Glocal-Civ, pensare globalmente e agire anche localmente. Da cittadini resilienti, ora qualche suggerimento alla politica

 

La Civetta di Minerva, 10 dicembre 2016

Ci fa piacere che abbia vinto il NO. E che sia stato scongiurato il rischio di una pericolosa involuzione del sistema democratico. Se non fosse stata bocciata, la riforma avrebbe legittimato  tutti gli interventi possibili ed immaginabili del governo centrale negli ambiti di competenza legislativa regionale ed avrebbe comportato un ulteriore rafforzamento dell’esecutivo a scapito del legislativo, già oggi troppo subalterno. Al potenziamento di una governabilità dall’alto (troppo cara a certi poteri che ci condizionano rimanendo nell’ombra) sarebbe stata sacrificata una ulteriore parte di democrazia e di decentramento decisionale sulle cose che contano: in nome «dell’interesse nazionale», di cui sarebbe stato interprete indiscusso il governo di turno (art. 117). Giustamente il popolo sovrano ha detto NO.

Ci fa anche piacere che, tra gli effetti collaterali della vittoria del NO, ci sia stato il disarcionamento di Renzi. Abbiamo apprezzato la scelta delle sue immediate dimissioni; un po’ meno il congelamento di esse sino all’approvazione della legge di bilancio. E ci lascia perplessi la calendarizzazione per il 24 gennaio della decisione della Consulta sul sistema elettorale: ci sembra un modo per rinviare alle calende greche le elezioni.

Quanto tempo passerà dalla sentenza della Consulta al varo di un sistema elettorale omogeneo per Camera e Senato? Ci sembra evidente che prema a molti parlamentari, per vari motivi (anche personali e pensionistici), arrivare sino al termine della legislatura, magari con un governissimo della non-sfiducia, sostenuto/ricattato da un Berlusconi sempre più assimilabile ad un’erma bifronte. In alternativa a questa prospettiva di governissimo, non congelato ma addirittura ibernato (che non ci alletta per niente), di governicchi transeunti, provvisori, tecnici, istituzionali, natalizi, o a durata prestabilita (da Natale a Pasqua) se ne possono immaginare tanti… È compito di Mattarella, effettuate le consultazioni di rito, operare la scelta che riterrà più opportuna.

Noi non tifiamo per nessuna delle soluzioni possibili e per nessuno dei papabili. Vogliamo solo contribuire ad evidenziare l’orizzonte in cui ogni nuova scelta politica dovrebbe trovare un senso ed una rotta. Con la speranza che essa sappia rendere abbastanza condivisibili le scelte elettorali che i cittadini prima o poi (auspicabilmente presto) saremo chiamati a compiere. Ci spiacerebbe molto che il dibattito si esaurisse solo su questioni di schieramenti e di regole per la rappresentanza. E ci spiacerebbe ancor più se queste regole dovessero essere ideate con l’intento, neanche troppo segreto, di mettere fuori gioco un movimento tacciato di populismo, mediante il ricorso ad alleanze di coalizione ad excludendum.


Se le nuove regole elettorali consentiranno non solo l’alternanza tra i tradizionali raggruppamenti di centrodestra e di centrosinistra ma anche una loro confluenza postelettorale in funzione di barriera, avremo certamente da ridire. Così come avremo da obiettare se i pentastellati si ostineranno a non voler prendere in considerazione alcuna possibilità di alleanza sulla base di un programma concordabile, finendo con l’assecondare un gioco degli altri ad excludendum nei loro confronti.

Se si opterà per un proporzionale con soglia (e senza premio stratosferico), la prospettiva delle alleanze diventerà ineludibile. E il M5S farebbe il gioco degli altri se si precludesse la strada ad ogni alleanza, legittimando qualsiasi pateracchio che i suoi competitori sarebbero «costretti» ad architettare. Il cavallerizzo gongolerebbe. E non solo lui. Anche un certo Napolitano, che si è rivelato affiliato ed obbediente all’establishment. Quel Napolitano che qualcuno difendeva con troppa veemenza qualche anno fa, quando accettò l’insolito (e inopportuno) prolungamento del suo settennato. E molti altri ancora. Ma adesso… paulo maiora canamus.

Esiste un gigantesco problema di giustizia sociale: nell’ultimo trentennio, imperante il pensiero unico iperliberista, la povertà si è estesa e la ricchezza si è concentrata nella disponibilità di un numero sempre più ristretto di persone e, in massima parte, si è trasferita nel sovramondo della finanza speculativa, dove oscuri soggetti, che movimentano per conto di banche e di fondi comuni somme colossali, si muovono guerra reciprocamente, senza esitare minimamente a scommettere e a lucrare sul debito e sulle prospettive di fallimento degli Stati. Vorremmo che il prossimo governo (e soprattutto l’altro che ci sarà dopo quello provvisorio) avesse idee più chiare di Renzi (e compagnia bancaria etrusca) circa i provvedimenti da adottare (insieme ad altri Stati) per regolamentare i mercati e per imbrigliare la speculazione eslege che sta rischiando di far saltare tutto.

Esiste un problema di disuguaglianza crescente anche nella nostra Italia, intrecciato a una disoccupazione allarmante, ad una inattività giovanile che potrebbe essere assimilata ad una necrosi di aree essenziali del corpo sociale, a una precarizzazione accresciuta, a una prospettiva sempre più plumbea riguardo ai livelli di benessere raggiungibili e godibili, prossimamente, dalla generazione degli esclusi. La soluzione non potrà mai consistere nell’indicazione che qualcuno forniva ai giovani sino a qualche anno fa: puntare su una pensione assicurativa mediante un piano di accumulo dei risparmi personali. Molti giovani non possono contare su alcun risparmio personale, non avendo un reddito sufficiente e abbastanza stabile; e, inoltre, ai pochi che possono sperare in un piano di accumulo alimentato da genitori e nonni nessuna compagnia di assicurazione nel momento attuale può offrire solide garanzie di sopravvivenza alla eventualità di una catastrofe finanziaria globale.

Il pericolo di un nuovo grande crollo dell’economia (più grave di quello del ’29) è piuttosto rilevante. Una politica che sia degna di rispetto e, soprattutto una politica di sinistra (libera da vecchie ideologie ma non priva di una bussola che segni la direzione di una solidarietà e di una prospettiva di sicurezza sociale) non potrà eludere questo tema. Rispetto a tale prospettiva, troviamo ridicola la solita solfa renziana degli ottanta euro, elargiti solo a chi si pone al di sopra di una certa soglia di reddito e negati agli incapienti o revocati a coloro che lo divengano, magari per subentrato licenziamento. Una tale scelta è ingiusta, non risolutiva e politicamente miope: essa trova spazio solo all’interno di una logica clientelare e di una miope strategia economica di sollecitazione dei consumi attraverso un modesto accrescimento della capacità di spesa di alcuni. Tale trovata di corto respiro e l’eccessivo rilievo mediatico ad essa attribuito rivelano, a nostro avviso, solo una estrema povertà di idee valide. Una vera miopia.

Una politica del lavoro potrà e dovrà essere attuata non solo attraverso finanziamenti di opere pubbliche ad alto tasso di occupazione indotta (messa in sicurezza degli edifici pubblici, ricostruzione del patrimonio edilizio distrutto dai terremoti, bonifiche in zona industriale, interventi di manutenzione di strade, ponti, viadotti, cura di alvei fluviali, di aree boschive, di zone archeologiche, ecc.) ma anche attraverso la moltiplicazione di opportunità, ottenibile rimuovendo certi privilegi di categorie protette. Chiamasi liberalizzazione (che è ben altra cosa rispetto alla dissennata privatizzazione dei servizi pubblici). Si liberalizzi il numero di farmacie e di studi notarili o di licenze varie… Quanti studi notarili in più si verrebbero a creare? Quante farmacie in più rispetto a quelle oggi esistenti sulla base di un numero chiuso e programmato? Non è strano che, in una società che inneggia coralmente al libero mercato, debbano esistere nicchie di attività iperprotette?

Noi riteniamo che, liberalizzando tali attività, possano mediamente trovare spazio vitale una farmacia e uno studio notarile in più ogni diecimila abitanti circa. E quante rivendite di tabacchi e ricevitorie in più potrebbero sorgere in regime di libera iniziativa e concorrenza? Seguendo la stessa logica, si dovrebbe invece porre un limite al dilagare della grande distribuzione (che penalizza i negozi di prossimità) e bisognerebbe evitare di regalare licenze aggiuntive proprio alla grande distribuzione, che mira ad ottenere farmacie, parafarmacie, edicole, ecc.

Sarebbe invece opportuno liberalizzare gli esercizi commerciali tutti, impedendo però ogni ulteriore accaparramento da parte dei grandi operatori. In tal modo il profitto (o il valore aggiunto attraverso la commercializzazione) verrebbe più equamente diffuso tra un maggior numero di persone. E rimarrebbe in Italia, alimentando la nostra economia, cosa che non accade ai profitti realizzati da grandi gruppi commerciali stranieri.

Mobilitazione di risparmi privati. È noto che gli italiani abbiamo una notevole propensione al risparmio e che attualmente tali risparmi non trovano collocazione soddisfacente, essendo rischioso ogni investimento azionario ed improduttivo l’immobilizzo sotto il mattone o dentro un materasso. Una leggina che incentivasse l’utilizzo di tali risparmi per il consolidamento e la messa in sicurezza delle abitazioni private potrebbe sortire effetti importanti. Basterebbe forse azzerare l’IVA sull’acquisto di tutti i materiali occorrenti e porre a carico del fisco tutti i contributi per i lavoratori impegnati nei progetti. A conti fatti, forse le entrate sarebbero superiori all’esborso per tali contributi, in quanto i risparmi mobilitati (per materiali e manodopera) alimenterebbero i consumi e le attività dei percettori, generando indirettamente altre entrate. Ovviamente bisognerebbe divulgare tra gli ingegneri una serie di informazioni validate da uno staff tecnico di primordine per evitare interventi di dubbia efficacia antisismica. E comminare pene severissime per i furbastri che spacciassero interventi estetici (semplici restauri) per  opere strutturali di messa in sicurezza. Il vantaggio sarebbe duplice: per l’economia e per l’incolumità. È ovvio che gli interventi risulterebbero possibili solo in immobili di dimensioni contenute e che i grandi condomini, vuoi per le dimensioni, vuoi per l’indisponibilità economica dei possessori di vari appartamenti, rimarrebbero tagliati fuori dalla possibilità di usufruire della agevolazione in questione. Ma ci ritroveremmo comunque con molte abitazioni più sicure e con una economia rianimata dalla mobilitazione di risparmi privati.

Licenziamenti più agevoli, ma solo per giusta causa. Anziché regalare agli imprenditori la possibilità di licenziare senza giusta causa e di cavarsela pagando solo un indennizzo monetario per l’ingiusto licenziamento, si stabiliscano norme più severe, che consentano di licenziare immediatamente per giusta causa dipendenti infedeli o scansafatiche: i furbetti del cartellino o i ladri che operano negli aeroporti o i dipendenti scansafatiche, ovunque prestino truffaldinamente la loro attività; nel pubblico come nel privato. Oltretutto questa misura (che non è né di destra né di sinistra) farebbe guadagnare più consensi al sistema politico. Con ogni probabilità.

Equità remunerativa. Si riduca il numero di dirigenti nel settore pubblico (anche negli uffici comunali). Si eliminino i premi elargiti a pioggia. Si ponga un limite ragionevole al compenso massimo dei manager delle aziende di stato e dei pubblici dipendenti, che non dovrà superare in nessun caso la retribuzione del Presidente della Repubblica. E si istituisca una giusta gradualità o proporzionalità rispetto ai livelli retributivi di altri dipendenti. È la nostra Costituzione (art. 36) a stabilire che «il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro… » Non ci pare che stia scritto da nessuna parte che i boiardi di stato debbano percepire compensi stratosferici, commisurati a quelli che si attribuiscono certi amministratori delegati di multinazionali con la complice sudditanza di consigli di amministrazioni addomesticati e manovrabili.

Si disboschi la giungla retributiva del pubblico impiego, rispettando la Costituzione. Prima di pensare a modificarla (cosa possibile, ma da fare nel giusto modo), si pensi ad attuarla. E già che siamo in questo discorso, si pensi ad attuare l’art 39, riguardante i sindacati: «E` condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica.» E si provveda anche a far rispettare l’art. 49: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.» A nostro modesto avviso, la condizione prevista dall’art. 39 per i sindacati (un ordinamento interno a base democratica) e richiamata dall’art. 49 per i partiti, andrebbe rafforzata ed estesa ai movimenti politici. Senza sconti per nessuno, sia che si chiami Forza Italia, o Lega o che si definisca M5S.

Oggi, purtroppo, siamo pervenuti ad una situazione in cui esistono partiti padronali ed è palese anche il rischio di accaparramenti personali di partiti che tendono a perdere la loro democrazia interna. Alla Corte Costituzionale (piuttosto che ad una ennesima authority) potrebbe essere conferito il potere di sanzionare (con preavvisi e ammonimenti; con multe in caso di inosservanza; e, infine, anche con esclusione dalle competizioni elettorali) partiti e forze politiche varie che non diano garanzie di democrazia interna. Ma certo un obiettivo di questo genere non preme alla grande finanza. Il sistema bancario (come qualsiasi altra lobby o consorteria di potere occulto) preferirà infiltrare dei suoi commissari in incognito all’interno dei partiti e dei movimenti. O cooptare il personaggio emergente di turno. Magari assecondando una sua ansiosa attesa di affiliazione.

Il discorso si fa troppo lungo per essere contenuto entro le dimensioni di un articolo di generose dimensioni, a cui sono assuefatti i lettori della nostra Civetta. Pertanto rimandiamo il seguito al prossimo numero.