Emergenza dialettica nella sinistra post-referendaria: c'è l'intenzione, ma manca la parola giusta

La Civetta di Minerva, 23 dicembre 2016

C’è Speranza! Non il deputato, o meglio non solo lui (e meno male, con quella faccia da triglia). Questa notte in uno scantinato della Bolognina, carico di malinconiche allegorie, si è consumato un incontro che segnerà la storia: dopo decine e decine di scissioni la Sinistra si è riunita. Tutti, nessuno escluso, hanno abbracciato con gioia il nuovo progetto unitario. Dove nessuno era mai riuscito, Renzi ha saputo trionfare: nemmeno Berlusconi stava tanto sulle palle alla base da poter seppellire così anni di invidie e rancori coinvolgendo l’elettorato in una battaglia necessaria per il bene superiore: quella di cacciarlo dal partito che con l’inganno ha scippato alla Sinistra (da subito con l’intenzione di rottamarlo, o meglio distruggerlo).

Questo sentimento popolare nasce da meccaniche divine: chiariamo subito che, senza entrare troppo nel merito, il voto per il No alla riforma costituzionale non era un’espressione di sfiducia al governo. Anzi, riassumiamo in fretta la vicenda: a coloro che predicavano il valore della proposta, paventando un preoccupante voto di protesta, ognuno ha risposto con gli argomenti che reputava più opportuni per sentirsi ribattere “ma così scateni una crisi di governo”. Allora decidete: se votiamo No contro Renzi è sbagliato, ma se votiamo Sì per difendere l’esecutivo è giusto? Se chiedete di esprimere la nostra preferenza sui contenuti, poi dovete beccarvi una risposta o l’altra, a prescindere dal fatto che possiate gradirla o meno. Stacce!

Dobbiamo poi confessare altrettanto onestamente che, pur non avendolo premeditato, abbiamo goduto enormemente alle dimissioni del vostro Segretario di Partito dalla carica di nostro Presidente del Consiglio. Diciamo che in qualche modo, com’era chiaro fin da principio che dovesse accadere, con molta calma (dopo solo nove anni) si è giunti al punto di saturazione e il Partito Democratico è imploso sull’ennesimo ricatto di un voto controvoglia a cui costringeva il proprio elettorato. Se vogliamo dirlo altrimenti: dopo nove anni che il partito andava in una direzione e il suo elettorato andava in quella opposta, la corda si è spezzata.

Grazie al cielo la nostra classe politica ha un intuito e un’iniziativa sempre all’insegna di efficienza e lungimiranza. Per cui tutti i leader della sinistra, che sono praticamente tanti quanto i tesserati nei diciotto partiti che la compongono (ché ognuno fa corrente a se stesso), sono stati capaci di mettere da parte protagonismi e pretese in nome del dialogo e della riconciliazione. E così rieccoci in tarda notte nel polveroso scantinato di cui sopra, un nostro inviato camuffatosi da militante ha registrato un resoconto degli eventi.

Bersani, D’Alema, Vendola e Pisapia hanno aperto i lavori rinunciando ad intervenire per il resto del decennio. Bertinotti, Letta e Veltroni hanno subito sottoscritto questa linea d’intervento e insieme si sono ritirati in un locale attiguo per un torneo di briscola in cinque con Cuperlo, Civati e Fassina, anche se il termine compagno ha creato qualche incomprensione sono riusciti a raggiungere punteggi impensabili persino per il PCI di Berlinguer.

Intanto si svolgeva il dibattito che come tradizione è andato avanti per quelle diciassette ore necessarie a raggiungere l’unanimità. Si è stabilita la necessità di un partito a vocazione maggioritaria ma collocato a sinistra. “Il politicamente corretto del centro-sinistra ha rotto il cazzo” ha dichiarato Aglieglie Brazorf, neo-eletto segretario, nell’approvare la mozione che espelleva dal partito tutti coloro che in passato hanno mai militato, votato, puzzato democristiano “Va bene la riconciliazione, ma a tutto c’è un limite”. La cosa ha dato vita a qualche perplessità quando, nello stracciare la tessera di Matteo Renzi, la platea si è accorta che il premier uscente non aveva mai provveduto a sottoscrivere l’iscrizione al partito. Difficoltà anche nel trovare il nome per il nuovo soggetto politico che per il momento si è stabilito definire Possibile Rifondazione Democratica della Sinistra Ecologia e Libertà Italiana dei Lavoratori? - dove il punto interrogativo è parte integrante del nome, anzi pilastro fondamentale - rinunciando all’idea di trovare l’acronimo definitivo, per il quale sarà convocato un apposito congresso.

Piccola nota di colore nell’intervento critico d’un giovine dalle belle speranze: “In questo contesto quasi da prima repubblica - ha obiettato - con un sentito ritorno al proporzionalismo, abbandonare la vocazione di governo per una sporadica manifestazione di onestà intellettuale è poco più che un capriccio”, zittito all’unanimità a suon di fischi e pernacchie (che valgono quanto un’ovazione).

Del resto era ovvio che si tornasse a una politica all’antica: è l’ultima frontiera del vintage e i militanti tanto più sono giovani tanto più si atteggiano a vecchiardi. Il riferimento non è più l’intellettuale trasandato di gramsciana memoria, con occhialino tondo e abiti consunti: il radical chic pretende un ritorno alle origini che sia drastico: monocolo e marsina; si impongono come modelli Depretis, Crispi e Giolitti (il primissimo Giolitti addirittura). Ma, se l’estetica e le strutture devono avere credibilità secolare, i contenuti devono essere all’avanguardia (tanto da tendere al nonsense). Basta con le politiche industriali: si passa alla bonifica delle fabbriche e alle tutele ambientali; torna l’internazionalismo ma in chiave europeista e, come battaglie accessorie, qualsiasi altra cosa purché sia in toni pastello e non contenga olio di palma. L’unica censura ammessa è quella estetica, come fossimo al tempo dei figli dei fiori.

Per quanto fosse bello continuare l’assemblea tra le risa e le trovate inconcludenti, verso l’alba il solito noioso e saccente equindista ha trovato un vuoto in cui inserire il suo pedante “e quindi?”.  E quindi bisogna sperimentare nuove strategie sui territori: “A chi tocca?”. E tutti a nascondersi, vecchio vizio, si decide di tirare a sorte e a pescare il bastoncino più corto è chiaramente il delegato siracusano. Pippo, lo ricorderete anche voi, il più grande ideologo della sinistra aretusea: lo si vedeva ad ogni corteo a bordo della sua bicicletta, vestito di un giubbino catarifrangente e migliaia di spille; decise di ritirarsi dalle scene alla comparsa del Partito Democratico, ma ora è il momento della riscossa. Sarà lui ad esplorare le nuove frontiere che portano al sol dell’avvenir: sta ancora pedalando sulla Salerno-Reggio Calabria, carico di idee e bandiere, ma ci ha già informati che intende convocare al più presto un tavolo in vista delle imminenti amministrative.

Parteciperanno tutti i soggetti dell’associazionismo siracusano, la cittadinanza attiva militante imporrà dal basso il suo candidato sano ai partiti marci che con gioia ne benediranno la campagna facendo largo al futuro verde, rosso e sorridente. I nomi sono ancora sotto stretto riserbo ma pare sia una donna (non una santa): indipendente e coraggiosa ma soprattutto cortese e preparata (giusto per chiarire di chi non si tratta). A breve nuovi aggiornamenti.