La sinistra italiana, compatta solo nella contestazione di Renzi, non valuta le buone cose fatte dal governo

 

La Civetta di Minerva, 11 novembre 2016

Voglio approfittare dello spazio che ho in questo giornale per svolgere alcune riflessioni sulla politica nazionale, cosa non consueta in relazione agli argomenti di cui mi occupo in queste pagine, perché ritengo utile una riflessione complessiva sullo stato del dibattito nel mondo della sinistra variamente intesa e  delle sue prospettive,

La riflessione parte dalla vittoria  di Jeremy Corbyn al recente congresso dei laburisti inglesi. Hanno cercato di fermarlo in tutti i modi. Non ci sono riusciti. Per Jeremy Corbyn (nonostante inviso all’establishment del partito e a gran parte dei parlamentari) hanno votato, nelle primarie del Labour, il 61,8 per cento degli iscritti. Dopo polemiche anche feroci all'interno della sinistra britannica, Corbyn ha prevalso in tutte le categorie: militanti, sindacalisti o semplici sostenitori che si sono registrati per votare versando 25 sterline a testa. "La nostra famiglia laburista deve affrontare il futuro insieme, dobbiamo unire il partito per proteggere gli interessi dei lavoratori e riconquistare il potere", ha detto il leader nel suo primo discorso. "Nelle elezioni si dicono cose a volte esagerate, le cose che ci uniscono sono più di quelle che ci dividono, non abbiamo avuto paura di discutere apertamente e dobbiamo essere orgogliosi. Adesso è il momento di concentrare tutte le nostre energie nell'obiettivo di sconfiggere i conservatori, e il governo di destra. Io non ho dubbi che, lavorando insieme, potremo farlo". Corbyn aggiunge che sarà sua responsabilità unire il partito, al congresso, in parlamento, nel paese, ma puntualizza che è anche responsabilità degli altri membri del partito

Va ricordato che in passato i laburisti erano stati guidati da Tony Blair (giudicato liberista) che sembrava essere il dominatore assoluto, anche perché capo del governo, e sembrava destinato a durare in eterno. Come si è visto, nei partiti democratici le alternative sono possibili, a condizione che si accettino le regole interne e si lavori per creare una nuova prospettiva rispetto a quella che si considera inadeguata, mantenendo all’interno tutte le componenti anche diversissime nelle opzioni ma che riconoscono i valori comuni che li uniscono al di là della contingenza politica e programmatica.

Forse, in Italia l’esperienza della sinistra d’oltremanica, con tutte le riserve sulle differenze storiche, di mentalità e di tradizioni, qualche  riflessione potrebbe suggerirla. Già Lenin nel suo saggio “Estremismo, malattia infantile del Comunismo”, ma meglio Gramsci, Togliatti e infine Berlinguer, per stare ai classici del pensiero della sinistra comunista italiana, mettevano in evidenza l’assoluta pericolosità di una abitudine ricorrente al frazionamento delle forze progressiste e all’insofferenza disgregante verso le scelte politiche contingenti della classe dirigente del momento, rispetto agli obiettivi di progresso e di solidarietà che la sinistra incarna da sempre, anche se non in maniera esclusiva.

L’intolleranza disgregatrice nei grandi movimenti di massa è stata sempre presente, quale limite assoluto, delle forze progressiste. Anche oggi. Il fiorire di gruppi più o meno grandi a sinistra del PD ne indeboliscono, a mio avviso, la forza propulsiva verso una società più giusta e soprattutto più efficace nel concreto, oltre a consentirne la mutazione genetica. Lungi da me l’idea di promuovere scomuniche o criticare alcuno, solo che non mi sento di considerare la ricerca spasmodica delle diversità come valida giustificazione alle separazioni, rispetto a una più utile compattezza nella diversità.

Il Compromesso storico, quale strategia politica per unire componenti diverse ma progressive della società, sollevò scandalo e divisione nella sinistra anche allora; ma ritengo che l’intuizione di quella grande personalità del PCI resta ancora valida. Oggi il PD (che, anche se impropriamente, potrebbe considerarsi lo strumento “revisionato” di un compromesso storico), pur con i suoi limiti e le sue contraddizioni, in uno scenario mondiale profondamente modificato nella prospettiva politica e nella realtà dell’economia, appare come l’unico strumento per far avanzare la nostra società verso una prospettiva di progresso con una concreta possibilità di successo, sia pure con le tensioni e le anomalie che lo animano.    
Adesso per il Labour si profilano quattro ipotesi: 1) i ribelli faranno pace con Corbyn, le due parti cercheranno un compromesso per unirsi, un punto d'incontro fra il radicalismo del leader e le posizioni più moderate degli altri; 2) una scissione da parte dei ribelli riformisti, per formare un'alleanza in parlamento con i liberaldemocratici e i verdi; 3) in un caso o nell'altro, il crollo del Labour alle prossime elezioni, nel 2020, se la legislatura andrà fino in fondo, o anticipate, forse già alla primavera prossima, se Theresa May approfitterà dei sondaggi favorevoli e della debolezza del Labour per rafforzare la sua posizione alle urne; 4) oppure, ennesima sorpresa, una vittoria elettorale di Corbyn. Di sorprese, nella storia dell’umanità ne abbiamo avute tante e non sempre positive.

In Italia siamo nella stessa situazione. Il protagonismo di Renzi, un po’ guascone e molto temerario sul piano delle scelte e della rappresentazione del sè (a volte caratterizzato da scelte indecenti come nella vicenda Marino), lacera il vecchio mondo della sinistra storica che lo contesta, anche pesantemente, ma che invece di riunirsi si frantuma in una miriade di protagonismi personalistici e partitini autoreferenziali il cui risultato sembra quello di dare spazio al populismo senza prospettive di Grillo o al riconsolidarsi della destra.

Questo mondo scomposto e unito solo nella contestazione di Renzi è cieco, in questa contrapposizione militante, rispetto  alle oggettive, a mio avviso, utili azioni che questo Governo ha posto in essere con determinazione, dimenticando che è un governo risultato di una stagione elettorale non decisiva e confusa; ma che pure ha affrontato temi e problemi da troppo tempo elusi e che ci hanno trascinato nella palude in cui viviamo. A volte le  soluzioni proposte sono risultate apprezzabili, a volte criticabili : Un valore assoluto è il tentativo di scuotere il Paese dalle sabbie mobili in cui siamo precipitati per eccessiva autoreferenzialità, per tutele esasperate di categorie  e di equilibri di potere i cui titolari non sono disposti a cedere. Il tutto aggravato e cristallizzato nel ventennio berlusconiano e non solo da esso.

Il job act, la riforma del codice civile, quella della pubblica amministrazione, quella del sistema portuale, il riordino del codice degli appalti, l’istituzione dell’agenzia anticorruzione, la conquista democratica delle unioni civili, la riforma del sistema penale (ancora in discussione e che trova ostacoli e freni di ogni tipo, dalle difese corporative alle tutele del partito dei corrotti), a quella civilissima sul fine vita e della lotta al caporalato. Potrei continuare citando la cosiddetta “Buona Scuola”, che  presenta molti problemi e molte legittime critiche ma che ha tolto dal precariato oltre 100.000 insegnanti, per non parlare dei vituperati 80 euro appannaggio di una fascia di lavoratori (che pagano le tasse fino all’ultimo euro) e che sono stati finanziati con l’aumento delle aliquote fiscali sui redditi da capitale finanziario (non è forse di sinistra?), e così via; riforme, ripeto, alcune sicuramente apprezzabili, altre discutibili ma che hanno intanto smosso la palude in cui i veti incrociati ci tenevano bloccati da anni.

Alcune andrebbero migliorate altre modificate ma nel divenire c’è progresso, nella palude si sviluppano le muffe. Alcuni di questi provvedimenti hanno costretto il mondo progressista ad interrogarsi se, nel nuovo contesto economico mondiale, le impostazioni, le parole d’ordine, le idee per le soluzioni partorite nel tempo del boom economico fossero ancora valide in un mondo in cui i fenomeni di migrazione di massa hanno dimensioni mai viste, in cui il colonialismo ha cambiato faccia e sono nate nuove povertà e nuove aspirazioni, in un mondo in cui il posto fisso non c’è più e non c’è più la cittadinanza in una città ma si declina in un continente. Problemi immensi che abbisognano del contributo di tutti coloro che sono legati dai valori che hanno il denominatore comune della civiltà e della solidarietà e non da frammenti sparsi, in cui la necessità principale è quella di esistere per tutelare la propria visione o peggio ancora se stessi.

In Gran Bretagna ha vinto Corbyn. Bene, avremo una svolta nella politica del partito Laburista, Ora non mi aspetto che gli sconfitti facciano altri partitini o che organizzino agguati contro gli interessi del loro popolo, mi aspetto che chi oggi è in minoranza lavori per costruirne l’alternativa al prossimo congresso contestando dall'interno le scelte non condivise, migliorandone l'azione e creando una stagione di passione politica aggregante e piena di contenuti legati alla vita delle persone . Se ciò non accadrà i conservatori governeranno per secoli e si affermerà una forma più subdola di barbarie: il populismo ostaggio sempre dei più forti e strumento di manovra per mantenere i privilegi come la storia ci ha insegnato. Forse queste considerazioni potrebbero essere fatte anche in Italia.