Nato dalle rovine di un monastero, fu anche chiamato “Massimo”. Vi si esibirono Annibale Ninchi, Dario Fo, Walter Chiari, Perez Prado… Ora, se anche tornasse a funzionare, c’è il problema dei parcheggi. Insomma, la "jastìma" è ancora all’opera

 

La Civetta di Minerva, 5 luglio 2016

Ogni tanto il Teatro Comunale di Siracusa torna agli onori (?) delle cronache. Virtuali “inaugurazioni" a parte (per dare solo un po’ di fumo negli occhi), il Teatro rimane desolatamente inagibile.

Tempo addietro "La Sicilia" diede spazio all'argomento, e la giornalista Isabella Di Bartolo scriveva del Teatro Comunale chiamandolo "Il Massimo". La Di Bartolo è giovanissima, e quindi adotta l’epiteto che ha sentito dai nonni o da persone attempate. Perché (c’è chi mi assicura) quando fu costruito dopo tanti contrattempi tecnici (nulla è cambiato) venne comunemente chiamato "Massimo" dalla gente. Spocchiosamente, per scimmiottare una titolazione usata da città più importanti, oppure perché allora era l'unico teatro cittadino alla moda.

Fatto è che la denominazione ufficiale è proprio Teatro Comunale. Le cui perduranti vicissitudini partono da molto lontano: proprio dal primo istante della sua costruzione. Si sa che sorge nell'area di un vecchio monastero semidistrutto dal terremoto. E anziché ricostruire le parti diroccate, la Giunta comunale di allora decise di radere al suolo quanto rimaneva e utilizzare lo spazio per dotare la città di un sontuoso teatro.

La burocrazia, si racconta, non mancò da subito di rallentare l'iter. Ma nelle more l'abate del vecchio monastero gridò al sacrilegio e lanciò l’anatema: "Che questo teatro sia maledetto!”.

La "jastìma" si mise subito all’opera: il progetto iniziale (stando agli atti) dovette essere revisionato per ricorrenti vizi di natura tecnica, i lavori andavano a singhiozzo e furono affidati ad altra impresa, pare addirittura che un architetto, impegnato nei lavori non rispondenti alla funzionalità, per la vergogna si sia suicidato.

Insomma, passarono anni di continue traversie. Alla fine il Teatro Comunale entrò in funzione.

C’è chi ha ricordato ai posteri le stagioni liriche, di operette, di prosa, di concerti (vocali e strumentali come si diceva allora), e poi qualche nome nella prima metà del 900: Annibale Ninchi con la sua Compagnia, Dario Fo con “Il dito nell’occhio”, Walter Chiari con “Sani da legare”, Pantaleon Perez Prado con la grande orchestra di mambo…

E ora? Ora le cose stanno come stanno, e cioè stazionarie. Nel senso che la inagibilità permane per un motivo o per un altro, e che quando tutto sembra a posto (e viene sbandierato come "lavori conclusi") immancabilmente spunta la magagna e tutto si ferma a tempo indeterminato. Di chi la colpa? Indovinala grillo. Insomma, è la maledizione dell'abate che il tempo non ha minimamente scalfito.

A volere guardare in prospettiva, dettagli e intoppi tecnici a parte, il buon senso fa smorfie di perplessità: manca inesorabilmente un indispensabile parcheggio perché piazza S. Giuseppe è giustamente dei residenti e non basta nemmeno a loro. Come farebbe la gente a confluire al teatro, specialmente d'inverno, dovendo scarpinare almeno dal Talete? E non manca il pacioso benpensante spaparacchiato indolentemente (e cioè siracusanamente) a piazza Pancali: "Ma chi jè sta ridicolaggini di stu Massimu ca jè ridduttu ‘o minimu? Tutti sti gran soddi ittati dintra a n 'puzzu senza funnu pi na cosa ca jè ‘npittùsu nall'acqua?". Meditate, gente: meditate.