richiamare l’attenzione su questi temi. Ineludibili. Non rimarremo silenti. Di Bauman, deceduto solo alcuni giorni or sono, raccomandiamo, per rimanere in tema, la lettura del volumetto sul Capitalismo parassitario, edito da Laterza.

Tra le cause della crisi quasi tutti gli economisti individuano un aumento della produzione ben superiore a quello della domanda. Ma come unica risposta possibile si cerca ancora di prospettare la ripresa o la crescita. In altri termini, la soluzione sarebbe un ulteriore aumento del PIL. Cioè della produzione. O, più esattamente, della produttività. Si tratterebbe, cioè, di ottenere la stessa produzione di prima con un minor impiego di operatori (sacrificando altre opportunità di lavoro) oppure volumi di produzione ben superiori, a parità di operatori impiegati. Solo una crescita consistente potrebbe avvenire contemporaneamente con un aumento di produttività e di operatori. In base a tale logica un nostro operaio dovrebbe produrre o lavorare per più ore rispetto al suo pari cinese e percepire un salario uguale o inferiore. Tralasciamo ogni riferimento agli oneri accessori per sicurezza, previdenza, ecc.

Tale paradigma è, a nostro modesto avviso, errato: chiunque parli di prospettive di crescita (consistente) o chiunque subordini alla ripresa (produttiva) il superamento della crisi in atto e la soluzione del problema occupazionale o non sa cosa dice o mente sapendo di mentire.  Una vera ripresa occupazionale passa attraverso la ricerca di soluzioni alternative: che sono note da tempo. Dall’epoca del new deal con cui si pensò di ovviare alla peggiore crisi del secolo scorso, per molti aspetti simile a quella attuale. Ma a tal fine occorrerebbe rivendicare un ruolo ben più determinante allo Stato, che dovrebbe tornare a fare l’imprenditore in settori strategici, e/o dovrebbe varare un colossale piano di opere pubbliche, mettendo fuori gioco la corruzione (che in Italia ne gonfia parassitariamente i costi) e dovrebbe reperire le risorse senza puntare su facili aumenti dell’IVA o del gettito fiscale, che colpisce solo chi le tasse le ha sempre pagate.

Lo Stato dovrebbe, inoltre riqualificare (e non ridurre) la spesa pubblica, investendo di più nella ricerca, nel miglioramento della qualità della scuola e della sanità, potenziando la giustizia, migliorando i servizi pubblici e creandone di nuovi. Utili ed efficienti.

Non stiamo ipotizzando affatto lo scavo di buche da far poi riempire tanto per combattere la disoccupazione; né la creazione di mangiatoie inutili per rimpinzare galoppini elettorali. Dove trovare le risorse? Per scuotere le coscienze pigre e sonnolente potrebbe giovare la lettura di Ladri di Livadiotti: non sarebbe male apprendere che il fisco sa nomi e cognomi di chi evade. Sarebbe ora di chieder conto alla politica delle ragioni per le quali non si è fatto praticamente nulla per combattere efficacemente l’evasione. E anche del motivo per cui dobbiamo continuare a svenarci per pagare interessi su interessi per un debito pubblico in parte indebito. E dei motivi per cui dobbiamo continuare a subire le conseguenze di un sistema di norme assurde che ci fanno sbilanciare per il pagamento degli interessi alle banche (sui BOT e CCT da essi detenuti), pur avendo l’Italia, da oltre un ventennio, un avanzo primario. In altri termini, lo Stato (che pure ha sperperato per opere inutili e per i sovraccosti da corruzione) ha speso meno di quanto abbia incassato attraverso le tasse; sono stati solo gli interessi sul debito che hanno divorato l’avanzo primario e che ci hanno mandato i conti in rosso. E che hanno fatto crescere il debito pubblico.

Esistono varie soluzioni per ovviare e lo abbiamo messo in evidenza qui sulle pagine della Civetta. E ne hanno scritto anche persone di noi più competenti. Lo va predicando, inascoltata, l’associazione ATTAC. E Siracusa Resiliente sta cercando, con i modi più garbati che si possano immaginare, di sensibilizzare a questi temi i politici del nostro territorio, alcuni dei quali hanno già fornito le loro risposte personali. Di sostanziale condivisione di varie nostre proposte. Adesso a tali politici chiediamo di esercitare un serio tentativo di fare entrare nel dibattito politico, all’interno  dei partiti di rispettiva appartenenza, i temi che stiamo cercando ripetutamente di sollevare.

Le risposte della politica nazionale sino ad ora sono insufficienti, evasive e inconcludenti. Adesso ci stiamo svenando per salvare MPS ed altre banche che si sono messe nei guai e che hanno turlupinato i risparmiatori.  Per salvare, si dice, gli interessi comuni da una crisi sistemica delle banche. Cioè per scongiurare un effetto domino. Abbiamo motivo di dubitare dellabontà di tale intendimento e della efficacia delle misure sin qui poste in essere. Cosa si è fatto e si intende fare per colpire i responsabili di quanto è avvenuto? Nulla. Si intendono nazionalizzare le banche da salvare? Ni. Forse solo per rivenderle a privati, dopo averle salvate?

Intanto il solo salvataggio di MPS e di qualche altra banchetta etrusca e veneta ci costa più di trecento euro a testa. E nel novero degli assoggettati agli oneri del salvataggio (ammesso che rimanga contenuto entro la misura dei 20 miliardi ultimamente annunciati) sono compresi anche  i disoccupati, i poveri e i neonati. E probabilmente l’Europa dei banchieri ci chiederà di innalzare l’IVA per compensare il maggiore esborso e forse ci bacchetterà anche con sanzioni per aver disatteso la recente norma del bail in, che rende ora fuorilegge ciò che sino a ieri la Germania ha fatto, rispettando le regole allora vigenti. Ed è, purtroppo, vero. Le regole son regole.

Quella del bail in ci sembra poco convincente: penalizza azionisti, obbligazionisti e risparmiatori. E i bancarottieri colpevoli dei dissesti? Oggi i banchieri additano le colpe dei debitori inadempienti e si dicono favorevoli alla pubblicazione dei loro nomi. Ma vorremmo che si facessero anche i nomi dei banchieri troppo generosi di elargizioni di prestiti ad amici e che si confiscassero agli uni e agli altri tutte le risorse confiscabili.